Marcel Duchamp: tra surrealismo, dadaismo e realtà

04/01/2015 di Laura Caschera

Animatore del dadaismo e del surrealismo, dando poi inizio all'arte concettuale, tramite la creazione del “ready made”, tecnica che lo porterà ad essere conosciuto e, a seconda dei casi, disprezzato o salutato come nuovo genio della moderna arte astratta

Marcel Duchamp

All’inizio della sua carriera, nel 1911, Marcel Duchamp si interessò alla pittura impressionista. Ben presto però si rese conto di come il convenzionale modo di fare arte – dipingere cioè su di una tela con un pennello ed una tavolozza in mano – non si addicesse profondamente alla sua personalità. Anche le contemporanee e moderne avanguardie, pur essendo salutate con lustro dallo stesso Duchamp, erano per lui ancora profonda espressione di un vecchio modo di approcciarsi alle arti figurative. Persino la pittura futurista, ad esempio, era considerata dal francese come mero impressionismo del mondo meccanico. Questo particolare non lo interessava, voleva piuttosto asservire la pittura ai suoi scopi e allontanarsi dal mondo fisico: desiderava riportare la pittura al servizio della mente. Definiva la tradizionale espressione artistica come pittura retinica o visiva. “Per approccio retinico – sosteneva – intendo il piacere estetico che dipende quasi esclusivamente dalla sensibilità della retina senza alcuna interpretazione ausiliaria”. Mentre per lui il compito dell’opera d’arte doveva essere quello di risvegliare l’attenzione della materia grigia, delle capacità intellettuali della mente umana. Duchamp considerava retinici anche i così moderni cubisti, ma riconosceva nel surrealismo il tentativo di liberarsi da quelle così opprimenti catene. Un tentativo apprezzabile, ma insoddisfacente. L’unico, infatti, che riuscì a spezzarle fu – a suo dire – lui stesso, conscio dell’aspetto retinico della pittura e determinato a trovare nuovi mondi da esplorare.

Come appare dalle fasi iniziali della sua poetica, Duchamp si interessò anche al cubismo, realizzando nel 1912 il quadro Nudo che scende dalle scale. Sebbene considerasse la sua opera come cubista, sembrava piuttosto espressione della tecnica artistica dei futuristi. Ciò provocherà la definitiva rottura dell’artista con il movimento di Picasso e Braque. Tuttavia, l’opera venne esposta a New York, dove divenne famosa. Nel 1915 l’artista era attivo proprio nel fervente ambiente della grande mela, dove venne in contatto con personalità di primo piano, come Alfred Stieglitz e Man Ray. Con quest’ultimo intessè un profondo rapporto di amicizia, che durerà per tutta la vita.

La prima grande opera che rappresenta appieno ciò che poi sarà l’intera poetica dell’artista francese è Il Grande Vetro. A questa Duchamp dedicò ben otto anni di lavoro, dal 1915 al 1923. Il grande lasso di tempo intercorso tra l’inizio e il completamento dell’opera fa si che l’analisi della stessa si riveli piuttosto complessa. Mutata nelle intenzioni e nel significato durante la lunga realizzazione, il risultato è una stratificazione di elementi strutturali e contenuti. E ciò che risulta evidente è che questo lavoro non assomiglia affatto ad alcun prodotto di arte. Appare piuttosto come un rompicapo, ideato probabilmente proprio per disorientare i critici e far compiere alle loro menti giri infiniti, interrogandosi inutilmente sul significato di ciò che avevano davanti. Se proprio questa caratterista esime l’osservatore da un classico “interrogatorio” sul significato puro dell’opera stessa, interessante appaiono due particolari: in primis, il sottotitolo La sposa messa a nudo dai propri scapoli, anche. Quindi il fatto che, durante il proprio lavoro, il vetro su cui opera Duchamp si rompe: l’artista decise di non apportare alcuna modifica, considerando l’evento stesso come opera del caso, lasciando così, al prodotto, un aspetto quasi incompiuto. Tutta la complessa attività racchiusa all’interno del Grande Vetro è descritta dettagliatamente dallo stesso Duchamp nelle due raccolte di appunti, La Scatola Verde e La Scatola Bianca.

