Speciale legge elettorale: il Mattarellum

05/10/2013 di Luca Andrea Palmieri

Secondo appuntamento con lo speciale legge elettorale: la legge Mattarella

Mattarellum, legge elettorale

Mattarellum – Dopo la prima parte dello speciale sulla legge elettorale, dedicata al proporzionale in vigore fino al 1993, andiamo oggi ad analizzare il cosiddetto (da Giovanni Sartori) Mattarellum, rimasto in vigore sino al 2005.

I problemi da risolvere – Nel periodo immediatamente precedente e in quello successivo a Tangentopoli, che seguiva la stagione di massima frammentazione politica della Prima Repubblica, nel dibattito pubblico fece capolino la necessità di un sistema elettorale più efficiente e che superasse il sistema delle preferenze. La prima motivazione era data dalla difficoltà, sempre più insostenibile, di formare governi duraturi. Nelle dieci legislature susseguitesi dal 1948 al 1992 i governi erano stati ben quarantaquattro: una media di più di quattro ogni cinque anni. Il problema delle preferenze, poi, si era affermato in seguito ad alcuni scandali (tra cui il più famoso è il caso Lockhead) e per l’evidente e difficilmente contrastabile sistema del voto di scambio, che permetteva ai ras locali di mantenere pacchetti di voti (non sempre ottenuti spesso in cambio di favori) da far valere sui tavoli di Roma, a scapito anche dell’interesse nazionale.

Mattarellum, speciale legge elettorale
Mario Segni

Mario Segni e il movimento referendario – Il democristiano Mario Segni aveva approntato nel 1988 il Manifesto dei trentuno, appoggiato da importanti imprenditori e intellettuali, per proporre un sistema maggioritario, uninominale e a doppio turno sul modello francese. Ne nacque un movimento referendario che riuscì, dopo un lungo iter che passò per la bocciatura di due quesiti da parte della Corte Costituzionale, a far approvare l’abrogazione della sola preferenza plurima per il voto alla Camera, trasformando così il sistema solo in un proporzionale puro. In seguito a questo mezzo-insuccesso, furono i Radicali di Marco Pannella, che già avevano appoggiato il referendum precedente, a dare nel 1993 scacco matto al sistema elettorale. Tra i vari quesiti proposti ai cittadini  (tra cui quello famigerato sul finanziamento pubblico ai partiti), ce n’era uno che di fatto abrogava il sistema elettorale del Senato. La conseguenza fu che le forze politiche dovettero accordarsi per una nuova legge che andasse in direzione di un sistema maggioritario: è qui che nacque la legge Mattarella.

Un sistema forte per coalizioni deboli – Il Mattarellum, composto dalle leggi nn. 276 e 277 del 4 agosto 1993, si basava su un sistema misto, per il 75% maggioritario e per il 25% proporzionale. Il sistema non permise una governabilità totale: sia nel 1994, con la prima vittoria della Forza Italia di Berlusconi, che nel 1996, col primo governo Prodi, le maggioranze non durarono a lungo. Il sistema di coalizioni si mostrò infatti delicato: lo dimostra il distacco della Lega prima e di Rifondazione Comunista poi. Tuttavia, il governo Berlusconi II, uscito dalle elezioni del 2001, rimane ad oggi l’unico, nella storia del nostro Paese, ad aver completato un’intera legislatura (seppur con un rimpasto, a seguito dei contrasti interni e dei pessimi risultati delle regionali del 2005).

La parte uninominale – L’Italia era divisa in collegi uninominali, 475 alla Camera e 232 al Senato. Per fare una proporzione, la sola città di Napoli (circa un milione di abitanti) era divisa in otto collegi, mentre Roma (circa tre milioni) in ventiquattro. In ogni collegio il partito o la coalizione poteva presentare uno e un solo candidato. Il sistema era il cosiddetto plurality: vince chi ha la maggioranza relativa (per fare un esempio ipotetico sulle scorse elezioni: il candidato che ha più voti, anche se solo il 30%, tra le coalizioni Pd-Sel, Pdl-Lega, M5S e gli altri, vince ed entra in Parlamento). Ovviamente ogni candidato si poteva presentare in un solo collegio. Questo sistema valeva sia per la Camera che per il Senato.

