Match tra renziani nell’Emilia (un po’ meno rossa)

29/08/2014 di Edoardo O. Canavese

Il derby tra Richetti e Bonaccini per la presidenza della regione segna il tramonto della ditta bersaniana

Partito Democratico, regionali Emilia

La condanna in appello dell’ex presidente Vasco Errani ha inaugurato la corsa alla successione di uno dei più pesanti fortini della sinistra. Senze candidati unitari, sono scesi in campo Richetti e Bonaccini. Pezzi da novanta del renzismo, in corsa per la conquista della rossa, bersaniana, Emilia Romagna. Un derby, che segna il tramonto della “Ditta” di Bersani, nella sua regione e a Roma. E che potrebbe creare non pochi imbarazzi al premier.

In principio fu la Ditta – Quella di Bersani, quel Pd casalingo al profumo di Sangiovese che rivendicava l’identità emiliano-romagnola di una sinistra nazionale altrove deboluccia e che superava l’imbarazzo di una classe operaia ormai nei suoi confronti frigida mostrandosi a braccetto del mondo Coop. Poi venne Renzi, e la Ditta fallì. Prima a livello nazionale, con la sconfitta al congresso, quella molto più profonda in occasione delle primarie della segreteria, quella più sofferta con la cacciata di Letta, già vice della segreteria di Bersani. Infine, in Emilia Romagna. Già, la Ditta rischia di scomparire proprio laddove nacque, e ad opera di due uomini che, chi più chi meno, abbandonarono la Ditta per Renzi: Matteo Richetti e Stefano Bonaccini.

Renziano vs neo renziano – Richetti e Bonaccini, candidati alla presidenza della regione Emilia Romagna dopo le dimissioni del condannato, personificano perfettamente la composizione del nuovo Pd del premier. Il primo è l’archetipo del renziano, cattolico, cresciuto nella Margherita, rompiscatole in veste di presidente dell’Assemblea Regionale emiliana su indennità, costi di funzionamento dell’aula, vitalizi, anche in opposizione col proprio gruppo. Il secondo è un renziano della “seconda” ora poiché naufrago dell’offerta “Bersani 2013”, uomo dell’apparato poiché segretario regionale, oggi presta sovente il proprio volto a Tg e platee per il proprio presidente del Consiglio: di lui si ricorda la partecipazione alla Festa di Sel dello scorso gennaio, quando si prese i fischi destinati all’assente Renzi. Il quale, un derby tra fedelissimi, se lo sarebbe risparmiata volentieri.

Matteo RenziTramonto bersaniano? – La battaglia per la successione di Errani offre interessanti spunti sugli equilibri politici interni al Pd. Renzi pare ormai aver fagocitato quella malpancista resistenza bersaniana, incapace perfino di dettar legge nel fortino Emilia Romagna, al punto da permettersi la battaglia intestina tra due pesi massimi del proprio cerchio magico. Bersani e i suoi, in Parlamento, stanno lentamente sfumando, silenziati dalla più ficcante (e palese) opposizione civatiana, ma non possono dirsi completamente digeriti. L’autunno caldo cui attende il governo, con scadenze economiche da far tremare i polsi, vedrà realisticamente l’aprirsi di un acceso dibattito coi sindacati, in particolare con la mai doma Cgil della bersaniana Camusso, che potrebbe diventare vulcanico sul Jobs Act, considerata la freddezza “fassiniana” della Ditta sul liberismo renziano.

Allarme spargimento voti – E dire che lo scontro si poteva evitare. Il sindaco di Imola, era stato proposto come candidato unitario, sponsorizzato da quel che rimane della Ditta e non così indigesto a Renzi, ma il partito locale s’è diviso, e prima Richetti, poi a ruota Bonaccini hanno aperto la battaglia per la presidenza. Scatenando le perplessità di chi, tra gli osservato, ha visto nelle primarie renziane un match fratricida. Sull’argomento il premier si è diplomaticamente espresso con un “Sarà una bella gara, voglio loro molto bene”, ma già tra i big del partito nazionale si cominciano ad evidenziare importanti endorsement, come quelli del ministro Franceschini e del sottosegretario alla Presidenza Delrio per Richetti, a cui seguirà quello di Bersani, per il quale si prevede un allineamento alla candidatura di Bonaccini. E’ però il vicesegretario Pd Debora Serracchiani ha mettere in guardia i concorrenti: “Stop ai personalismi, il partito non può permetterseli”. Un giro di parole per avvisare di evitare spargimenti di voti a livello regionale, ma soprattutto consensi su scala nazionale.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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