Marcello Veneziani – Vita Natural Durante

25/09/2015 di Nicolò Di Girolamo

Vita Natural Durante (2001) si pone un obbiettivo piuttosto ambizioso e molto interessante: provare a immaginare come Plotino avrebbe scritto la propria autobiografia.

Plino

È noto che Dante, nel porre i dannati nei rispettivi gironi, scegliesse la loro collocazione non tanto in base al peccato più grave da loro commesso in vita, bensì in base a quello più caratterizzante, quello che maggiormente aveva viziato la loro esistenza, diventando così una parte determinante della loro vita. Con questa logica, se Dante avesse dovuto scegliere una collocazione agli Inferi per sé stesso, non avrebbe avuto alcun dubbio. Egli sapeva bene quale fosse il peccato per il quale avrebbe dovuto cercare con ogni sforzo di ottenere il perdono, oltretutto persino un peccato capitale: la Superbia.

Dante non cercava certo di nascondere questa sua mancanza, ma non riusciva nemmeno a dominarla: sentiva, sapeva, era addirittura certo di essere il più grande poeta e studioso dei suoi tempi, di quelli addietro e probabilmente di molti lunghi anni a venire e non riusciva a figurarsi di essere un uomo simile a tutti gli altri figli di Dio. Certamente ogni volta che aveva questi pensieri in mente ne coglieva tutta l’empietà ma non per questo riusciva a convincersi del fatto che essi non raccontassero la realtà delle cose.

È divertente certe volte, durante la lettura delle sue opere, imbattersi in uno di questi momenti di conflitto interiore del grande Poeta, in cui magari sentenzia una frase intrisa di superbia per poi giustificarsi e attribuirne l’origine a fonti più alte di lui. Esemplare, in questo senso è il canto XXVII del Purgatorio in cui Lia appare al poeta nell’atto di formarsi una ghirlanda.

Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno; / ma mia suora Rachel mai non si smaga /dal suo miraglio, e siede tutto giorno./ Ell’è d’i suoi belli occhi veder vaga /Com’io de l’addornarmi con le mani; / lei lo veder, e me l’ovrare appaga

Lia è una figura biblica, figlia di Labano e moglie, insieme alla sorella Rachele, del patriarca Giacobbe. L’episodio biblico in cui si narra di Lia e Rachele (contenuto nella Genesi) ha dato adito, nel tempo, a diverse interpretazioni allegoriche da parte di svariati studiosi tra cui S.Tommaso e S.Gerolamo in cui Rachele assurge a simbolo della vita contemplativa e Lia a quello della vita attiva. Questa visione allegorica si è già consolidata come dottrina tradizionale ai tempi di Dante e il poeta ne fornisce una interpretazione tutta personale arrivando a dire che l’arte del pensiero (studi filosofici, religiosi e letteratura, guarda caso i suoi punti di forza) fosse superiore in quanto più gradita a Dio di ogni altro tipo di arte (pittura, scultura e musica) perché frutto diretto dell’intelletto (Dio è puro intelletto nella visione dantesca) e non passa attraverso il grezzo e limitato strumento delle mani dell’artista.

Il fatto curioso è che tutte queste dispute secolari di interpretazioni dottrinali farebbero pensare che ci si riferisca ad un corposo passaggio, centrale nell’interpretazione delle Sacre Scritture, mentre se si va a ricercare l’episodio all’interno della Genesi si scoprirà che la fantasia di questi studiosi sia stata solleticata dal semplice fatto che Rachele, pur avendo dato a Giacobbe due figli soltanto era preferita dal marito all’altra moglie Lia che gliene aveva procurati otto. Da qui la fanciullesca (se mi passate il termine) immaginazione di questi studiosi ha determinato il fatto che Rachele doveva aver passato molto più tempo della sorella a pregare il Signore e a contemplare le sue Opere, mentre Lia si dedicava con maggior dedizione all’adempimento dei propri doveri coniugali.

Da qui forse è possibile fare un’ulteriore distinzione à la Dante tutta interna alla prosa, andando a distinguere tra una precisa, azzimata, in un certo senso manieristica prosa tutta curata e imbellettata ad una prosa scarna ma densa di contenuti. Personalmente chi vi scrive si è sempre ritrovato in questa distinzione, andando ad apprezzare più gli ermetic i che non i verbosi sofisti per così dire, ovvero preferendo di gran lunga uno scrittore come Salinger che ritiene che i ‘capoversi siano troppo altezzosi’ (Introduzione. Seymour) ad un D’Annunzio che ostenta una capacità retorica fine a sé stessa per quanto notevole.

Ogni regola ha le sue eccezioni, com’è naturale, (in particolare le regole del sottoscritto) e oggi questa rubrica vi propone un libro scritto con desueta e ricercata proprietà di linguaggio, cercando di recuperare lo spirito della scrittura dei dotti del III secolo d.C. (nientemeno). Lo scrittore in questione è una delle penne più educate e colte dello scenario letterario italiano contemporaneo: Marcello Veneziani. Editorialista presso ‘Il Giornale’, Veneziani vanta un cospicuo numero di pubblicazioni tra saggi filosofici e altre opere. L’opera in questione si intitola Vita Natural Durante (2001) e si pone un obbiettivo piuttosto ambizioso e molto interessante: provare a immaginare come Plotino avrebbe scritto la propria autobiografia.

Vita Natural Durante è proprio questo: una sorta di ‘autobiografia non autorizzata’ per così dire, un’opera notevole che ci permette di entrare all’interno della vita di uno dei più illustri discendenti diretti del pensiero di Platone. Veneziani in questo libro ripercorre i dati biografici che abbiamo sulla vita di Plotino e vi inserisce le sensazioni e gli avvenimenti che sente possano aver costituito la vita del grande filosofo antico.

Da ciò nasce una finzione molto gustosa e di piacevolissima lettura che vi farà provare la strana e disorientante sensazione di essere precipitato nel bel mezzo di una città che non esiste da un paio di millenni o al centro di una sanguinosa battaglia la cui eco si è spento diverse centinaia di anni fa. Il vero fascino dell’opera però, scaturisce dalla possibilità che fornisce al lettore di accompagnare uno dei grandi filosofi antichi durante il suo viaggio di formazione, assistendo alla nascita delle Idee e al formarsi della Coscienza.

Detto ciò c’è un ‘errore’ in questa finzione, una sorta di difetto strutturale: tutte le parti in cui Veneziani travestito da Plotino, parla delle sensazioni più personali, più umane e meno ideologiche si sente forte l’accento del XX secolo che stona non poco con il contesto del III secolo; ovvero ogni volta che si parla di una gioventù alessandrina, per esempio, la quale affronta una fase decadente della storia si pensa alla Roma dei giorni nostri e ogni descrizione di battaglia ha il sapore marcio e deluso dei conflitti mondiali del ‘900. Ma questo ‘errore’ è simile ad un accordo dissonante che in quanto desueto fornisce all’opera un’originalità e un sapore del tutto particolari. Che sia o meno voluto tale ‘errore’ è uno dei punti di forza di questo libro il quale consacra Veneziani come una delle voci contemporanee che meritano sicuramente di essere ascoltate.

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Nicolò Di Girolamo

Nasce a Trieste nel 1993 e consegue la maturità classica alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. In seguito si iscrive al corso di lettere moderne all'università di Firenze. Lettore accanito fin dalla tenera età, divide le proprie passioni tra vela, cinema e, naturalmente, libri di vario genere.
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