Travaglio contro Grasso, l’effetto M5S e le ragioni del Presidente

26/03/2013 di Andrea Viscardi

Premetto, quest’articolo, se siete dei grandi sostenitori del Travaglio presente – non tanto di quello passato – non verrà apprezzato particolarmente. Forse, però, potrà servire da spunto per riflettere sul ruolo di un giornalista rimasto probabilmente intrappolato nella sua stessa immagine.

Marco Travaglio e Pietro Grasso
Pietro Grasso e Marco Travaglio

L’intervento – Durante Servizio Pubblico, il giornalista de “Il Fatto Quotidiano”, come oramai tutti sanno, ha portato un durissimo attacco al neo Presidente del Senato Pietro Grasso. I punti fondamentali sono tre. In primis ha sottolineato la non grande differenza tra Schifani e Grasso. Il deputato PdL, infatti, sarebbe stato il ponte – ben accettato dal PD di Veltroni nel 2008 – per l’inciucio tra PdL e opposizione. Nessuno, a sinistra, si oppose allora alla sua nomina, anzi, i complimenti piovvero anche dal Partito ora guidato da Bersani. Ma tutti, già allora, erano ben consapevoli della figura di Schifani. L’ex procuratore antimafia, similmente – definito come un uomo di mondo – si sarebbe sempre tenuto a debita distanza dall’invischiarsi nell’argomento dei rapporti tra mafia e politica, anzi, da procurato a Palermo, avrebbe rimosso tutti i magistrati interessati alla questione. A dimostrazione vi sarebbe, tra le altre cose, il rifiuto di apporre la firma alla richiesta di appello contro l’assoluzione in I grado di Giulio Andreotti, nel noto processo riguardante l’ex leader della DC. Anche per questo sarebbe ben visto dal PdL. Una sorta di ripetizione di quanto avvenne, a parti inverse, nel 2008.  Un personaggio, Grasso, che per Travaglio non ha “mai pagato le conseguenze di un indagine”. Inoltre, dulcis in fundo, il Presidente del Senato, avrebbe ottenuto tre leggi – opera del governo di Berlusconi – per essere nominato procuratore nazionale antimafia a discapito di Caselli, nel 2005.

Caselli vs Grasso – Il primo errore  in cui è caduto Travaglio è stato un uso stranamente errato della lingua italiana. Nel dire che Grasso “ha ottenuto” tre leggi al fine di essere nominato a capo del pool, stupisce l’uso tanto leggiadro – da parte di un fine conoscitore della nostra lingua – del termine ottenuto.  Tale vocabolo presuppone sia stato l’attuale Presidente del Senato ad aver avuto un ruolo in qualche modo attivo nei fatti del 2005, insinuando, inoltre, una certa vicinanza o responsabilità nell’operato di Berlusconi e nell’approvazione della legge Castelli, che eliminò – per sopraggiunti limiti d’età – il giudice Caselli dalla corsa per la nomina. Ma cosa accadde nel 2005? Ad Agosto il CsM avrebbe dovuto eleggere il nuovo procuratore nazionale antimafia, dopo la scadenza del mandato di Pier Luigi Vigna. Il PdL inserisce, nella riforma Castelli, un emendamento secondo cui non può candidarsi a incarichi giudiziari elettivi chi ha superato i 66 anni. Caselli, il favorito – secondo molti – ad occupare la carica, è così tagliato fuori. In pochi, però, sanno che alla votazione preliminare, la Commissione competente assegnò tre voti ad entrambi i candidati. La prassi voleva che il plenum si riunisse quindi per decidere. Questo non avvenne e si rinviò tutto, comportando, ad ottobre, l’assegnazione del ruolo a Pietro Grasso, favorito dall’emendamento sopracitato. Se la prassi fosse stata seguita, però, la realtà dei fatti ci dice che sarebbe stato comunque nominato Grasso. Perché? Molto semplice. Il neo Presidente avrebbe ottenuto la maggioranza dei voti, potendo contare, Caselli, solo sull’appoggio di Magistratura Democratica e di Luigi Berlinguer. Questo non toglie l’assurdità della legge fatta approvare da Silvio Berlusconi, ma, di sicuro, le cose sono andate ben diversamente da quanto sostiene Marco Travaglio. Grasso non ha ottenuto per sua interposta persona alcun tipo di legge. E scusate se questa infelice uscita non è diffamante.

