Matteo Ricci – La Croce e la Cina

18/06/2016 di Silvia Mangano

Pioniere del dialogo tra Oriente e Occidente, Matteo Ricci è universalmente considerato il primo sinologo della storia.

Matteo Ricci

Marco Polo descriveva la Cina come una sorta di paese delle meraviglie, «non c’è al mondo città uguale, che vi offra tali delizie così che uno si crede in paradiso». A distanza di trecento anni, la terra dell’impero cinese non aveva perso il suo fascino e i primi missionari gesuiti si accingevano ad attraversare il confine tra i continenti per portarvi la croce di Cristo. Tra i figli missionari di Ignazio di Loyola, Matteo Ricci fu il primo profondo conoscitore della cultura cinese e, ad oggi, è universalmente considerato il primo sinologo della storia.

Nato a Macerata nel 1552, poco più che diciassettenne fu inviato dal padre a studiare legge a Roma, ma pochi anni dopo entrò nel noviziato dei gesuiti a S. Andrea al Quirinale, trasferendosi l’anno successivo al Collegio romano, dove rimase fino al 1577. Compreso che il giovane marchigiano possedeva la stoffa del missionario, fu dapprima inviato a Goa, città indiana su cui si stendeva il controllo del Portogallo. Qui conobbe il governatore delle missioni gesuitiche nell’estremo oriente, Alessandro Valignani. Questi, colto dalle capacità d’adattamento del Ricci, ne decise il trasferimento a Macao, una piccola penisola vicino alla Cina, affinché studiasse la lingua e le usanze cinesi, nell’attesa del momento opportuno per entrare nel regno e farne luogo stabile di missione.

Il 10 settembre 1583, Matteo Ricci e l’amico missionario Michele Ruggeri riuscirono a ottenere il permesso di entrare a Sciaochin, città vicina a Canton, allora capitale delle due provincie del Kwang-tung e del Kwang-si e sede del viceré di entrambe, e di edificare una casa e una chiesa. Le vicende di questi anni, difficili e al tempo stesso fecondi, sono raccontate dallo stesso Ricci nei sui Commentari della Cina, pubblicati nel testo originale italiano nel 1911, ma conosciuti dal 1615 in traduzione latina.

Sappiamo, per esempio, che in questo primo periodo, Ricci e Ruggeri scelsero di predicare il messaggio cristiano vestiti da bonzi (cioè da monaci buddisti), non ottennero però il successo desiderato. I monaci buddisti erano infatti spregiati dalla classe colta dei letterati e dei governanti, di conseguenza i due missionari si videro esposti al disprezzo sia da parte dei cinesi colti, sia da parte del popolo a causa della loro amicizia con i potenti. Tuttavia, quando nel 1589 i due missionari si trasferirono a Shaozhou (l’attuale Shaoguan), ebbero modo di conoscere lo studioso Qu Taisu, il quale aiutò gli italiani ad adattarsi nel difficile ambiente culturale cinese. Sotto la guida di Qu Taisu, i missionari dismisero l’abito da bonzo per indossare quello dei letterati, adottarono nomi cinesi (Matteo Ricci prese il nome Li Ma Tou), si fecero crescere la barba e iniziarono a comportarsi come veri e propri letterati confuciani, imitandone i discorsi e l’atteggiamento.

Sebbene lo spirito missionario rimase il motivo principale della permanenza di Ricci in Cina, egli era ormai colto dal fascino dell’impero cinese e dai costumi del popolo. Negli ultimi anni del sedicesimo secolo strinse amicizia con due principi di sangue reale, a cui dedicò un trattato sull’amicizia, e cercò due volte di entrare a Pechino, capitale imperiale, per conoscere l’imperatore.Nel gennaio del 1601 Ricci riuscì finalmente nel suo intento e fu ammesso a corte, senza, tuttavia, venir presentato però all’imperatore; ottenne, in compenso, di trasferirsi a Pechino e inaugurare la prima missione cattolica nella capitale.

Divenuto amico dell’élite del Paese, Ricci consegnò un patrimonio culturale in cui erano comprese nozioni di geometria euclidea, di geografia e di astronomia, traducendo, oltre al Catechismo e alle preghiere cattoliche più comuni, molte opere della tradizione filosofica occidentale. Com’era da immaginarsi, non ebbe sempre rapporti idilliaci con i detentori della cultura tradizionale, come gli intellettuali e i monaci buddhisti, ma ciò non poteva scalfire l’influenza che ormai era deteneva in Cina. Tale status gli venne riconosciuto dallo stesso imperatore che, alla morte del missionario nel maggio 1610, ordinò che un occidentale non diplomatico venisse sepolto a Pechino per la prima volta nella storia.

Nel 1584, l’anno successivo all’arrivo di Ricci e Ruggeri in Cina, i convertiti erano solo tre; nel 1610, i cattolici cinesi erano arrivati a sfiorare le tremila unità. Come fu possibile che, in poco meno di trent’anni, Ricci riuscì a convertire – direttamente o indirettamente – un numero così considerevole di persone in una cultura così attaccata alle proprie tradizioni? Il segreto del successo della predicazione di Ricci fu senz’altro l’abilità di oltrepassare le importanti ma non invalicabili divisioni culturali e di riuscire a fondere la tradizione cinese con il messaggio di salvezza cristiano (tant’è che, a distanza di due secoli, la questione dei riti cinesi non era ancora stata risolta), facendo del gesuita uno dei campioni del dialogo interreligioso e interculturale della storia.

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Silvia Mangano

Classe 1991. Si laurea con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche – Età moderna e contemporanea alla Sapienza. Frequenta un diploma di perfezionamento in religioni comparate presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e scrive per la rivista di divulgazione storica InStoria.
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