Margherita Sarrocchi, quando le pari opportunità si conquistavano sul campo

05/04/2014 di Silvia Mangano

Margherita Sarrocchi Biografia

Poetessa e scienziata della Roma a cavallo tra XVI e XVII secolo, Margherita Sarrocchi si distinse nei circoli culturali romani per la sua intelligenza straordinaria e per le non comuni doti letterarie, che le procurarono l’ammirazione (e l’invidia) di molti intellettuali dell’epoca.

Di lei abbiamo pochissime informazioni: nata nel 1560 e rimasta orfana da bambina, venne cresciuta dallo zio, il vescovo Guglielmo Sirleto. Questo rimase molto colpito dal fine intelletto che l’enfant prodige dimostrava ogni qual volta la si interrogasse, per questo, quando venne ordinato cardinale da Pio IV, decise di portarla con sé a Roma. Oltre alla consueta educazione ricevuta nel convento di Santa Cecilia in Trastevere, in cui risiedeva e in cui apprese tutte le arti che si addicevano all’istruzione femminile, il cardinale volle che fosse introdotta anche allo studio del Quadrivio (aritmetica, musica, geometria, astronomia). Tra i suoi maestri si annoverano menti brillanti, come il famoso matematico Luca Valerio (1552-1618), definito dallo stesso Galilei «il nuovo Archimede», e il vescovo Rinaldo Corso, da cui apprese la fine arte di far poesia.

Margherita SarrocchiSi cimentò in quasi tutti i campi del sapere: pubblicò il primo componimento poetico a soli quindici anni, tradusse dal greco l’Ero e Meandro di Museo e commentò le Rime di Petrarca. Scrisse un trattato sulla predestinazione (tema ancora sulla cresta dell’onda da quando Lutero aveva gridato il suo non serviam al Papa) e lo affidò a un domenicano perché lo giudicasse, questi rimase allibito, se non altro perché contemporaneamente stava scrivendo un trattato sulle scienze.

Se nello stesso XXI secolo esistono ancora donne con la sindrome da Bridget Jones, figuriamoci come la società dell’epoca potesse disapprovare il nubilato a scopo intellettuale, fu dunque per questo motivo che Margherita decise di convolare a nozze con un certo Carlo Biraghi, accademico romano di cui conosciamo il nome solo grazie al testamento della Sarrocchi. Non si sa per quale assurda legge della natura, le donne più brillanti della storia finiscono quasi sempre in coppia con gli omuncoli più miseri (basti pensare a Caterina la Grande e Pietro III di Russia, Margherita d’Angiò e Enrico VI d’Inghilterra, Carolina Matilde di Hannover e Cristiano VII di Danimarca); sta di fatto, però, che con il matrimonio iniziò una nuova fase della sua vita.

In breve tempo divenne una delle più famose pr romane (per usare un termine molto contemporaneo): la casa della Sarrocchi si trasformò in un ricettacolo di poeti e uomini di scienze, in cui gli intellettuali romani si incontravano per scambiarsi idee e per discutere sui dibattiti culturali all’ordine del giorno. A questi anni, secondo gli studiosi, risale la stesura del suo Scanderbeide, un poema epico in ventitré canti – il primo in Italia scritto da una donna – dedicato al patriota albanese Giorgio Castriota, detto Scanderbeg. Lei stessa ammise che l’opera da cui trasse enorme ispirazione era la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, con cui ebbe una corrispondenza e che in un sonetto le dedicò il sublime pensiero: «Oh! Pur là, dove splende eterno lume / richiamar possa quel volgare stuolo / da cui te, donna, il tuo valor disgiunge».

Oltre ad amicizie illustri come quella col Tasso e con il Galilei, la Sarrocchi ebbe una relazione clandestina, ma non segreta, con Giovanbattista Marino, che non si concluse nel migliore dei modi: continuarono a scambiarsi insulti in rima per diverso tempo.

Prima donna a essere ammessa all’Accademia degli Umoristi, Margherita Sarrocchi si distinse in una società che considerava la donna alla stregua di un bel soprammobile, anche a costo di sembrare un creatura anomala. Non a caso, Cornelio Cattaneo scriverà di lei in questi termini: «O splendore immortal del secol nostro / o delle donne altero, raro mostro». La sua storia è la dimostrazione che non esiste ostacolo culturale o sociale in grado di impedire all’intelligenza, se coltivata con la giusta educazione e incoraggiata con una sana caparbietà, di essere conosciuta e apprezzata.

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Silvia Mangano

Classe 1991. Si laurea con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche – Età moderna e contemporanea alla Sapienza. Frequenta un diploma di perfezionamento in religioni comparate presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e scrive per la rivista di divulgazione storica InStoria.
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