Marina Abramovic e il MAI: è arte?

25/08/2013 di Iris De Stefano

Moltissimo se ne sta parlando negli ultimi mesi, ma per chi la segue già da prima che diventasse famosa al grande pubblico, Marina Abramovic sembra aver perso qualcosa di quello che la rendeva unica.

Le origini – Nata a Belgrado nel 1946, già all’inizio della sua carriera, si segnalò per delle performance tanto estreme da portarle a dire che nel disperato tentativo di trovare dell’arte, l’aveva quasi mancata. Elemento centrale delle esibizioni, a cui resterà legata per tutta la sua carriera, sarà il corpo, inteso come mezzo di espressione caratterizzante la sua forma d’arte e infatti come in un’intervista al Corriere della Sera ha spiegato: “sono cresciuta in un ambiente in cui tutto era facile: appartenevo alla borghesia rossa jugoslava e vivevo un opprimente senso della proibizione. Per diventare davvero creativa avevo bisogno di dolori, di sofferenze, di situazioni difficili. È quel senso del dramma che appartiene all’anima slava, e che si manifesta in letteratura, in poesia, in musica, in arte. Anche da queste radici è nato il mio bisogno di usare il corpo nelle performance. Per me è stato essenzialmente uno strumento: per diffondere messaggi, utopie.” Inizia con il colpire lo spazio tra ogni dito della sua mano con un coltello procurandosi numerosi tagli (Rhythm 10, 1973 ), continua con il dar fuoco ad una stella, simbolo di Tito e svenire dai fumi inalati mentre giace all’interno stesa (Rhythm 5, 1974 ) arriva all’estremo quando, ferma immobile in una galleria napoletana, accetta che le si possa fare qualsiasi cosa con 72 oggetti disposti su un tavolo vicino, con il pubblico prima intimorito che acquisisce sempre più audacia, ferendola, sporcandola e addirittura puntandole una pistola alla tempio (Rhythm 0, 1974).

Con Ulay – Uno dei periodi più fertili fu sicuramente quello in compagnia –sentimentale ed artistica- di Frank Uwe Laysiepen, più conosciuto come Ulay. Performance come Breathing In/Breathing Out del 1977 in cui i due respirano l’uno nella bocca dell’altro fino ad esaurire l’ossigeno disponibile o Imponderabilia dello stesso anno in cui restano in piedi, uno di fronte all’altro, sulla soglia di una porta, completamente nudi, costringendo così il pubblico a dover scegliere da che lato porsi per passare, sono solo alcune delle opere che li renderanno famosi. L’atto finale della loro relazione si svolse nel 1988 quando,  l’uno partendo dal deserto del Gobi e l’altra dal Mar Giallo, percorsero la Grande Muraglia, incontrandosi al suo centro e invece di sposarsi, come era stato programmato otto anni prima, chiusero ogni rapporto.

Relation in space (1976).
Relation in space (1976).

La maturità e il MAI – Marina Abramovic divenne sempre più famosa a livello internazionale per la crescente e innovativa interazione con il pubblico, grazie alle collaborazioni con alcuni grandi musei (come il MOMA) o marchi di moda (Givenchy), fino alla diffusione di The Artist is Present, documentario girato proprio al MOMA di New York nella primavera del 2010 dove la Abramovic è stata seduta per 736 ore e 30 minuti, muta e intoccabile, mentre di fronte a lei si alternava il pubblico del museo. L’esibizione ebbe un successo enorme, con file chilometriche e spesso di intere notti per accaparrarsi la possibilità di sedere di fronte all’artista e addirittura, come ha spiegato la stessa Abramovic all’edizione americana dell’Huffington Post, studi scientifici iniziati per tentare di capire per quale motivo la reazione della stragrande maggioranza del pubblico fosse quella di piangere. Dal 2010 in poi la popolarità di Marina è esplosa e oggi ha raggiunto anche un pubblico certamente differente da quello delle origini; qualche settimana fa, per esempio, è stato diffuso un video di LadyGaga intenta a sottoporsi al “Metodo Abramovic”, ovvero una serie di esercizi, quasi tutti svolti nudi, che hanno l’obiettivo di, secondo le parole dell’artista “aumentare la consapevolezza dell’esperienza fisica e mentale del momento presente”. Il video, che ha avuto diffusione virale, è servito per la promozione di una raccolta fondi che dovrebbe concludersi oggi, per la creazione del Marina Abramovic Istitute, non un museo autoreferenziale, ma un luogo dove, sotto la direzione della donna di cui porta il nome, si potranno creare comunioni di idee tra artisti emergenti e non. Le idee di base non sembrano precise, ma è quello che lo rende un museo/accademia in itinere: “il MAI –come spiegato al Corriere- aspira a stabilire un nuovo sodalizio tra idee differenti. Vuole dare opportunità di confronto ad artisti e pensatori. Promuoverà le forme di arte immateriale: installazioni, performance, musica. Ma anche filosofia e scienza. Mi interessa capire come gli artisti sono stati influenzati dalla scienza, e viceversa. Mi stimola il poter far emergere connessioni tra linguaggi e pratiche. Ad esempio, vorrei che si riflettesse sul rapporto tra pittura e neuroscienze.” Lasciati orologio ed effetti personali in un armadietto, indossato un camice bianco si inizierà un percorso di autoconsapevolezza, che durerà come minimo sei ore, con esercizi mentali e non i quali seguono il metodo che l’Abramovic ha studiato nei 40 anni di attività.

L’accoglienza a questa nuova idea è stata, come spesso capita quando si parla di Marina Abramovic, molto diversificata. Il nocciolo è tutto in una domanda: “Cos’è arte? Fino a dove è arte?” per cui ognuno ha una personale risposta. Molti si lamentano poiché sembra che la donna si sia allontanata dall’autenticità dei primi anni, per diventare un’icona pop più che un artista e che l’istituto, per cui è iniziata una colossale raccolta fondi che ha quasi raccolto i 700mila dollari, sia solo un monumento a se stessa ma come tutte le cose che riguardano questa grande artista, per ora, non c’è risposta.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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