La Marcia su Roma, i dettagli che non tutti conoscono

31/10/2013 di Lorenzo

In questi giorni ricorre il tanto famoso quanto ambiguo anniversario della Marcia su Roma, avvenuta tra il 28 e il 31 ottobre 1922

Marcia su Roma, Fascismo, Mussolini

Marcia su Roma – «Mi creda, maestà, basterebbero quattro cannonate a farli scappare come lepri» Così esordì Luigi Facta, Primo Ministro (dimissionario) del Regno, la mattina del 28 ottobre del 1922, quando venne ricevuto dal re. La vicenda, come tutti sanno, terminò con il rifiuto del sovrano di controfirmare lo stato d’assedio, approvato dal consiglio dei ministri all’alba del 28 ottobre, e con le dimissioni di Facta. Questo fu, in breve, ciò che accadde in quegli ultimi quattro caldi giorni d’ottobre.

La crisi del governo liberale – Come ci narra lo storico Aldo Mola, autore del saggio “Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce”, la politica italiana del dopoguerra versava in una situazione di crisi profonda, dalla quale stentava ad emergere  una figura in grado di ricompattare quella spaccatura sociale apertasi nel paese dalla fine della Grande Guerra. I lavori parlamentari erano fermi dal mese di agosto, quando,  il governo Facta, sfiduciato in luglio, si vide costretto – non riuscendo il re a trovare un degno sostituto che soddisfasse la coalizione liberale – a ripresentarsi davanti alle Camere per una nuova fiducia a tempo. Vittorio Emanuele III, dal canto suo, tentò più volte di appellarsi alla classe politica, oramai in crisi, chiedendo a gran voce un serio confronto nelle sedi istituzionali, ma il suo appello rimase inascoltato. Nel frattempo le piazze di tutta Italia diventavano sempre più calde e gli scontri più aspri, spostando di fatto il confronto politico dal parlamento alle strade. Tra gli episodi più eclatanti di quei giorni si possono citare l’occupazione del Comune di Milano e l’assalto alla sede dell’Avanti da parte dei fascisti o, ancora, gli scontri fra fascisti e comunisti in Emilia-Romagna.

Marcia su Roma, Mussolini e Vittorio Emanuele III
Mussolini e Vittorio Emanuele III

Anticamera della Marcia: Mussolini si organizza – All’inizio del mese di ottobre, mentre le tensioni e  gli scontri  fra “rossi” e “neri” si inasprivano sempre di più, Benito Mussolini pubblico sul Popolo d’Italia il famoso “Regolamento della Milizia”: i fascisti, approfittando dell’incapacità e della prontezza a regire dello Stato, diedero vita ad un esercito privato che, ogni giorno, contava sempre più reclute. Tre settimane più tardi, il 23-24 ottobre, si tenne a Napoli, sotto una pioggia battente, un grande raduno di camicie nere durante il quale Mussolini istituì il famoso quadrumvirato composto da Emilio De Bono, Michele Bianchi, Cesare Maria De Vecchi e Italo Balbo, avente il compito di coordinare l’imminente Marcia su Roma. Famosa fu la frase di Michele Bianchi che diede il via alle danze: «Camerati, cosa ci state a fare qui a Napoli? Qui Piove» Era tutti pronto, di li a pochi giorni sarebbe scattata la fase operativa messa in atto dai fascisti.

Facta e il Re – Facta, informato anche da Salandra di una possibile convergenza fascista sulla Capitale, credendo che fosse solo un bluff e sperando ancora in un’intesa con Mussolini, telegrafò al re che «era scongiurato ogni pericolo di una possibile marcia su Roma». Dovette però fare ammenda neanche due giorni dopo, quando arrivarono nella Capitale notizie precise in merito alla mobilitazione. Il re, trovandosi al momento dei fatti nella sua residenza di caccia di San Rossore, fece ritorno a Roma il 27 sera per mettere in atto un piano difensivo dell’Urbe, approvando solo a parole un possibile programma di stato d’assedio. Si limitò, però, a rendere imprendibile la capitale, interrompendo tutte le linee ferroviarie e le strade che portavano a Roma.

Luigi Facta
Luigi Facta

Corsa contro il tempo – Nella speranza di trovare un’intesa che potesse portare alla nascita di un nuovo governo, stavolta composto anche da ministri fascisti, Facta tentò un’ultima mossa: il 27 ottobre informò il sovrano di aver ritirato le deleghe dei suoi ministri e che si sarebbe presentato molto presto al Quirinale con la nuova lista di personalità. Il ministero Facta formalizzava così il suo status di governo dimissionario. Nel frattempo, i quadriumviri, riuniti a Perugia, preparavano le colonne fasciste per la discesa sulla Città Eterna. Un possibile ministero Facta composto anche da personalità fasciste andava così scomparendo.

