Il matrimonio coatto di Mps

20/11/2014 di Enrico Casadei

Per superare i propri problemi la banca senese avrebbe bisogno di diventare più grande

All’alba del 2015 l’Italia ha diversi problemi e Banca Monte dei Paschi di Siena è uno di questi. La problematica banca toscana ha bisogno di aiuto. Ma sarebbe molto meglio per la banca e per l’Italia se tale aiuto venisse da una fusione, piuttosto che da un singolo investitore, per quanto ricco possa essere. Il motivo è molto semplice: la strada della raccolta fondi è già stata battuta più volte senza successo. Come disse  Einstein:  la follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi.

Come noto, MPS è sull’orlo di una crisi di nervi già dalla disastrosa incorporazione di Antonveneta nel 2007, i rimasugli lasciati dalla divisione di ABN Amro da parte di Royal Bank of Scotland e Santander. Dopodiché le cose non hanno fatto che peggiorare. Oggi la banca italiana è stata il più grande fallimento degli Stress Test di ottobre nonostante la massiccia ricapitalizzazione estiva di 5 miliardi di euro. Di conseguenza oltre a prescrivere un rafforzamento di capitale per ulteriori  2,5 miliardi, dalle ultime analisi è emersa la necessità di nuove coperture per oltre un miliardo, quasi interamente spesato nel terzo trimestre (che non a caso si è chiuso in rosso per 1,15 miliardi). Tuttavia, si tratta di misure che manterranno MPS sul bordo del burrone e non le daranno certo lo slancio per risorgere.

Alessandro Profumo, presidente del Monte dei Paschi di Siena.
Alessandro Profumo, presidente del Monte dei Paschi di Siena.

Tornando al tema, comunque, quello che davvero importa per un ipotetico compratore sarebbe la completa applicazione delle norme di Basilea 3, che dovrebbe entrare in vigore completamente nel 2019. Il problema sta nel capitale di bassa qualità registrato da MPS, come l’avviamento e gli asset considerati prima delle tasse, che deve essere rimosso dal calcolo secondo le nuove norme più severe. In tale caso il capital ratio negativo passerebbe al -3,5% dal -0.9%.

Ad ogni modo il capital plan, sottoposto sia alla Bce che alla Commissione europea, ha ricevuto venerdì scorso luce verde da Bruxelles. Oltre alla ricapitalizzazione, la banca ha messo in scaletta anche misure di capital management, stimate in circa 220 milioni, rappresentate da “cessioni di partecipazioni non core e attivi del portafoglio proprietario ad alto assorbimento patrimoniale, senza impatti significativi sulla redditività prospettica della banca“. Insomma, nulla di nuovo.

Pertanto adesso che MPS ha quantomeno eguagliato le indicazioni dei regolatori europei sugli aumenti di capitale, dovrebbe finalmente dedicarsi alla ricerca di un compratore. Compratore che le permetterebbe di evitare ulteriori scivoloni. Eppure, chiunque prendesse MPS dovrà verosimilmente sostenere il capitale risultante. Chiaramente al gruppo così composto sarebbe più facile raccogliere fondi ad un prezzo migliore, infatti gli investitori sarebbero più tranquilli nel partecipare ad una banca più grande e solida piuttosto che a MPS da sola.

Malgrado ciò, offerenti stranieri potrebbero essere messi da parte da fattori normativi: diventare più grandi, così come prendere rischi sull’esecuzione dell’affare, potrebbe infatti cambiare l’opinione del regolatore europeo su quanto capitale è necessario. Infatti proprio le banche maggiori, quelle c.d. ad importanza sistemica, prendendosi carico di MPS correrebbero tale rischio. BNP Paribas, per esempio, potrebbe trovarsi tra capo e collo la richiesta di aggiungere un altro mezzo punto percentuale ai suoi requisiti sul capitale se comprasse MPS. Non si tratta certo di una mentina da buttare giù. Per questo sarebbe auspicabile guardare al panorama italiana.

All’interno del sistema creditizio italiano, la maggior parte degli istituti di credito è riuscita a superare gli stress test solo per il rotto della cuffia, anche Unicredit. Infatti, solo due banche di dimensione considerevole hanno mostrato risultati stabili: Intesa Sanpaolo e UBI Banca. In realtà peraltro, solo la prima può fronteggiare questioni di antitrust col sorriso sulle labbra, mentre la seconda potrebbe ricevere notizie spiacevoli in merito.

Tuttavia, il legislatore e il governo italiano dovrebbe incoraggiarne uno. Ciò che in Italia e in altre parti dell’Europa Meridionale scarseggia è la presenza di un prestatore veramente forte che possa trasmettere il credito più efficacemente all’economia reale. Questo è in parte il motivo per cui la BCE inizierà a comprare ABS, asset-backed securities – obbligazioni emesse a fronte di una preventiva cartolarizzazione garantita da attività sottostanti -, indubbiamente questo sarebbe un modo per canalizzare fondi direttamente ai cittadini.

La paura post crisi di banche too big to fail non è certamente un problema in Italia. Sul territorio ci sono infatti centinaio di inefficienti, deboli e piccole aziende di credito. Per aiutare concretamente l’economia servirebbero banche più grandi e stabili. MPS dovrebbe diventare una di queste.

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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