Margherita Sarfatti, la mecenate ebrea amante del Duce

09/02/2013 di Matteo Anastasi

«La missione delle donne è una sola: quella di far figli, molti figli, per dare soldati alla Patria»; «la maternità sta alla guerra come la guerra sta all’uomo»; «la Patria si serve anche spazzando la propria casa». Durante il Ventennio, questi e altri moniti del medesimo tenore erano facilmente visibili sui muri delle città, sulle facciate delle case – in specie di campagna – e persino sulle copertine dei quaderni che le «piccole italiane» adoperavano a scuola. Il messaggio era chiaro: la politica, la guerra e le mansioni di rilievo ai «virili uomini fascisti»; il focolare alle donne.

Tuttavia, nonostante questo acceso e ostentato maschilismo, anche l’universo fascista ebbe le sue stelle femminili. In Inghilterra Diana Mitford sposò Sir Oswald Mosley, fondatore e leader della British Union of Fascists, e ne approvò a tal punto le simpatie nazionalsocialiste che il loro matrimonio, nel 1936, si tenne a Berlino nell’abitazione di Joseph Goebbels e alla presenza di Adolf Hitler. Mai pentita, la Mitford morì, nazista, nell’agosto 2003.

Anche il regime mussoliniano ebbe la sua suffragetta: si chiamava Margherita Sarfatti. Con tutta probabilità il personaggio femminile di maggior rilievo del fascismo italiano, questa elegantissima signora milanese conobbe Mussolini nel suo salotto di corso Venezia, dove era solita ospitare i migliori intellettuali, pittori e scultori italiani del primo dopoguerra. All’anagrafe Margherita Grassini, era nata nel 1880 da una ricchissima famiglia d’origine ebraica, assumendo il cognome Sarfatti dopo le nozze con l’avvocato e militante socialista Cesare Sarfatti. Capace scrittrice, fine intenditrice d’arte, dotata di notevole carisma, la Sarfatti non fu soltanto – per molti anni – l’amante del Duce, la sua confidente, la sua maestra di bon ton, l’arredatrice della sua prima casa romana. Fu anche il suo agente letterario per la stampa anglosassone e, forse – ipotizza Sergio Romano – «l’autrice discreta dell’autobiografia [di Mussolini] che apparve in inglese nel 1928». I tempi non erano ancora maturi per un incarico governativo ma, nell’Italia fascista – sino alla fine degli anni Venti – Margherita Sarfatti svolse un ruolo da vero e proprio “ministro delle Arti”. I suoi amici pittori e scultori – da Carlo Carrà ad Arturo Martini, da Mario Sironi a Piero Marusso – venivano da orientamenti artistici eterogenei e insieme non formavano una “scuola“. Ciononostante la Sarfatti comprese la possibilità di dare una rappresentanza estetica al regime e, nel 1923, espose le loro opere nell’ambito di una sfarzosa e apprezzata mostra alla Galleria Pesaro di Milano. Diede a questo gruppo di artisti il nome “Novecento” e insistette, con successo, affinché la mostra fosse inaugurata in prima persona da Mussolini, per il quale scrisse un breve discorso in cui il presidente del Consiglio si atteggiava a protettore delle arti, pur precisando: «è lungi da me l’idea di incoraggiare qualche cosa che possa assomigliare all’arte di Stato».

Da lì in avanti Margherita Sarfatti ebbe una luminosa carriera pubblica. Partecipò con Arnaldo Mussolini, fratello del Duce, alla Commissione per l’alfabetizzazione e istituì un festival del libro; organizzò alla Permanente di Milano la prima mostra annuale del Novecento; spostò a Milano la rassegna di Monza per le arti decorative e ne fece un evento triennale, aperto alle espressioni della nuova architettura e del design industriale. E a Roma, quando si trasferì con Mussolini nella capitale, inaugurò un salotto presto frequentato dall’alta società italiana dell’epoca. Settimanalmente erano suoi ospiti l’attrice Marta Abba, i pittori Massimo Campigli e Arturo Tosi, il musicista Alfredo Casella, lo scienziato Guglielmo Marconi, gli scrittori Corrado Alvaro, Curzio Malaparte e Alberto Moravia. Tanto successo finì per suscitare le invidie dei “maschi” del regime, dal ras di Cremona Roberto Farinacci al fondatore del Futurismo Filippo Tommaso Marinetti. Dopo qualche anno Mussolini, nel pieno della sua “sindrome da Enrico VIII” – della quale sarebbero state vittime svariate altre donne, da Ida Dalser a Claretta Petacci – si stancò di lei e affidò ad altri, Bottai e Ojetti su tutti, il ruolo di plenipotenziari delle arti. A questo punto, nonostante la conversione al cattolicesimo, l’”Anna Bolena” Margherita Sarfatti, cominciò a essere vittima, soprattutto nella stampa manovrata da Farinacci, di provocazioni antisemite. Alla fine del 1938 lasciò l’Italia per l’Argentina. Rientrò nel 1947, continuando la sua attività di mecenate fino alla morte, che la colse nella sua casa lombarda di Cavallasca – ai piedi del monte Sasso – nel 1961.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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