Maria Weber, l’attrazione cinese di un’accademica italiana

20/09/2013 di Matteo Anastasi

Quattro anni fa, nel 2009, l’improvvisa scomparsa della professoressa Maria Weber lasciava un vuoto incolmabile nel mondo accademico. Lo lasciava soprattutto in un ramo “nuovo” della ricerca, quello sull’economia cinese, esplorato con vigore solo a partire dagli ultimi anni Novanta e in precedenza lasciato alla competenza di pochi docenti coraggiosi e lungimiranti. Questa cerchia di illuminati era guidata proprio da Maria Weber, in gioventù brillante studentessa di Scienze Politiche nella gloriosa Cesare Alfieri di Firenze. Cresciuta tra le incisive lezioni di Giovanni Sartori ed Ennio Di Nolfo, intraprese la carriera accademica alla fine degli anni Settanta, approdando alla Bocconi col compito di affiancare Giuliano Urbani nei suoi corsi di politica internazionale.

Maria Weber ad una conferenza dell'ISPI.
Maria Weber ad una conferenza dell’ISPI.

La Cina divenne immediatamente terra fertile per i suoi studi. Pechino aveva in quel frangente intrapreso, sotto l’egida di Deng Xiaoping, trasformazioni economiche di cui pochi ma acuti osservatori intesero la portata. La Cina rappresentava allora, agli occhi dei più, un mondo lontano, misterioso, quasi esoterico. E non era d’altronde facile interpretare politiche e programmi ancora densi dei rituali ideologici propri di un regime comunista come quello cinese. «Erano vere riforme o ritocchi cosmetici sul volto di un regime invecchiato? Era possibile introdurre le regole del mercato in un sistema totalitario? Valeva la pena, per un industriale italiano, di tentare la sorte e andare a verificare di persona, con il proprio denaro e le proprie aziende? Quali sarebbero stati gli effetti dello sviluppo economico sul sistema politico comunista?». Queste, riprendendo Sergio Romano, le domande da porsi. E Maria Weber se le pose con eccellente costrutto, facendone, da allora, il cardine delle sue ricerche.

Nel 1996, Vele verso la Cina, primo risultato degli studi sul tema, ebbe da subito un’eco importante, ottenendo il prestigioso Booz-Allen & Hamilton-Financial Times Award. Il XXI secolo la qualificò come uno dei maggiori esperti europei di affari cinesi, responsabile delle ricerche sull’Asia presso l’Istituto per gli studi di politica internazionale nonché research leader dell’Istituto di studi economico-sociali per l’Asia Orientale. Nel 2006 la sua competenza – ulteriormente sciorinata in testi come Il miracolo cinese e La Cina non è per tutti – le consentì la nomina della Farnesina a direttore dell’Istituto italiano di cultura a Pechino, situato nell’originale palazzina progetta dall’architetto Sergio Giocondi nel quartiere di Sanlitun. Vi rimase per un biennio, dando impulso immediato ad attività culturali con accademici ed economisti cinesi e verificando sul campo le sue analisi. La sua scomparsa, a pochi mesi dal rientro in Italia, ha privato gli studenti di magistrali lezioni, gli economisti interessati all’orbita cinese di autorevoli osservazioni e il mondo universitario di importanti pubblicazioni che, con tutta probabilità, l’esperienza pechinese le avrebbe permesso di redigere.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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