Marini Presidente? I rischi e un’istituzione messa da parte

18/04/2013 di Federico Nascimben

Accordo fra PD e PDL per Marini Presidente
Il nome di Marini, frutto di un accordo tra PD e PDL

Elezione del Capo dello Stato – Per eleggere Marini come prossimo Presidente della Repubblica, stando all’art. 83 della nostra Costituzione, è necessaria una maggioranza dei due terzi (672 voti) nelle prime tre votazioni, mentre dalla quarta in poi basterà la maggioranza assoluta (504 voti). Il numero dei grandi elettori è pari a 1007 fra Senatori, Senatori a vita, Deputati e delegati regionali. I numeri per un’elezione condivisa fra i tre poli – sulla base dell’accordo trovato ieri pomeriggio – ci sono: è possibile che già al termine della prima votazione si trovi l’accordo nel primo pomeriggio di oggi. Infatti, sommando i voti delle tre coalizioni si arriva a 835 e, anche depurando il numero dai “dissidenti”, questo dovrebbe essere comunque superiore alla maggioranza richiesta nei primi tre turni. In caso contrario da venerdì pomeriggio sarà sufficiente la maggioranza assoluta.

Il lento logorio che ha caratterizzato queste settimane – Il lavorio che c’è stato per trovare un accordo condiviso rende l’idea delle difficoltà susseguitesi nel ricercare un nome che metta d’accordo tutti. Lo stallo assoluto ha caratterizzato gli oltre cinquanta giorni passati dall’inizio della XVII legislatura. Una guerra di posizione e reciproco logorio, in cui vince chi riesce a far logorare prima l’avversario. L’impressione (anzi, la quasi certezza) è che sia stato il centrodestra a riuscire in quest’intento.

Le divisioni interne al centrosinistra – La “gatta da pelare”, in una situazione del genere, dopo una settimana al veleno fra Renzi e la classe dirigente del partito, è tutta in casa PD. Mentre gli appelli all’unità si sprecano, è indubbio che il nome di Marini abbia spaccato il partito, nei giornali infatti si legge che al termine della riunione di ieri sera si sono sì registrati 222 voti favorevoli da parte dei grandi elettori del centrosinistra, ma ben 90 voti contrari (soprattutto renziani) e 21 astenuti. Senza contare che i rappresentati di SEL hanno lasciato la discussione in polemica con la linea del Segretario e hanno deciso di convergere sul nome di Rodotà, indicato dal M5S.

Una decisione difficile da comprendere – Risulta quindi difficile comprendere la scelta del Segretario, se questa (come tutto lascia intendere) verrà confermata ufficialmente quest’oggi. A questo punto, la situazione creatasi lascia intendere che Bersani voglia presentarsi alle Camere per formare un Governo di minoranza – avallato naturalmente dal nuovo Capo dello Stato – con l’astensione (e/o l’uscita dall’aula) del centrodestra, oppure – meno probabile, a mio avviso – di una grande coalizione con i tre poli. Ma se le cose andranno così, non era forse più utile per il Paese mettersi a lavorare sin dal primo giorno dopo le elezioni nella ricerca di una soluzione condivisa? Perché perdere quasi sessanta giorni? E, soprattutto, perché spaccare partito e coalizione di centrosinistra in questo modo?

Alcune spiegazioni e molti dubbi – Sappiamo – come detto – che la prima ipotesi di Bersani è la formazione di un Governo di minoranza, soluzione che però Napolitano non aveva avallato. Ma sappiamo anche che Renzi nei giorni scorsi aveva fortemente criticato la scelta di Marini. La soluzione ricercata sembra quindi quella di mettere al palo l’opposizione interna al partito, capeggiata come noto dal Sindaco di Firenze e, contemporaneamente, ricercare nuovamente la scelta originaria di far nascere un Governo di minoranza a guida Bersani. Ma tale decisione rischia di avere delle forti ripercussioni interne, dato che al fronte dei contrari “illustri”, oltre a Renzi, si sono aggiunti Marino e Serracchiani; e persino uno come Orfini si è detto contrario alla candidatura di Marini “perché divide il PD”. Sicuramente, però, il dubbio più forte riguarda l’equilibrio venutosi a creare tra i principali partiti che sostengono quel nome: se il nome dell’ex Presidente del Senato è sostenuto con tanta fermezza dal centrodestra e divide il centrosinistra, pur provenendo questi dalle file del PD, verrà visto dall’opinione pubblica come un Presidente di centrodestra. Arriveremmo perciò all’assurdo.

Una scelta che non tiene conto dell’importanza dell’istituzione – In mezzo a tutto questo però, ciò che più dovrebbe preoccupare, è il rischio che la Presidenza della Repubblica – e l’istituzione in sé – escano delegittimate in una situazione così tesa e complicata, frutto di reciproche contrapposizioni e veti. Sembra una decisione presa appositamente per non tornare ad elezioni e permettere la nascita di un Governo Bersani. Il Paese è stato messo da parte per far nuovamente spazio alle scelte di partito del segretario PD e di Berlusconi. Non si è tenuto conto del valore e dell’importanza della prima carica dello Stato, che nella nostra democrazia parlamentare è prima di tutto l’arbitro del gioco, e l’arbitro deve sempre apparire come terzo ed imparziale. A partire dalle precondizioni che portano alla scelta del nome.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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