Medicina e chirurgia: perchè il modello “francese” non è la soluzione

25/05/2014 di Pasquale Cacciatore

Medicina, Università, Test d'ingresso, Specialistica

Qualche tempo fa avevamo accennato all’annosa questione relativa ai test di medicina, sforzandoci di spiegare nel modo più semplice perché non si potesse discutere di una riforma delle ammissioni senza tener conto della ratio negativa fra matricole ammesse ai corsi di Medicina & Chirurgia e la disponibilità di borse di specializzazione post-laurea. Ebbene, nella scorsa settimana dal Ministero è arrivata una prima – seppur timida – presa di posizione di Stefania Giannini, che ha parlato di “riflessioni circa la possibilità di trasformare il test di ammissione alle facoltà mediche in un modello simile a quello francese” (ovvero, con accesso libero e selezione al termine del primo anno di studi).

Quanto si tratti di campagna elettorale o di provocazione mediatica non è dato saperlo; certo è che, a fronte dell’entusiasmo delle future matricole, son bastate poche ore a far sollevare il coro di chi ritiene totalmente infattibile – e gravosamente controproducente – un allineamento al modello transalpino. Ed i motivi son facili da comprendere, se analizzati in un rigoroso contesto privo di strumentalizzazioni mediatiche e sentimentalismi.

Test medicinaNon come la Francia. Per l’ammissione alle scuole mediche in Francia non è necessario sostenere alcun test di ammissione; basta infatti il baccalauréat, il diploma di maturità liceale conseguito al termine della scuola secondaria. Al termine del primo anno di studi, in cui si seguono corsi di formazione “generale” (chimica, biologia, e così via) è previsto un test molto complesso che permette solo al 10-20% di studenti di accedere all’anno successivo. Gli esclusi possono scegliere se continuare la loro carriera nel settore della biologia o ripetere, per una ed un’altra sola volta, il test. In caso di fallimento, sono precluse in territorio oltralpe le possibilità di sostenere studi di Medicina & Chirurgia.  Un modello che molti – studenti in primis – vorrebbero trasportare anche qui in Italia, sostenendo che sia davvero il modello efficace per garantire il diritto costituzionale al libero accesso all’istruzione. Senza, però, considerare un bel po’ di elementi critici.

Non potrebbe funzionare. Se, infatti, in Francia la cultura dell’accesso libero è radicata da decenni, ed il numero delle matricole si mantiene pressoché costante nel corso degli anni, in Italia (complice probabilmente la crisi economica ed i tassi di disoccupazione giovanile post laurea), da dieci anni il numero degli iscritti ai test di ammissione alla facoltà di Medicina & Chirurgia è in costante ascesa. L’apertura totale delle porte degli atenei medici si tradurrebbe, quindi, in un sovraffollamento tale da portare facilmente al collasso buona parte delle strutture universitarie. Problemi prettamente logistici (dove ospitare, insomma, seimila studenti in un ateneo romano, ad esempio?), organizzativi (come formare in modo efficace, seppur sulle scienze di base, platee così vaste?), e strutturali; se, infatti, la differenza fra la qualità degli atenei è ormai risaltata, come stabilire i criteri che stabiliscano chi ammettere agli atenei notoriamente più “virtuosi” (quasi totalmente collocati in Italia settentrionale)? Di certo non con un test.  Non sarebbe quindi difficile cadere in un perverso circolo vizioso.

Idea all’italiana. Siamo un Paese storicamente privo di una cultura programmatica, questo è certo. Appare quindi chiaro come la difesa del Ministro, che ha ammesso la possibilità di un overload iniziale, a cui far seguire un calo nelle immatricolazioni a medicina, risulta – almeno ad osservare oggi la questione – totalmente irrealistica. In più, considerando le tristi situazioni finanziarie in cui versano buona parte degli atenei del bel Paese, rivoluzionare alla base il meccanismo delle ammissioni incrociando le dita non può che essere un gesto di estremo autolesionismo economico.

Sia chiaro: il test, così come è strutturato attualmente, non è certamente perfetto; ma lavorare per il suo miglioramento permetterebbe certamente di evitare la temibile situazione d’incertezza (e vuoto normativo) che si verrebbe a creare con l’adozione, di punto in bianco, del modello francese. Senza dimenticare, ancora una volta, che non si può continuare a discutere di criteri di ammissione dimenticando la questione delle borse di specializzazione: garantire l’istruzione vuol dire farlo all’ingresso dei corsi universitari così come all’uscita; coerenza e programmazione. Iniziare a discutere di questi punti, prima ancora che di “modello alla francese”, forse, non sarebbe certamente un male.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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