Martha Argerich, una maestra del pianoforte a Rimini

11/09/2016 di Redazione

Una serata all'insegna della vera bellezza musicale, all'Auditorium Sala della Piazza Palacongressi di Rimini, per la 67° edizione della Sagra Musicale Malatestiana. Protagonista in assoluto la maestra pianista argentina Martha Argerich, considerata una delle massime interpreti femminili del pianoforte

Martha Argheric

Una serata all’insegna della vera bellezza musicale, all’Auditorium Sala della Piazza Palacongressi di Rimini, per la 67° edizione della Sagra Musicale Malatestiana. Protagonista in assoluto la maestra pianista argentina Martha Argerich, considerata la massima interprete femminile del pianoforte. Insieme alla giovane pianista Theodosia Ntokou e la Youth Orchestra of Bahia diretta da Ricardo Castro. Un successo da stadio, con gente in piedi ad acclamare i protagonisti della serata, compreso il giovanissimo direttore d’orchestra brasiliano, che ha sostituito il direttore d’orchestra titolare negli ultimi tre brani di bis sul folklore brasiliano.

Un concerto ricchissimo, pieno di emozioni, che è iniziato con la meravigliosa suite dal balletto Estancia di Ginastera: racconta la storia di un ragazzo di città che si innamora della giovane figlia di un allevatore. In un primo momento, la storia d’amore è unilaterale, perchè la ragazza non stima il ragazzo, almeno in confronto con gli intrepidi gauchos, finchè le cose cambiano diametralmente nella scena finale. La composizione è stata eseguita in maniera equilibrata dai circa cento elementi, tutti giovanissimi, dello stato brasiliano di Bahia che, attualemnte, sta formando anche fra giovani direttori d’orchestra, oltre che esecutori, 4860 allievi. L’atmosfera argentina del compositore è emersa sotto la vigile direzione di Ricardo Castro, con momenti di forti ritmi tonali e momenti di dolci visioni delle sublimi atmosfere di Buenos Aires. Sembrava di entrare, come spettatore, nel mondo labirintico e magico di Borges e di tutta quella cultura sudamericana che, al melodismo, contrappone momenti di frenato dinamismo musicale e di ritmi iperreali.

È poi entrata in scena Martha Argerich, con la sua splendida figura e personalità artistica nonostante i suoi 75 anni. Un aneddoto: quando tenne il suo ultimo concerto a Pesaro, secondo la testimonianza del Presidente dell’Ente Concerti di Pesaro, Guidobaldo Chiocci, l’Argerich, arrivata a Pesaro in tarda serata, dopo la sosta della cena e di un breve riposo, si fece dare le chiavi del Teatro Rossini alla vigilia del suo concerto e chiese il sistema di accensioni delle luci del teatro per poter suonare dalle tre di notte alle dieci del mattino, ininterrottamente e nel silenzio assoluto e surreale del teatro stesso. Ha eseguito, a Rimini, il meraviglioso Concerto in Sol Maggiore per pianoforte ed orchestra di Ravel, cominciato dal compositore subito dopo il suo viaggio negli Stati Uniti, viaggio che intraprese nel 1928. Gli era stato da poco diagnosticata una malattia cerebrale che lo avrebbe portato alla morte, dieci anni dopo. Nonostante ciò, questo fu uno dei periodi più prolifici per Ravel, che contemporaneamente aveva composto, oltre al “Concerto per pianoforte per mano sinistra“, il celebre “Bolero“. Inoltre stava studiando attentamente due brani molto dissimili tra loro: il Mozart del Quintetto per clarinetto e archi e Saint-Saens.

Per quanto concerne lo stile, questo pezzo non si stacca molto dalla sua precedente produzione in quanto a colori e a disegno musicale, è invece agli antipodi del Concerto per la mano sinistra: quest’ultimo improntato alla drammaticità e al cupo tormento artistico, il primo invece felice, allegro, e, sebbene attraversato da quella vena malinconica che caratterizza il secondo movimento, in generale fresco e spumeggiante. L’orchestrazione leggera e raffinata, definita dalla scelta del minor numero di strumenti scelti però in tutte le famiglie musicali (4 ottoni, diversi tipi di legni, pochi archi e molte percussioni, ridotte sul palco rispetto all’organico iniziale) pongono questo concerto da tutt’altra parte rispetto al Concerto per la mano sinistra. L’armonia è tipica di Ravel, così come l’orchestrazione, ma gli influssi di altre musiche, oltre che dell’impressionismo e della tradizione concertistica per orchestra, si sentono ben presenti: c’è anche un po’ del jazz che Ravel conosceva da molto tempo ma solo con il viaggio negli Stati Uniti aveva toccato con mano (la cosiddetta “scala blues” che è utilizzata nel primo movimento); inoltre si percepiscono pienamente le melodie e i ritmi baschi. Il concerto si articola in tre movimenti: Allegramente (sol maggiore), Adagio assai (mi maggiore), Presto (sol maggiore). Il primo e l’ultimo movimento contengono dei vivaci spunti tratti da una progettata ma mai realizzata fantasia per pianoforte e orchestra intitolata “Zaspiak bat” (“Le sette province“), con giochi orchestrali fatti di cadenze jazzistiche, colpi di percussione (dai più animali come l’iniziale colpo di frusta ai rintocchi di triangolo) costituiscono il primo e l’ultimo movimento, in un contesto che qualcuno ha associato alla coeva “Rapsodia in blue” di George Gershwin.

