Matteo Renzi nuovo Premier? Manca solo l’ufficialità… e lo stile

13/02/2014 di Andrea Viscardi

Matteo Renzi è, quasi ufficialmente, il nuovo Presidente del Consiglio

Ci siamo, Matteo Renzi è (quasi) ufficialmente il nuovo Presidente del Consiglio. O, meglio, Matteo Renzi sarà probabilmente il nuovo Presidente del Consiglio per elezione del direttivo del Partito Democratico, con, evidentemente, l’appoggio di Napolitano, ma senza che il Parlamento sia stato interpellato in alcun modo sulla fiducia rispetto all’oramai fu Premier Letta. Una nomina extra-parlamentare, sbagliata nei modi e nel momento. Certo, Camera e Senato dovranno poi votare la fiducia, ma se questo è il nuovo che avanza, allora il sistema istituzionale è definitivamente fallito.

Matteo Renzi, Enrico Letta, e la nomina di PartitoChi legge Europinione con una certa assiduità, avrà sempre notato come si sia guardato, con una certa attenzione, all’ascesa di Renzi, e non si sia mai ammirato granchè l’operato di Enrico Letta. Non che il sito sia legato a qualche partito, non che chi scrive sia elettore del PD, ma gli step fino ad ora seguiti dal Sindaco di Firenze sembravano quelli di un leader dotato di un mix di arguzia, capacità comunicativa e di rinnovamento, ambizione. Tutti elementi che, in un modo o nell’altro, si richiedono a chi dovrebbe salire e tenere le redini di uno stato, soprattutto se il Paese in questione è l’Italia. Per di più, rispetto a molti altri volti ascesi e caduti negli ultimi quindici anni, Renzi è stato fin da subito capace di circondarsi di persone di una certa capacità e competenza, un elemento che, naturalmente, ha sempre giocato in suo vantaggio.

Quanto accaduto oggi, però, è di una gravità inaudita. Come abbiamo avuto opportunità di scrivere già negli scorsi giorni, i rischi sono tanti ed evidenti. Si traducono nella possibile apertura di una fronda interna al Partito, poco conta che i fedeli di Letta siano rimasti in pochi e, in quello ancora più clamoroso, di un suicidio politico dello stesso Renzi. Ecco, sul primo aspetto, appare desolante e, immagino, frustante, per un elettore del Partito Democratico, vedere con quanto voltagabbanismo e opportunità, Enrico Letta sia stato lasciato nella sua, spaventosa, solitudine, nell’arco di poco più di tre giorni. Non che recentemente il suo nome brillasse all’interno del Partito, ma la sua cerchia di fedeli – o di sostenitori – esisteva. Ora, forse, si contano sulle dita di una mano, con il rischio di tenerla chiusa in un enigmatico pugno. Un pugno dritto nello stomaco per tutti quelli che pensavano un partito potesse cambiare nell’arco di pochi mesi, e che i suoi membri potessero essere trasportati dalle proprie idee e dalla propria coerenza, piuttosto che dalla spinta della corrente. Un uomo non cambia un partito, in questo caso, anzi, ha pure approfittato delle sue storiche debolezze.

Ecco, appunto. Un uomo non cambia un Partito. Ma quanto accaduto oggi non ha nulla a che invidiare, piuttosto che alla vecchia Democrazia Cristiana, al vecchio Partito Comunista Italiano. Quello più retrò, però, dei primi anni cinquanta. Una sala con i vertici di un partito che proclama – perchè così è stato – un nuovo Presidente del Consiglio, e ringrazia Letta per il compito svolto. Il tutto, mentre il precedente, non solo non ha ancora parlato, ma non ha neanche annunciato ufficialmente le sue dimissioni. Grazie, Compagno. Ma ora i giochi son finiti, l’elitè del partito ha deciso, e tu ti devi fare da parte. Abbandonato da tutti. Aggravante il fatto che Letta fosse a capo non di un governo del Partito Democratico, ma di un governo di larghe intese voluto dal Presidente della Repubblica.

Per concludere, si può ammirare di Matteo Renzi, nel suo modus operandi, il coraggio. Mettersi in gioco in questo modo, consapevole dei rischi che corre, è lodevole. Sicuramente è stato mosso da una forte ambizione, ma, in questo caso, un’ambizione positiva, perchè crede veramente di poter dare una svolta al Paese. Forse, però, è anche indice di una certa inesperienza politica, almeno in ambito nazionale. Amministrare una città è diverso da amministrare un Paese, salire su una nave che affonda, in politica, rischia, se non si riesce a sistemare la falla in brevissimo tempo, di veder annegare il nuovo arrivato in fondo al mare nel giro di pochi mesi e di mandare al vento tutte le intenzioni di rinnovamento.  E il dubbio che qualcuno lo abbia sostenuto in questi ultimi giorni, con la speranza che possa bruciarsi, non è da escludere. Il futuro dirà se la mossa è stata corretta o meno (e noi, per l’Italia, ci auguriamo lo sia), certo, la modalità con cui è avvenuta, a parere di chi scrive, è quanto di più sbagliato possa esservi per dare un segnale positivo al Paese.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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