Stato d’assedio? – Data la situazione, alle sei del mattino del 28 ottobre, si riunì d’urgenza al Viminale – allora sede della Presidenza del Consiglio – il consiglio dei ministri per proclamare lo stato d’assedio. Il proclama fu stilato dell’allora ministro dell’Interno, Paolino Taddei, sulla falsariga di quello varato dal governo di Rudinì nel maggio del 1898. Questo venne immediatamente approvato e diramato verso tutte le prefetture con l’ordine preciso di mantenere l’ordine pubblico. Ma a Roma, la città minacciata, non stava accadendo proprio nulla e, dunque, le condizioni per un così importante provvedimento non vi erano. In ultima istanza, mancava, come per ogni provvedimento, l’avallo del re, cosa di cui Facta si preoccupò solo a cose fatte. 

Il rifiuto di Vittorio Emanuele III – Egli raggiunse il Quirinale verso le 9 del mattino per la controfirma, ma ricevette un secco rifiuto del monarca, riassumibile in queste parole, dette da Vittorio Emanuele al primo ministro: «Queste decisioni spettano soltanto a me. Dopo lo stato d’assedio non c’è che la guerra civile. Ora qualcuno si deve sacrificare». Il sovrano si rifiutò di firmare lo stato d’assedio, poiché gli venne proposto da un governo oramai dimissionari e dunque in carica per l’ordinaria amministrazione, cioè inadeguato a fronteggiare una situazione di quella portata. Secondo altri storici, oltre alla scrupolosità propria del sovrano, c’è anche da aggiungere la forte preoccupazione di questi nei confronti dell’atteggiamento che avrebbero assunto le forze armate in caso di stato d’assedio. Era nota, infatti, la simpatia che tra queste aveva il fascismo. Emblematica e di straordinaria importanza è rimasta la frase pronunciata dal Capo di Stato Maggiore Diaz al re, quando questi gli chiese se l’esercito sarebbe rimasto fedele alla corona in caso di repressione delle camicie nere: «L’esercito farà il suo dovere, come sempre, ma è meglio non metterlo alla prova».

Antonio Salandra, Marcia su Roma
Antonio Salandra

Salandra e il no fascista – Scongiurato lo scontro armato, Facta si vide costretto ad annullare lo stato d’assedio e a rimettere l’incarico nelle mani del re che procedette, come da prassi, alle consultazioni. Le squadre fasciste nel frattempo erano rimaste bloccate, per via delle interruzioni stradali messe in atto dai militari fuori Roma. Mussolini, invece, si trovava nella sede del suo giornale a Milano, dove seguiva passo passo l’evolversi dei fatti. La crisi, dunque, fu extraparlamentare, ma la soluzione ad essa fu in alcun modo contro i dettami dello Statuto Albertino. Consigliato dai vertici militari e dai massimi esponenti della politica liberale, come Orlando, Giolitti e De Nicola, in un primo momento il re affidò l’incarico di formare un nuovo governo ad Antonio Salandra, incaricato di trovare un’intesa con Mussolini. Questa intesa era caldeggiata anche dai cosiddetti fiancheggiatori del fascismo, come Federzoni, che vedevano di buon occhio la nascita di un gabinetto Salandra-Mussolini. Ma il futuro duce, spalleggiato anche dai grandi industriali, rimandò al mittente tale proposta: «Non ho fatto quello che ho fatto per provocare la risurrezione di don Antonio Salandra».

Fascisti, Marcia su RomaIncarico a Mussolini – La mattina seguente, Salandra rimise l’incarico nelle mani del sovrano che, con l’intento di far rientrare nuovamente il partito fascista nell’alveo costituzional-parlamentare e di favorire la pacificazione sociale, si vide costretto a chiamare l’onorevole Mussolini per affidargli il compito di formare un nuovo governo. Mussolini giunse a Roma in treno il 30 ottobre, dove si presentò al Quirinale ed accettò l’incarico offertogli dal re. Il giorno dopo presentò la lista dei ministri – di cui solo quattro fascisti – e mostrò così la volontà così di costituire un esecutivo di unità nazionale, lasciando fuori socialisti, repubblicani e comunisti. La sera stesse avvenne il giuramento e la formalizzazione del nuovo governo, che avrebbe ottenuto un’ampia fiducia in Parlamento sedici giorni più tardi.

L’invasione di Roma – La “marcia” poteva avere quindi inizio, le camicie nere furono fatte passare ed entrare nella capitale. I cortei di festa sciamarono per le vie di Roma e per il saluto al sovrano la mattina del 31.  Nel primo pomeriggio, dopo appena cinque ore di sfilate, di giubilo e qualche scontro, le camicie nere si ritrovarono alla stazione Termini, dove erano stati predisposti quarantacinque treni speciali per ogni parte d’Italia. Era il rompete le righe. La Marcia fu elevata dai fascisti come mito fondante dell’avvento della nuova Italia e del fascismo alla guida di essa. L’Italia liberale esalava così l’ultimo respiro, disfacendosi non a causa dell’avanzare del fascismo – come pensano molti – ma della sua incapacità a restare al passo con i tempi, con la colpa di non essere stata in grado di costituire un governo capace di superare la crisi. Come viene ricordato in una famosa frase di Giovanni Giolitti: «Questa Camera ha il governo che si merita. Essa non ha saputo darsi, in varie crisi, un governo, e il governo se lo è dato il paese da sé».

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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