La manifestazione Coisp e il caso Aldrovandi: cronache di una ferita riaperta

29/03/2013 di Luca Andrea Palmieri

Il ritorno in auge nelle cronache nazionali del caso Aldrovandi è la cronaca di un paese dove si cerca di estremizzare sempre le spaccature, a costo di gettare sale sulle peggiori ferite. E’ il caso della manifestazione del Coisp, avvenuta molto poco opportunamente sotto l’ufficio di Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi. La maggioranza dell’opinione pubblica ha condannato l’accaduto, ed anche il ministro Cancellieri è intervenuto sulla vicenda, stigmatizzando l’evento. Quel che colpisce però è l’intransigenza con cui il Coisp si è posto, parlando di politica ipocrita e chiedendo addirittura le dimissioni del ministro.

Flashback – ma andiamo con ordine, cercando di ricostruire tutta la vicenda, per capire cos’è successo. Federico Aldrovandi muore il 25 settembre 2005, a 18 anni. Tornava a casa dopo una serata con gli amici, con tutta probabilità aveva fatto uso di droghe. Una pattuglia della polizia lo incrocia: le dichiarazioni degli imputati parleranno di un’aggressione da parte sua. Comunque sia, nasce uno scontro, piuttosto violento. Verso le 6 di mattina viene inviata un’ambulanza sul posto: il ragazzo viene soccorso ma non c’è niente da fare: la rianimazione fallisce e viene constatato il decesso per “arresto cardio-respiratorio e trauma cranico-facciale”.

Patrizia Moretti

La famiglia, avvertita solo diverse ore la constatazione del decesso, ritiene poco credibile la morte per malore dichiarata in prima istanza e si attiva per far luce sulla vicenda, attirando l’attenzione dell’opinione pubblica e facendo si che le indagini, già in corso, sull’evento, accelerino. Ne seguirà un’inchiesta in cui si scontreranno opinioni molto diverse della pubblica accusa e della difesa sulle cause della morte del giovane. Da un lato si parla di un malore dovuto all’assunzione di droghe, dall’altra di “un’anossia posturale”, ovvero dell’impossibilità di arrivo ai tessuti interni dell’ossigeno, a causa delle percosse e dello schiacciamento a terra durante l’immobilizzazione.

 Il processo – Durante l’inchiesta emergono diversi particolari a sfavore della difesa, tra cui l’assenza del sequestro dei manganelli, di cui due rotti, con cui il giovane sarebbe stato colpito. Fatto sta che si arrivò al processo che, il 6 luglio 2009, portò a una condanna a tre anni e sei mesi per i quattro poliziotti indagati, per “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi”. La sentenza di appello, nel 2011, portò alla conferma della condanna di primo grado e, nel 2012, anche la corte di Cassazione si pronunciò a favore dell’accusa. Nell’ultima fase del processo la famiglia Aldrovandi decise di non costituirsi parte civile in seguito a una transazione e a un risarcimento simbolico da parte del ministero dell’interno, nonché alle scuse ufficiali, avvenute in un incontro privato, da parte del capo della polizia Antonio Manganelli.

La manifestazione  – E’ proprio su questa situazione che si concentra l’intervento del Coisp. Il sindacato contesta la presenza in carcere dei poliziotti, dichiarando che per legge non dovrebbero essere lì. Certo è che la decisione di fare il sit-in proprio sotto gli uffici della Moretti sembra una provocazione. Il sindaco di Ferrara ha provato a chiedere alle forze di polizia in protesta di spostarsi, senza successo. A tutti gli effetti non poteva fare di più: la manifestazione era stata richiesta la settimana prima in quella stessa piazza ed il presidio era lì regolarmente.Condanne e carcere – I poliziotti indagati, Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri non hanno dovuto scontare tutta la pena comminata. L’indulto varato nel 2006 ha fatto si che 3 anni di pena fossero condonati, lasciando loro solo i 6 mesi rimanenti da passare in carcere. Recentemente, il 18 marzo, è stata scarcerata Monica Segatto, l’unica donna del gruppo, alla quale sono stati comminati gli arresti domiciliari.

