Marco Pannella Senatore a vita. Monti, invece…

28/12/2012 di Andrea Viscardi

Marco Pannella
Marco Pannella (foto: Ansa)

Qualche giorno fa, sul Manifesto, Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone, scriveva in sostegno alla lotta portata avanti da Marco Pannella per attirare le attenzioni italiane sulla situazione delle carceri, proponendo il nome del politico ottantaduenne per la carica di Senatore a Vita. Mai proposta, a mio modo di vedere, fu più azzeccata. Per spiegarvi il perché vorrei affrontare la questione sotto due aspetti: cosa sia la carica da Senatore a vita e perché, il fondatore del Partito Radicale, meriterebbe di essere scelto  più di molte altre personalità che oggi, e in passato, hanno ottenuto tale riconoscimento.

L’articolo 59 della Costituzione italiana stabilisce, al comma 1, divengano Senatori a vita tutti gli ex Presidenti della Repubblica. Quindi, al comma 2, attribuisce ad ogni Presidente della Repubblica in carica di nominare, durante il suo mandato, massimo cinque senatori a vita, distintisi per meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario. Oggi, i sei Senatori a vita sono Emilio Colombo, storico leader della DC, il compagno di partito Giulio Andreotti, Rita Levi Montalcini, Mario Monti e Carlo Azeglio Ciampi.

Emerge subito un’incongruenza con la natura stessa della carica come definita dalla Costituzione. Cosa ci azzecchino, Giulio Andreotti ed Emilio Colombo, con una nomina concessa per meriti sociali, scientifici, artistici o letterari resta, tutt’oggi, un mistero.  Al primo, certo, va riconosciuto un ruolo politico di massima importanza sin dalla nascita della Repubblica Italiana e della sua Costituzione. Questo ruolo, però è sempre stato prettamente politico e di governo più che politico-sociale. Le domande sull’idoneità di Andreotti alla carica si moltiplicano prendendo in considerazione tutte le vicende giudiziarie che lo hanno visto coinvolto e il fatto che, sebbene dopo la sua nomina, non sia stato condannato per “associazione per delinquere” solamente a causa della prescrizione del reato commesso. Insomma, tralasciando la figura di Emilio Colombo – noto ai più giovani più che altro perché, immischiato nell’ “Operazione Cleopatra” del 2003, ammise di far uso di cocaina – l’unico senatore a vita che rispecchi veramente i requisiti di questa carica sembra, ad oggi, Rita Levi Montalcini.

Mario Monti, infatti, si renderebbe protagonista di un grandissimo gesto se rassegnasse, oggi più che mai, le proprie dimissioni al Senato. Gesto possibile perché già intrapreso in passato da Cossiga. La nomina del Professore a Senatore a vita, non me ne voglia il diretto interessato, ha rappresentato una grandissima forzatura da parte del Presidente della Repubblica. Da una parte Napolitano voleva dare legittimazione al futuro Premier, dall’altra, contemporaneamente, permettergli di sedere in Parlamento anche come parlamentare. Se la scelta è discutibile, quantomeno perché distorce la stessa carica di Senatore a Vita, diventa ancora più criticabile nel momento in cui, Mario Monti, terminato il proprio ruolo tecnico, decide di entrare in politica. Le dimmissioni, dunque, sarebbero, dal punto di vista di chi scrive, auspicabili e di dovere.

Perché dunque, sostenere una nomina a Senatore a Vita di Marco Pannella? I motivi, in realtà, sono vari. A differenza di altri suoi illustri colleghi parlamentari, la sua carriera politica è costellata da battaglie focali per gli interessi sociali della Nazione. La prima, da non dimenticare, è quella sostenuta per l’approvazione (e il mantenimento) della legge Fortuna-Baslini, anche nota come legge sul divorzio. Fu proprio allora, con il referendum abrogativo proposto nel 1974, che il leader del Partito Radicale – oltre a permettere una conquista sociale di primaria importanza – riuscì a coinvolgere come non mai la società civile, a renderla veramente partecipe e conscia delle potenzialità dello strumento referendario. Oltre a questa conquista – che già di per sé basterebbe a prendere in considerazione il suo nome – negli anni successivi il radicale affronta, sempre coinvolgendo in primis i cittadini, tematiche quali quelle dell’aborto, della caccia, del nucleare, sino ad arrivare, nel 1993 a promuovere il Referendum sulla Legge elettorale, risoltosi in una sorta di plebiscito.

Negli ultimi anni ha quindi intrapreso un’altra fondamentale battaglia in ambito sociale – inaugurando una serie di scioperi della fame che hanno messo a serio rischio la sua salute – concentrandosi sulla situazione delle carceri italiane. Nonostante le continue condanne dell’Unione Europea per una situazione di sovraffollamento, scarsa igiene, personale inadeguato e addirittura per diffusi casi di tossicodipendenza, il tema delle carceri italiane non ha mai riscosso l’attenzione che meriterebbe in uno Stato civile, né da parte dei governi, né da parte dei cittadini. A combattere perché questa situazione possa cambiare, un’altra volta, è stato Marco Pannella, oramai ultraottantenne. Un politico quindi, ma un cittadino prima di tutto, che ha fatto della sua lunga carriera in Parlamento un trampolino per contribuire a raggiungere traguardi sociali ai quali, ancora oggi, si attribuisce troppa poca importanza. Tutto questo in condizioni spesso difficili, screditato dallo stesso mondo politico e mettendo in gioco, prima di tutto, se stesso. Chi, meglio di lui, allora, per ridare valore ad una carica dal forte valore simbolico, interpretata, oggi, in modo completamente diverso rispetto a quanto stabilito dalla stessa Costituzione?

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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