Marco Polo, il gran sogno dell’Oriente

19/07/2015 di Davide Del Gusto

Viaggiatore instancabile e conoscitore appassionato dell’Oriente, il veneziano Marco Polo fu il primo europeo a descrivere nel dettaglio le meraviglie dell’Asia e del Catai. Membro della corte di Kublai Khan per molti anni, egli incarnò perfettamente l’ambizione occidentale per il viaggio e per la conoscenza dell’ignoto

È raro vedere associata l’idea del sogno a dei precisi contesti storici: in un oceano sterminato di date, battaglie, nomi e genealogie, infatti, non è raro perdersi nella mera erudizione. Non bisogna dimenticare, però, che la Storia è fatta dagli uomini: la grande lezione della scuola francese delle Annales ha creato infatti, dalla prima metà del XX secolo, il concetto di nouvelle histoire, secondo cui il contributo degli studi sulla mentalità, sull’economia, sulla geografia, sulla psicologia è fondamentale per poter scandagliare al meglio quella che è la scienza degli uomini nel tempo, citando una celebre espressione di Marc Bloch. A ciò si ascrive perfettamente l’idea di poter studiare ciò che per le società del passato abbia rappresentato l’immaginazione, potendo così meglio comprendere non solo la loro visione del tempo e dello spazio, ma anche la concezione di sé nel mondo e nella storia.

Per risalire all’età medievale, sono decine i documenti che non tacciono affatto su questo aspetto dell’agire umano. Erede della lunga stagione antica, l’uomo del Medioevo non si sottrasse mai dall’apertura verso l’ignoto, assegnandogli delle categorie proprie della speculazione filosofica e teologica, ma anche delle precipue visioni letterarie ed eminentemente narrative. Il loro mondo, come già per gli antichi, era diviso essenzialmente in tre grandi aree abitate (l’Europa, l’Asia e l’Africa), le quali orbitavano sull’ecumenico spazio del Mediterraneo, facendo perno, per i cristiani, sulla città santa di Gerusalemme – «in medio gentium posui eam»; al di là di tutto, oltre la fascia equatoriale, vi erano gli Antipodi e, attorno alle terre emerse, il Mare Oceano. In verità, per la Christianitas la conoscenza effettiva del mondo si ridusse nel primo Medioevo all’area europea, alle coste del mare interno, divenuto per molti secoli una sorta di lago musulmano, e al loro immediato entroterra: a sud e a est si estendevano ampi e ostili deserti, a nord le steppe russe e i ghiacci scandinavi, a ovest l’immensità dell’oceano. Ciononostante, grazie alla spinta data dall’antico e romanzato racconto delle conquiste di Alessandro Magno, dalle missioni nestoriane nei territori persiani, dai pellegrinaggi nei luoghi santi e dal contributo che gli Arabi seppero dare ai commerci, in Europa si riaccese ben presto l’idea di andare al di là del conosciuto, inoltrandosi verso le misteriose, insolite e notoriamente più ricche terre dell’Asia.

Ciò che effettivamente, però, permise un accesso sicuro ai mercanti e ai missionari occidentali nel continente asiatico fu uno dei più grandi stravolgimenti geopolitici della storia. Per secoli l’Estremo Oriente era stato un sogno per molti per il fatto che, oltre il Califfato abbaside di Baghdad e la Persia, un territorio ostile era dominato da orde che disturbavano le comunicazioni tra un capo e l’altro. Nel XIII secolo, però, un capotribù mongolo chiamato Temudjin organizzò numerosi clan vicini e, nel giro di pochi decenni, conquistò un territorio immenso che andava dalle steppe russe al Mar della Cina: costui sarebbe passato alla Storia col nome di Gengis Khan. I suoi successori ne ampliarono i confini, arrivando a lambire un’Europa attanagliata dal terrore di nuove invasioni. Ma i cosiddetti Tartari, con l’unificazione dell’Asia, permisero un maggior controllo sulle tre principali rotte commerciali del continente: la Via delle Spezie, dal Mar Rosso al Golfo Persico e all’India; la Via Tartara, da Kiev a Karakorum; la Via della Seta, da Tiro al Catai.

Sulle tortuose e polverose strade di quest’ultima arteria prosperarono gli interessi di una delle famiglie più celebri di sempre: i Polo. Originari della Dalmazia ma cittadini di Venezia, costoro trovarono contatti vantaggiosi tra le pianure del Volga, una volta persa l’occasione di prosperare nella Costantinopoli dei latini, ormai riconquistata nel 1261 dal Basileus Michele VIII Paleologo. Le relazioni con i Mongoli permisero ai fratelli Niccolò e Maffeo di spingersi fino a Bukhara, dove rimasero stabili tra il 1262 e il 1264: da qui colsero l’occasione di essere ricevuti a corte da uno degli eredi di Gengis Khan, Kublai della dinastia Yuan, allora regnante sul Catai; cinque anni dopo, si imbarcarono ad Acri e tornarono a Venezia. Nel 1271, spinti dai propri commerci, presero nuovamente il mare per tornare dall’altra parte del mondo, stavolta portando con sé il figlio di Niccolò, il diciassettenne Marco. In Terrasanta furono ricevuti dal legato pontificio Tedaldo Visconti che, preoccupato per l’assenza di un Pontefice dopo più di due anni di conclave, consegnò loro delle missive per Kublai, il quale aveva espressamente richiesto contatti col Vicario di Cristo: proprio il cardinale piacentino sarebbe stato eletto al soglio di Pietro poco dopo con il nome di Gregorio X, quando i Polo erano già partiti. Costoro tornarono immediatamente ad Acri, dove il nuovo Papa diede loro altre lettere e l’assistenza, peraltro inutile data la loro rapida rinuncia, di due frati.

