Una manovra che non s’ha da fare e quei conti che non tornano

24/07/2014 di Federico Nascimben

Previsioni continuamente smentite al ribasso dalla dura realtà dei numeri e impegni di spesa già assunti rendono minimi i margini d'azione del Governo per la prossima legge di stabilità

È dall’adeguamento al ribasso delle previsioni di crescita contenute nel DEF (+0,8% rispetto allo +1,1% di Letta per il 2014) che si vocifera di una eventuale manovra correttiva. Il susseguirsi di nuove previsioni ribassiste sul PIL per l’anno in corso (in primis quella di Confidustria, +0,2%), le stime preliminari per il Prodotto del secondo trimestre 2014 (-0,1% secondo l’Istat), della produzione industriale (-1,8% rispetto al maggio 2013), unite all’andamento non certo esaltante dei Paesi dell’Eurozona e, più in generale, dell’economia internazionale… Tutti questi fattori rischiano seriamente di riservare spiacevoli sorprese al Governo italiano e, conseguentemente, ai contribuenti italiani, oltreché per le minori entrate derivanti da una minor crescita, anche per altre ragioni:

Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, assieme al Ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan.
Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, assieme al Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.

– L’inattuazione del famoso Piano Cottarelli, secondo il quale, ricordiamo, si prevedono fino a 6 miliardi di risparmi nel 2014 e, cumulativamente, 17 per il 2015 e 32 per il 2016;

– Gli importanti impegni di spesa già assunti per rendere strutturali i famosi 80 euro ed estenderli a partite IVA, pensionati ed incapienti (tra i 12 e i 15 miliardi di maggiori spese, conteggiando anche il finanziamento dovuto agli ammortizzatori sociali esistenti);

– Il rifinanziamento della CIG in deroga (circa 1,2 miliardi);

– Le coperture ballerine di alcuni provvedimenti, in primis il Dl Irpef.

Sul versante del debito pubblico, ormai oltre il 135% del Pil e oltre i 2.100 miliardi di euro, occorre aggiungere l’andamento tendenziale dell’inflazione (a metà tra disinflazione e deflazione) in Italia ed in Europa e gli incerti ricavi derivanti dal processo di privatizzazioni, anch’essi già messi a bilancio.

Alcuni dubbi sulla tenuta dei conti, inoltre, sono stati recentemente manifestati anche da Fassina, secondo il quale si prospetta una legge di stabilità “insostenibile” da 23 miliardi per il 2015.

Molto probabilmente, per l’insieme di queste ragioni, il Governo Renzi ha provato a giocarsi la carta della c.d. “flessibilità“, non ottenendo per ora alcun successo, nonostante il semestre di presidenza italiano che, dopo molte prima pagine, sembra essere già stato dimenticato. Recentemente, però, dopo infinite ambiguità, il Ministro Padoan ha declinato più precisamente cosa intende il nostro esecutivo con l’utilizzo del termine flessibilità: “da un lato l’inclusione delle riforme strutturali nella valutazione della situazione del paese nel definire le raccomandazioni, dall’altro il ruolo delle circostanze eccezionali. Il fatto che le riforme diano benefici più avanti nel tempo rispetto ai costi immediati, condizioni macroeconomiche generali molto sfavorevoli, con una crescita molto bassa in termini nominali come in termini reali, sono tutte circostanze eccezionali di cui occorre tenere conto“. Secondo il Ministro, quindi, dall’implementazione delle riforme strutturali derivano dei costi netti nel breve periodo per cui è necessario avere più tempo per raggiungere il pareggio strutturale; il persistere però di condizioni economiche sfavorevoli (cioè le circostanze eccezionali), richiederebbe allo stesso tempo anche l’allungamento del pareggio strutturale di bilancio (recentemente riconfermato per il 2015 dal Ministro).

Questo perché quello che sta avvenendo è un lento ma continuo avvicinarsi del deficit alla soglia 3%, il ché rischia di farci sforare sia il target assoluto che quello di medio termine – anche se naturalmente ciò che conta è il giudizio dei mercati sulla nostra solvibilità. Lo slittamento di un anno del deficit corretto per il ciclo varrebbe infatti circa 9/10 miliardi di euro.

Il Governo, per evitare il diffondersi di ulteriore apprensione, ha finora smentito eventuali manovre bis o leggi di stabilità particolarmente pesanti per i contribuenti, ma quanto scritto mette in serio dubbio la tenuta dei conti pubblici, a meno di dolorosi interventi straordinari (interni od esterni, s’intende). Il redde rationem chiamato realtà prima o poi bussa sempre alla porta.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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