Il proporzionale alla Camera – Diversa la situazione per la parte proporzionale, dove sorgono importanti differenze. I 155 seggi rimanenti della Camera venivano attribuiti attraverso un’ulteriore scheda, corrispondente a liste bloccate per ogni coalizione, che coprivano una nuova circoscrizione proporzionale formata da un tot di collegi. Questa parte funzionava attraverso il meccanismo dello scorporo, nato per attenuare gli effetti maggioritari. Alla camera era parziale. Il partito che aveva vinto in un collegio uninominale non avrebbe potuto utilizzare tutti i propri voti: ne perdeva, infatti, un numero pari a quelli presi dal secondo arrivato nel collegio dove aveva vinto. Per fare un esempio: se in una parte di Milano il candidato di Forza Italia avesse vinto con 80 mila voti, e quello dei Democratici di Sinistra fosse arrivato secondo con 41 mila, nella circoscrizione proporzionale Forza Italia avrebbe dovuto sottrarre dal suo risultato quei 41 mila voti. In teoria dunque, più si vinceva nei collegi uninominali, più difficile diventava vincere nelle circoscrizioni proporzionali. Va inoltre detto che, per usufruire del sistema proporzionale, un partito doveva superare la soglia nazionale del 4% dei voti validi.

Il proporzionale al Senato – Qui invece vi era una sola scheda. I seggi proporzionali venivano assegnati, per tener fede alla Costituzione, su base di circoscrizioni regionali, dove i candidati uninominali di ogni coalizione venivano raccolti in un’unica lista. Al termine delle elezioni i voti di tutti i candidati uninominali della regione venivano sommati, e da queste somme venivano sottratti i voti di chi, nello stesso gruppo, aveva vinto nel collegio uninominale (il cosiddetto scorporo totale). Stabiliti i seggi da assegnare per regione, si calcolava così quale dei candidati sconfitti nell’uninominale avesse avuto, al netto dei voti sottratti la percentuale più elevata.

I molti difetti del sistema: dai paracadutati alle liste civetta – Un sistema decisamente complesso, che non mancava di presentare difetti, di cui uno estremamente grave. Lo stesso Pannella, che con il suo referendum aveva spinto verso questa riforma, era stato molto critico a causa della parte proporzionale, che tradiva l’idea del maggioritario, portata avanti dai Radicali. Inoltre, il sistema favoriva la creazione di coalizioni, con i candidati dell’uno o dell’altro partito che venivano assegnati nei collegi a loro più favorevoli (definite attraverso la tradizione elettorale delle zone) e paracadutati dove avevano la certezza di essere eletti. Il peccato originale del Mattarellum è però la debolezza dello scorporo, aggirabile attraverso le cosiddette liste civetta Come visto, lo scorporo richiedeva che, a ogni candidato uninominale, corrispondesse una lista equivalente per la parte proporzionale. I partiti aggirarono il sistema della Camera collegando i candidati uninominali a queste liste civetta, mentre le liste “classiche” di partito correvano indipendentemente. Si poteva così evitare lo scorporo: in pratica queste liste non subivano nessuna sottrazione di voti, annullando, di fatto, il sistema di ridimensionamento del maggioritario. Tra l’altro, beffa nella beffa, questo problema aprì ad ulteriori difetti, come quello che, nel 2001, portò Forza Italia a “perdere” 12 parlamentari perché non vi erano state abbastanza associazioni con l’uninominale (seggi che non furono poi più assegnati, in una decisione della Camera piuttosto discutibile).

Il ritorno di moda del Mattarellum – Oggi, dati gli abbondanti problemi della legge Calderoli, si ipotizza con forza, data la difficoltà a trovare un accordo, di ritornare al Mattarellum. Di certo è innegabile il vantaggio di poter scegliere in maniera molto più diretta i propri parlamentari. Ma allo stesso tempo tutti questi problemi mostrano come il sistema sia ben lungi dall’essere perfetto per il nostro Paese. Lo stesso Roberto Giachetti, titolare della mozione che permetterebbe il ritorno a questo sistema, ha spesso ricordato la sua natura provvisoria e la necessità di un vero accordo su una legge elettorale nuova e realmente funzionale. Senza contare che, data la frammentazione politica attuale, anche questo sistema pare non essere in grado di permettere la governabilità senza il bisogno di intese tra partiti, più o meno larghe. In ogni caso, il centro-destra prese, alla vigila delle elezioni del 2006, una decisione molto più politica che tecnica, quando decise di approvare il cosiddetto “Porcellum”. Ma questo lo vedremo nel prossimo articolo.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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