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Tuttavia l’elemento artistico più noto e apprezzato dal grande pubblico, forse per il suo intento fortemente dissacrante, forse per il suo carattere pragmatico, è il cosiddetto ready- made. Duchamp fu il primo ad utilizzare il termine in relazione alla Bicycle Wheel. Realizzata nel 1913, l’opera è una sorta di paradossologico, di contrasto: unisce un oggetto che rappresenta il movimento, ovvero la ruota di bicicletta, a uno che lo rende immobile, lo sgabello. La ruota come prodotto industriale, lo sgabello in legno come prodotto artigianale: opera considerata come l’emblema del Dadaismo, simbolo della contemporaneità. E’ proprio l’aver inserito la ruota in un nuovo contesto che disorienta lo spettatore, abituato a considerare l’opera d’arte come un prodotto eccezionale, un qualcosa che nasce dalla mente e dal pennello di qualcuno che possiede in sé un innato talento. Chi osserva è così indotto a mettere in crisi i suoi punti fermi, ed è proprio qui che sta il genio di Duchamp, che gode nel vedere come l’osservatore critico, così legato ai canoni artistici che ha imparato da secoli di pittura “retinica”, appaia in realtà altamente turbato, mentre cerca invano, tramite voli pindarici, di individuare una soluzione interpretativa all’evidente rompicapo rappresentato dalle sue opere. Sebbene l’originale sia andato perduto (così come altri ready- made), nel 1964 ne è stata realizzata un’edizione in otto esemplari numerati e firmati, destinati ad essere venduti.

Tra le produzioni più famose del ready- made “duchampiano” vi sicuramente Fontana. L’opera, realizzata nel 1917, non fu mai esposta al pubblico, e finì anch’essa perduta, nonostante ne esistano sedici riproduzioni. “Fontana” rappresenta, inequivocabilmente, una delle opere più controverse del XX secolo nella forma di un comune orinatoio firmato R. Mutt. In molti, come è comune per le opere di Duchamp, si sono affaccendati alla ricerca di un’interpretazione che potesse soddisfare anni di studio di critica dell’arte. In particolare, può essere ricordata l’opinione del filosofo Stephen Hicks, il quale ha sostenuto che l’autore, essendo un buon conoscitore della storia dell’arte europea, stesse facendo una dichiarazione provocatoria. Per alcuni, il significato della firma R. Mutt è da ricondursi al fumetto Mutt and Jeff, per altri ancora al termine tedesco Armut, che significa “povertà”. Lo stesso Duchamp, però, dichiarò che la letterà “R” indicava la parola “Richard”, che nello slang francese fa riferimento ad un sacco contenente del denaro.

Non va dimenticata l’opera L.H.O.O.Q., realizzato nel 1919. Una rappresentazione fotografica della gioconda, alla quale sono stati aggiunti baffi e pizzetto. Il titolo rappresenta un gioco di parole. Le lettere L.H.O.O.Q., pronunciate in francese, portano alla frase Elle a chaud au cul – colei che ha il culo caldo. L’opera rappresenta, dal punto di vista dell’artista, una dissacrazione del tradizionale ruolo e spirito dell’arte classica. Per far ciò, Duchamp prende a modello l’opera artistica per eccellenza: “la Gioconda” di Leonardo Da Vinci, famosa in tutto il mondo. L’opera finale dell’artista, Etant donnes, sconvolse l’intero mondo dell’arte, convinto che ormai Duchamp avesse del tutto abbandonato l’attività per dedicarsi agli scacchi. L’opera – il cui lavoro di produzione, lungo vent’anni, fu tenuto segretissimo – è composta da una vecchia porta di legno, velluto, ramoscelli, vetro, linoleum, un motore elettrico posizionato all’interno di una scatola di biscotti che ruota un disco forato, un allestimento di luci, elementi appartenenti al mondo della fotografia e dipinti a mano che formano il paesaggio, ed una forma femminile in pelle. Curioso è che la prima moglie dell’artista fu il modello per la gran parte della composizione femminile, mentre la seconda moglie posò per il braccio.

Se decenni di studi in campo artistico hanno portato a controverse interpretazioni delle innovazioni “duchampiane”, chi guarda le sue opere non dovrebbe fermarsi al mero significato evocato dall’oggetto materiale, ma deve invece porsi al di là della realtà, inquadrando l’intera poetica come un rapido scorcio sulla realtà, filtrato dall’onomatopea della quotidianità.

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Laura Caschera

Nasce a Roma nel 1990. Si diploma al Liceo Classico “Luciano Manara” e nel 2014 si laurea in Giurisprudenza presso la facoltà “Roma Tre”. Coltiva da tempo la passione per l'arte, la musica e lo spettacolo. Ha frequentato la scuola romana di teatro “Teatro Azione”
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