Matilde di Canossa, un’icona del Medioevo

15/02/2014 di Davide Del Gusto

Matilde di Canossa

Per quarant’anni, dal 1076 al 1115, la Grancontessa Matilde di Canossa ricoprì un ruolo di potere  che, nell’Italia di quel tempo, fu talmente autorevole da avere un papa come alleato e un imperatore come nemico. Non va sottovalutato, infatti, il principale motivo della potenza di Matilde, che risiedeva tutto nell’entità spaziale del territorio sotto il suo controllo: uno stato di notevoli dimensioni che si estendeva dal mantovano e dalle Prealpi bresciane fino alla Toscana meridionale, in cui si doveva far fronte a popolazioni tra loro molto eterogenee e, allo stesso tempo, si aveva il controllo sulle vie di comunicazione più importanti tra il mondo germanico e Roma. Proprio per questo motivo, i suoi stessi domini posero più volte, e con delle responsabilità enormi, la magna comitissa davanti a delle scelte che avrebbero pesantemente influito sul destino politico dell’Italia e dell’Europa dei secoli finali del Medioevo. La situazione del tempo era infatti alquanto delicata: nel pieno della cosiddetta “lotta per le investiture” si trattava di decidere se assumere un ruolo di mediazione tra l’Impero e il papato o schierarsi apertamente con uno dei due.

Matilde di CanossaMatilde nacque nel 1046 in una famiglia di origini longobarde che era riuscita ad ottenere numerosi titoli nobiliari e ad estendere il proprio controllo su un’ampia parte dell’Italia centro-settentrionale, grazie alla fedeltà dimostrata dai suoi avi agli imperatori. All’età di trent’anni ereditò, suo malgrado, tutti i territori e i titoli accumulati nel tempo dalla sua famiglia: già nel 1052 erano morti suo padre Bonifacio (probabilmente assassinato durante una battuta di caccia), il fratello Federico e la sorella Beatrice, e nel 1076 era venuta a mancare la madre, Beatrice di Lotaringia. Proprio negli anni in cui Matilde fu costretta a prendere sulle proprie spalle la pesante eredità di famiglia, lo scontro tra papa Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV raggiunse il suo apice: si ritrovò così, suo malgrado, dinanzi a una politica intricata, creata da forze potenzialmente più potenti di lei.

Nel rigido inverno del 1076, dunque, a Worms, i vescovi tedeschi riuniti in assemblea, per volontà di Enrico IV, dichiararono deposto il pontefice; la reazione di Roma non si fece attendere: l’imperatore venne scomunicato il 22 febbraio di quell’anno. In uno dei momenti più critici e delicati per la Cristianità, proprio Matilde fece da ago della bilancia nella contesa tra Gregorio VII ed Enrico IV: tra il 25 e il 28 gennaio del 1077 a Canossa, nel castello ritenuto tra tutti il più sicuro della Grancontessa, al cospetto del potentissimo abate Ugo di Cluny, l’imperatore venne riammesso dal papa nella comunità dei fedeli, dopo tre giorni passati facendo penitenza nella neve fuori dal maniero e grazie alla mediazione della stessa Matilde e di sua suocera Adelaide di Susa.

A partire da questo episodio ella cominciò ad avvicinarsi sempre più al pontefice, soprattutto a causa della ripresa della lotta contro Roma da parte dell’imperatore: una volta tornato in Germania e organizzato un esercito, Enrico IV invase più volte l’Italia dal 1080 al 1092, transitando, per forza di cose, nel territorio di Matilde. Le sue prime discese vennero respinte a fatica dai vassalli della magna comitissa. A ciò si aggiunse la crescente ostilità di alcune città padane e toscane verso il dominio della donna; un esempio valga su tutti: quando nel 1091 Mantova venne presa dai soldati germanici, la città interruppe i rapporti con la Grancontessa per ben ventiquattro anni, nonostante fosse la capitale del suo stato sin dai tempi di Bonifacio, che lì era sepolto. È questo un episodio che potrebbe risultare di poco peso, ma va considerato invece come un segnale di un grande cambiamento in atto che la stessa Matilde non era stata in grado di comprendere fino in fondo: ella si sentiva di appartenere ancora e pienamente a un mondo propriamente feudale, del quale erano stati grandi protagonisti il castello, la chiesa e il monastero; ora, invece, dopo secoli, si stava risvegliando sempre più diffusamente il sentimento cittadino, in un processo che avrebbe portato al capovolgimento dello status quo creatosi nei secoli precedenti e alla supremazia delle città sul mondo rurale.