Coisp

La madre di Federico è così scesa in piazza con un ingrandimento della famosa foto del corpo esanime del figlio. Le è poi stato contestato da Federico Maccari, segretario del Coisp, che la foto sarebbe falsa: da qui la decisione di querelarlo. E’ proprio questi ad essersi poi scagliato contro il sindaco, i dipendenti comunali e la politica tutta, accusandola di ipocrisia. Allo stesso tempo però, scagliata la pietra, nascosta la mano: è stato dichiarato che i manifestanti non sapevano che l’ufficio della Moretti fosse là sotto. Dichiarazione che la stessa Moretti contesta, rispondendo che già da giorni una camionetta girava per la città esprimendo slogan a favore dei poliziotti incarcerati, e che si fermava, al termine del giro, proprio in quel luogo, a due passi dal suo ufficio.

Le reazioni della politica – Il ministro Cancellieri, come citato, si è fortemente dissociato dalla manifestazione, ma ha escluso provvedimenti disciplinari contro i poliziotti (come in realtà è normale che sia, davanti a una manifestazione autorizzata e in un regime di libertà di espressione del pensiero). In seguito però all’invito a dimettersi da parte del Coisp (a cui ha primariamente reagito parlando di “parole in libertà”), l’atteggiamento si è decisamente indurito. Ha così previsto un’ispezione per accertare se nell’organizzazione della manifestazione, sia da parte del sindacato che del comune che ha concesso lo spazio, vi siano delle irregolarità. Anche le forze politiche in Parlamento si sono fortemente dissociate con il Coisp, esprimendo in massa in aula solidarietà a Patrizia Moretti.

Le reazioni dei sindacati – Sono arrivate reazioni anche dagli altri sindacati di polizia: la Silp-Cgil si è fortemente dissociata dal gesto della Coisp. La Siap – Campania invece difende parzialmente i manifestanti, in una lettera aperta alla madre di Federico, aprendo lo sguardo sull’assenza di regole di ingaggio fisse per le forze di polizia in questi casi. Fa infatti notare come in passato queste fossero basate, in maniera un po’ improvvisata, sull’esperienza degli agenti di servizio anziani, che le avrebbero passate poi agli agenti più giovani. Viene lamentato come questa guida sia stata resa non obbligatoria dal 1995, lasciando molti giovani agenti all’improvvisazione più totale.

L’importanza di una sentenza – La motivazione della Siap non convince. Se è vero che l’assenza di regole di ingaggio è un problema con cui le nuove forze di polizia devono avere a che fare, sta di fatto che è inaccettabile che in quattro contro uno, armati di manganelli, si riduca un ragazzo in quello stato. Non è una questione di regole, è una questione di logica. Le forze di polizia devono mantenere l’ordine, non punire con la violenza chi infrange le regole. Federico Aldrovandi è morto di questa violenza, e c’è un sentenza passata in giudicato a confermarlo. Sentenza che, a sua volta, deve essere rispettata, soprattutto dal momento in cui ben tre gradi di giudizio hanno confermato la tesi dell’accusa e la pena inflitta (tra l’altro in un tempo relativamente breve per i nostri lentissimi iter giudiziari). Il gesto del compianto capo della polizia Manganelli, poi, pesa come un macigno su altre valutazioni. (mi viene personalmente da chiedermi: quanto l’organizzazione della manifestazione in questo periodo è legata al momentaneo vuoto a capo della polizia?)

Riaprire ferite – Stasera ci sarà un sit-in a favore della famiglia Aldrovandi negli stessi luoghi di Ferrara; e le reazioni della sfera sia sociale che politica del paese, per una volta, paiono essere unanimi. Questo è un buon segnale per un paese perennemente spaccato su tutto, anche se, in caso contrario, l’anomalia sarebbe divenuta fin troppo evidente. Rimane però da chiedersi come sia possibile che vi sia ancora modo che una ferita così dolorosa per la società italiana venga riaperta in questa maniera. Che bisogno c’è di scaldare ancora gli animi, a scapito di una famiglia che ha dovuto sopportare la tragedia più grande? Fermo restando che quegli slogan gridati dai manifestanti sui “criminali in libertà e i poliziotti in galera” esplicano il populismo peggiore. In qualsiasi stato di diritto il principio è che chi sbaglia paga, ed è compito proprio della polizia fermare chi sbaglia. Anche se è qualcuno al suo interno.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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