Il secondo movimento invece è un dolcissimo adagio, condotto quasi esclusivamente dal pianoforte della Argerich, in cui ha raggiunto momenti di celestiale bellezza per il suo tocco raffinato e elegante ed una gestualità pianistica che sembrava abbracciare la tastiera, nonostante il suo avambraccio fosse quasi un ramo d’ulivo che si collegava al tronco del pianoforte, come un naturale prolungamento della pianista: i pochi interventi orchestrali sono affidati alle armonie degli archi e ai giochi di luce di 5 legni (flauto, oboe, corno inglese, clarinetto e fagotto) in un’alternanza musicale post-impressionista e pienamente novecentesca. Completamente assenti gli ottoni e le percussioni. La Argerich ha saputo coniugare le sue conoscenze interpretative della musica europea soprattutto nel secondo movimento con influssi americani jazzistici e sudamericani, ottenendo applausi a scena aperta. Nella seconda parte del concerto, un altro momento musicale di grande intensità emotiva, si è raggiunto con il Concerto in re minore per due pianoforti ed orchestra del compositore francese Poulenc. Il primo movimento è caratterizzato da un’esuberanza venata di malinconia e segnata da diversi passaggi ironici, tipici di Poulenc (egli stesso dichiarerà che il Concerto è “puro Poulenc”). Non è assente un certo richiamo al neoclassicismo, seppur paradossalmente associato alla verve del music-hall. Nel secondo movimento, l’ultima parte del primo tema, introdotta da un segnale delle nacchere e da una breve modulazione dei violoncelli, è costruita attorno ad un dolcissimo moto perpetuo ispirato alle sonorità del gamelan balinese che Poulenc aveva ascoltato alle Esposizioni coloniali di Parigi del 1931.

Il Larghetto è un movimento, dal temperamento fresco e allegro, chiaramente ispirato al classicismo mozartiano del Concerto per pianoforte e orchestra n. 26 e al punto di riferimento per ogni concerto per due pianoforti: il Concerto per due pianoforti e orchestra K365 in Mi bemolle. Nonostante il richiamo sia al classicismo viennese non sono assenti gli spunti musicali prettamente francesi, sia nelle melodie che nell’orchestrazione, che alterna il solismo dei due pianoforti soli al dispiegamento di tutta l’orchestra. Il terzo ed ultimo movimento, Allegro molto, richiede un’ampia capacità d’insieme, in quanto sia l’orchestra che i pianoforti suonano spesso insieme, alternando melodie orchestrate ad effetti rumoristici (come il pianoforte insieme alle nacchere), brevissimi temi a spostamenti timbrici molto veloci. Nemmeno in questo movimento si sente la mancanza di quella ironia, sempre accompagnata alla malinconia, poulenchiana, che molto rapidamente portano ad un finale improvviso ma travolgente. Le due interpreti pianiste, Martha Argerich e la giovane Theodosia Ntokou, hanno dato il massimo a livello interpretativo, anche se si è notata una differenza fra la maestra e l’allieva, che ha eseguito in maniera più tecnica ma non meno sentita. Al termine dell’esecuzione, la Ntokou ha baciato la mano della sua maestra, in segno di riverenza e, sicuramente, di gratitudine.

Ultimo brano in programma ma certamente dalle emozioni trascendentali, L’uccello di fuoco suite dal balletto op. 20 di Igor Stravinsky e consiste in un atto e due scene rappresentato per la prima volta il 25 giugno 1910 all’Opéra di Parigi. La partitura doveva essere scritta, in un primo tempo, da Liadov, ma egli desistette lasciando il posto a Stravinskij. In un primo tempo fu scritta a San Pietroburgo la partitura per pianoforte e in seguito venne orchestrata dal compositore nell’aprile del 1910. L’opera è dedicata a Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov. È il primo grande balletto del musicista russo, seguito di lì a poco da Petruška nel 1911 e da La sagra della primavera nel 1913, anch’essi commissionati da Diaghilev. Ispirata a una fiaba russa, la storia vede lo scontro tra due elementi antitetici: un mago immortale di nome Kašej, in grado di pietrificare gli esseri umani (simbolo del male), e un uccello di fuoco col potere di sfatare gli incantesimi del mago. Gli unici personaggi umani risultanoIvan Zarevič e la principessa prigioniera dell’orco. Ivan, grazie ad una piuma magica donatagli dall’Uccello di fuoco, riuscirà a liberare le principessa costringendo Kašej a danzare fino allo sfinimento. Da un punto di vista strettamente musicale, ne L’Uccello di fuoco troviamo violoncelli e contrabbassi che intonano in sordina un tema cupo, poi le terzine veloci degli archi e i legni che preannunciano la comparsa dell’uccello di fuoco. A detta dell’autore, la danza della creatura benefica sarebbe il pezzo più riuscito dell’opera, quando cioè il corteo delle principesse viene reso con lenta maestà dagli archi. Il tema della principessa è mesto (clarinetti, flauti e violino a solo o in gruppo). Un crescendo di fagotti e tromboni annuncia la venuta di Kasej, mentre la “danza infernale dei sudditi di Kasej” rappresenta le tenebre attraverso un’orchestra d’archi in flautando coadiuvata da rulli di grancassa, archi, legni e tremolo di timpani.

Paolo Montanari e Marta Fossa

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