Proprio grazie ai numerosi castelli, però, e ai suoi fedeli vassalli, che si ritrovarono compatti nella decisione di combattere il comune nemico, nel 1092 Matilde riuscì ad ottenere la definitiva vittoria sull’esercito germanico, annientandolo sui colli bolognesi, a Monteveglio. Finalmente trionfatrice, si dedicò per il resto della sua vita a rafforzare quanto più possibile i suoi numerosi feudi, sia per ringraziare l’appoggio dei suoi vassalli, fedeli nel momento del bisogno a differenza dell’ambiguo mondo cittadino, sia specialmente dal punto di vista delle opere di carità: costruì chiese, monasteri, ricoveri per i poveri e gli ammalati; contribuì inoltre alla fondazione dell’Università di Bologna.

Matilde di CanossaMa tutta questa gloria ebbe, purtroppo, degli spiacevoli retroscena personali. Morti nel frattempo due dei personaggi a lei più vicini, Gregorio VII e Anselmo, vescovo di Lucca, ella dovette rassegnarsi alla sua solitudine e alla mancanza di un erede. Il primo matrimonio con Goffredo il Gobbo, sposato nel 1069, si risolse con la fuga di Matilde a Canossa nel 1072. Dopodiché, nel 1088 sposò, quarantatreenne e per ragioni meramente politiche, il sedicenne Guelfo di Baviera che, però, la abbandonò nel 1095. Nel 1099, infine, adottò il conte Guido Guerra come figlio, pur di sottrarsi alle crescenti maldicenze dei suoi detrattori filoimperiali, che avevano da parecchio tempo costruito improbabili relazioni amorose della Grancontessa con Anselmo di Lucca e con lo stesso Gregorio VII.

Matilde morì a causa della gotta nella notte del 24 luglio 1115, dopo aver pregato nella cappella di San Giacomo a Bondanazzo, un piccolo villaggio del Reggiano. Aveva scelto di vivere gli ultimi mesi della sua vita a poca distanza dal monastero di San Benedetto di Polirone, il più grande fatto costruire dalla sua famiglia e al quale ella aveva elargito consistenti benefici scritti su una pergamena che, personalmente, aveva adagiato sull’altare della chiesa in una solenne cerimonia: in quel documento rinunciava a tutti i suoi diritti sul monastero e sulle sue terre. Proprio lì venne sepolta, finché le sue spoglie non vennero traslate a Roma nel XVII secolo, ove trovarono la loro definitiva collocazione nella Basilica di San Pietro.

Il mito di Matilde sarebbe rimasto a lungo nell’immaginario collettivo. Quando era al culmine della sua potenza, affidò a Giovanni da Mantova la redazione di un Commento al Cantico dei Cantici: l’autore, lodando la vita contemplativa che svolgeva la sua committente, non risparmiò di appellarla “Sposa di Dio”, ponendola così al di sopra di tutte le creature. Ma soprattutto, non va dimenticata l’opera del monaco Donizone, che scrisse, poco prima del 1115, un lungo poema in onore della famiglia dei Canossa e, ovviamente, di Matilde: qui la vediamo dipinta non come una guerriera, ma come una donna colta, saggia, abile mediatrice, una delle persone più dolci che fossero mai nate e a cui era degna cosa rendere omaggio. Solo successivamente, in piena Controriforma, sarebbe sorta la consuetudine di raffigurarla armata, come degna protettrice della Chiesa e del papa, in un periodo in cui Roma aveva la necessità di fare suoi i simboli e i personaggi che avevano fedelmente prestato servizio alla difesa della Cristianità.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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