Il viaggio di Niccolò, Maffeo e Marco Polo.
Il viaggio di Niccolò, Maffeo e Marco Polo.

Iniziò così, sotto i migliori auspici, la traversata in Oriente di Marco Polo. Partiti da Laiazzo, i tre Veneziani percorsero la Cilicia e l’Armenia, giungendo ad Hormuz nel Golfo Persico: non potendosi imbarcare per via della chiusura di tutti i porti della Cina, furono costretti a deviare per gli aridi altopiani dell’Iran e dell’Afghanistan, per passare poi nel Pamir e da lì, percorrendo il Tarym e il deserto del Gobi, giunsero finalmente nel Catai dopo quattro anni di viaggio. Nel giugno del 1275, nella cornice della sfarzosa reggia estiva di Clemenfu, i Polo vennero ricevuti con tutti gli onori dal Khan Kublai e dalla sua corte. L’amicizia e la stima che il sovrano nutriva nei confronti di Niccolò e Maffeo fu riconfermata dall’immediato interesse che ebbe per Marco: ventunenne, il ragazzo si dimostrò dotato di un’ottima intelligenza mercantile e di spiccate qualità diplomatiche e relazionali, senza contare la sua approfondita conoscenza di quattro lingue – il persiano (lingua franca per i commerci), il dialetto uiguro, il mongolo e probabilmente un altro vernacolo turco. Kublai ne fu estasiato e, stando alle fonti, non esitò a fidarsi del giovane per affidargli delicate missioni nei suoi domini. Marco ebbe così l’opportunità di poter girare il leggendario Catai in lungo e in largo, accumulando impressioni e ricordi, confermando o smentendo le fantasticherie degli occidentali sulle misteriose terre orientali. Per tre anni fu forse governatore di Yangzhou; ebbe contatti con le popolazioni dello Yunnan, di Khanbalik (Pechino), di Zaiton, di Sezechuan; venne a sapere, primo fra gli europei, dell’esistenza del Giappone, da lui detto Cipango.

Kublai Khan.
Kublai Khan.

Dopo sedici anni di permanenza alla corte di Kublai, nel 1291, giunse un’ambasceria del re persiano Arghun, desideroso di sposare una principessa cinese: il Khan affidò quindi ai suoi amici veneziani un’ultima importante missione. Dal porto di Zaiton i Polo partirono con un’imponente flotta di quattordici navi, scortando la giovane Kökechin, e, da uno scalo all’altro, giunsero ad Hormuz nel 1293. Nel frattempo Arghun era passato a miglior vita e la principessa sposò il suo successore Ghazan. L’anno seguente i Polo viaggiarono sino a Trebisonda, volgendo verso Costantinopoli e da lì a Venezia nel 1295, dopo un’assenza di ventiquattro anni.

Kublai Khan riceve i Polo, in una miniatura del codice Bodleian 264.
Kublai Khan riceve i Polo, in una miniatura del codice Bodleian 264.

Se fino a questo punto la vita di Marco coincide con il resoconto dei suoi viaggi, sulla sua maturità si hanno ben poche notizie. Fu certamente rinchiuso in una prigione a Genova, ma non è certo se dopo la sconfitta veneziana di Laiazzo nel 1296 o quella di Curzola nel 1298. Sta di fatto che, una volta ai ferri, conobbe lo scrittore Rustichello da Pisa, al quale raccontò dei suoi viaggi in Asia: il pisano mise così per iscritto le memorie di Marco, che presero forma nel Milione (o Livre des Merveilles), uno dei testi più celebri della letteratura mondiale. Il racconto, seppur spesso romanzato e per forza di cose interpolato dai difetti della memoria, fu presto diffuso in tutto l’Occidente cristiano e segnò un nuovo fondamentale capitolo per l’incontro tra due civiltà profondamente diverse: oltre a notizie di carattere geografico e mercantile, infatti, Marco raccolse anche un’infinita serie di suggestioni e ricordi legati a quanto conosciuto che avrebbero affascinato molte generazioni a seguire. Diviso tra sogni e commerci, il grande viaggiatore morì settantenne nel 1324 a Venezia, nel natio sestiere di Cannaregio.

« – Ti è mai accaduto di vedere una città che assomigli a questa? – chiedeva Kublai a Marco Polo sporgendo la mano inanellata fuori dal baldacchino di seta del bucintoro imperiale, a indicare i ponti che s’incurvano sui canali, i palazzi principeschi le cui soglie di marmo s’immergono nell’acqua, l’andirivieni di battelli leggeri che volteggiano a zigzag spinti da lunghi remi, le chiatte che scaricano ceste di ortaggi sulle piazze dei mercati, i balconi, le altane, le cupole, i campanili, i giardini delle isole che verdeggiano nel grigio della laguna. L’imperatore, accompagnato dal suo dignitario forestiero, visitava Quinsai, antica capitale di spodestate dinastie, ultima perla incastonata nella corona del Gran Kan». Più che narrare di un’ennesima località, ne Le città invisibili, Italo Calvino spostò lo sguardo di un maturo Marco Polo dall’esotismo orientale, ormai casalingo e quotidiano, a quello ormai quasi reale della sua Venezia, inconsapevolmente descritta dal sovrano. A distanza di otto secoli, un altro autore italiano avrebbe quindi ripreso i fili della narrazione e del ricordo spesso favolistico del mercante veneziano, riannodandoli alla tradizione del viaggio e del sogno, della scoperta dell’altro e di se stessi. Alla richiesta del Gran Khan di parlargli della lontana Venezia, il Polo metafisico di Calvino non può che rispondere: «Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano. […] Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo. O forse, parlando d’altre città, l’ho già perduta a poco a poco».

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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