Grasso, politica e mafia – E’ vero quanto sostenuto da Marco Travaglio, la firma del Presidente del Senato mancava tra quelle richiedenti l’appello alla sentenza di Andreotti. Ma la questione è stata subito chiarita. Bastino, quindi, le parole rilasciate dallo stesso Grasso a Repubblica, nel 2000: « Da parte nostra non c’ è alcun accanimento, anche se comprendo che un imputato può interpretarlo in questo senso. Si tratta semplicemente di continuare a sostenere con coerenza le proprie convinzioni di fronte a motivazioni di primo grado che non appaiono convincenti. Il codice di procedura prevede la piena autonomia dei sostituti che vanno in udienza, quindi l’ avallo del procuratore non è richiesto. Io non ho letto tutte le carte, ma per quello che mi è stato detto condivido l’ iniziativa dei miei colleghi: sono state individuate delle contraddizioni di carattere tecnico-giuridico che richiedono il vaglio del giudice d’ appello».  Una firma di Grasso, inoltre, avrebbe impedito la sua testimonianza, in quanto giudice a latere del maxi-processo. Nessuna presa di distanze dai rapporti tra mafia e politica, dunque. Semmai, tali dichiarazioni, dimostrano quanto, 13 anni fa, pur non firmando, l’ex procuratore sostenne in pieno la necessità di un ricorso in appello. Meno chiara, invece, l’estromissione dei due procuratori aggiunti Scarpinato e Lo Forte (oltre che dei sostituti Ingroia e Natoli) dal pool antimafia di Palermo. Avvenne infatti con l’applicazione di una circolare del Csm, secondo la quale, dopo 8 anni di antimafia, i pm si sarebbero dovuti occupare d’altro. Sino ad allora, però, era stata applicata solo ai sostituti procuratori e non agli aggiunti. Un’interpretazione troppo rigida, forse, ma in linea con quanto deciso dal CsM. Come affermò nel 2003 Anna Maria Palma: “Il vero errore è la circolare del Csm che ci costringe ad abbandonare la Dda dopo otto anni. Se proprio dobbiamo dirla tutta, Roberto Scarpinato ha avuto assegnato un settore così importante non solo da equivalere alla Dda, ma addirittura da superarlo, cioè le Misure di prevenzione. Attraverso questo settore può avere il controllo completo delle indagini della Dda, e pure in tempo reale. Altro che epurazione…”

Responsabilità e conseguenze – Cosa intende, Marco Travaglio, quando afferma che Pietro Grasso non ha mai pagato le conseguenze delle proprie indagini? Un’asserzione del genere riporta alla mente le parole tanto ripetute da Silvio Berlusconi sulla necessità che la magistratura paghi anche in sede civile i propri errori. Per quanto naturalmente Travaglio non si riferisse a questo, i successi del Presidente del Senato nella sua attività da magistrato sono stati significativi. Se il giornalista intende dire che l’ex procuratore antimafia ha commesso gravi errori durante la sua attività, volontari o meno, lo dimostri chiaramente, portando alla conoscenza di tutti le sue colpe. Altrimenti, anche nel rispetto di chi ha pagato conseguenze quali la vita per aver perseguito la mafia, si risparmi uscite di questo tipo. Anche perché si contraddice – almeno in parte – rispetto a sue ben note parole “Buon senso vorrebbe che il Parlamento varasse al più presto una legge sulla responsabilità giuridica dei partiti. Invece colpo di genio: le Camere si occupano della responsabilità civile dei magistrati. Il tutto in un paese dove i giudici non godono di alcuna immunità, infatti vengono regolarmente indagati, talora arrestati e condannati da colleghi”. Grasso avrebbe goduto di privilegi non inciampando in indagini o condanne da colleghi per qualche motivo di forza maggiore, magari per qualche sua spontanea ritrosia ad occuparsi di certe cose? Ci spieghi il perché e in che modo.

Ma forse… – Da quando Marco Travaglio ha inaugurato l’idillio con il M5S – peraltro terminato, pare, poprio in questi giorni – anche per lui tra destra, sinistra, centro, falsi onesti e falsi disonesti sembra non esservi più differenza. Tutti, insomma, vanno condannati a prescindere in quanto membri del sistema. Talvolta anche forzando le fonti a disposzione. Errore nel quale, in realtà, il giornalista era già incorso varie volte negli anni passati. Allora, forse, i punti centrali del suo discorso, sono due. La frase iniziale, quando ha sostenuto l’equazione Schifani=Grasso, e la tirata di orecchie ai deputati M5S colpevoli di essersi fatti ingannare da una presunta onestà e purezza dell’ex procuratore antimafia. Tutto il resto, quindi, sembra più un contorno costruito ad hoc per sottolineare quanto, in Parlamento e nella politica, non esistano differenze tra i protagonisti. Altrimenti, appare strano che un personaggio come lui si sia reso protagonista di accuse tanto vaghe,  scarsamente sostenute dai fatti e così facilmente smentibili.  Penserò male. Forse, ma avere qualche dubbio non ha mai guastato.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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