Manfredi, l’ultimo Svevo di Sicilia

20/09/2014 di Davide Del Gusto

La storia del figlio dello Stupor Mundi Federico II di Svevia e ultimo baluardo dell'universalismo svevo contro l'influenza e il potere papale

Manfredi di Svevia

Il XIII secolo è considerato uno dei momenti apicali dell’intera età medievale: per una particolare commistione di fattori, infatti, quali la consolidata potenza della Chiesa e l’apogeo dell’Impero germanico, ma soprattutto il grande rinnovamento sociale, spirituale, culturale e commerciale, la Cristianità visse alcuni momenti memorabili. Fu, del resto, il palcoscenico ideale di uno degli uomini più formidabili del tempo: Federico II di Svevia. Totalmente immerso nel suo sogno di creare un Impero universale germanico, egli non sottovalutò mai l’importanza strategica e simbolica del controllo del Regno di Sicilia, dell’Italia e della Germania stessa: un territorio unico e immenso tra il Mediterraneo e il Mare del Nord, con la sola interruzione costituita dai domini pontifici.

Nel 1232 lo Stupor Mundi, con la benedizione della nascita a Venosa di un figlio naturale, Manfredi, credette ancor più fortemente che fosse arrivato il momento di consolidare quanto posseduto per poter tentare, un giorno, di riunire tutti i territori svevi sotto un’unica corona. Scommettendo molto sul futuro del ragazzo, Federico lo fece riconoscere come legittimo e lo iniziò non tanto ai soli valori cavallereschi, quanto alla cultura, alla filosofia e alle arti. Giovinetto, Manfredi perfezionò la sua educazione a Bologna e Parigi, università all’epoca nel pieno di una eccezionale fioritura. Nel 1248, appena maggiorenne, convolò a nozze con la marchesa di Saluzzo, Beatrice, figlia di Amedeo IV di Savoia: grazie a questo legame, il ragazzo divenne signore dei territori lombardi e borgognoni, ampliando l’area germanica retta dal fratellastro Corrado IV, primo figlio di Federico.

Johensis Bibbia a Manfredi;
Lo scrittore Johensis consegna la Bibbia a Manfredi;

Il 1250 fu un anno decisivo per le sorti dell’universalismo federiciano: dopo una fallimentare lotta contro i Comuni lombardi e il Papato, lo Stupor Mundi morì improvvisamente in Puglia. Terzo nella successione al trono di Sicilia, secondo testamento, Manfredi si divise allora con Corrado ed Enzo di Sardegna i domini imperiali: ottenne il Principato di Taranto e molti altri feudi pugliesi, che lo resero il signore più potente del Mezzogiorno, nonché la reggenza d’Italia in nome di Corrado. Manfredi fu però “beneficiario” anche del tremendo attrito con il Papato di Innocenzo IV, il vero grande avversario del padre.

I primi sforzi del giovane furono volti alla repressione dei continui tumulti in Sicilia e in Puglia occorsi alla morte di Federico e, in molti casi, fomentati dal pontefice: con l’aiuto del marchese Bertoldo di Hohenburg e del fratello, Manfredi riuscì a sottomettere e controllare il Regno. Nel 1254 Corrado morì, ma non prima di aver conferito la reggenza in nome di suo figlio, Corradino, all’alleato Bertoldo: per cercare di limitare una fin troppo eccessiva presenza germanica nel Mezzogiorno, Manfredi fu costretto a scendere a patti con Innocenzo IV, che per un secolare diritto si ritrovava feudatario di Sicilia; il giovane venne investito dell’autorità incondizionata su tutto il Meridione continentale, escludendo gli Abruzzi e la Terra di Lavoro, che costituivano il confine con gli Stati pontifici, e si vide assicurata la successione al trono dopo il nipote Corradino. Questo compromesso con Roma non durò a lungo, poiché, dopo la Dieta di Capua del 1254, il papa iniziò a considerarsi l’unico signore del Regno di Sicilia, pretendendone il governo. Manfredi fu costretto a fuggire a Lucera, da dove guidò una prima resistenza al pontefice, prendendo Foggia ed esiliando il legato papale e lo stesso Bertoldo. Alla morte di Innocenzo nel 1255 a Napoli, Manfredi poté riprendere la conquista definitiva del Regno, riconosciuto dallo stesso Corradino suo unico reggente: all’apice del potere, il giovane represse i vari baroni che avevano osato disconoscerne l’autorità in passato.

Nel 1258, finalmente, Manfredi entrò trionfalmente nella cattedrale di Palermo per la solenne incoronazione a Re di Sicilia, luogo in cui erano sepolto il padre e i suoi predecessori, ristabilendo così la legittimità degli Svevi a regnare sul Mezzogiorno. Proprio per questo motivo, sentendosi ancor più minacciata, Roma non tardò a prendere provvedimenti: Alessandro IV scomunicò il nuovo sovrano, la sua corte, l’arcivescovo di Agrigento, che aveva proceduto all’unzione sacra, e tutti gli ecclesiastici convenuti a Palermo per l’incoronazione. Il Regno si spaccò in due.

Dopo la rottura con Roma, non potendo contare sulla fedeltà di molti baroni, Manfredi trovò degli importanti alleati nei Ghibellini italiani: dapprima contribuì a rafforzare i suoi rapporti con Siena e poi con Piacenza, Fermo e Jesi, piazzeforti che avrebbero facilmente accerchiato il potere papale; ebbe addirittura l’appoggio di Genova e Venezia in cambio di una direzionata politica commerciale. Il successo vero e proprio non si fece attendere con la clamorosa sconfitta di Firenze a Montaperti nel 1260 per opera dei Senesi, adeguatamente supportati dalle truppe siciliane, cui seguì l’autorevole nomina a senatore di Roma.

Carlo d'Angiò, Manfredi, Benevento
Carlo d’Angiò colpisce Manfredi nella battaglia di Benevento

L’autorità di Manfredi rimase indiscussa per qualche anno; grazie alla momentanea tregua la corte palermitana rifiorì come ai tempi di Federico: la cultura e le arti presero una boccata d’aria dopo i tumulti del periodo appena concluso e lo stesso sovrano poté dedicarsi alla stesura di alcune opere, come le integrazioni al trattatello federiciano De arte venandi cum avibus; a corte tornarono a confluire traduttori ed interpreti arabi, ebrei e greci, come nel mélange culturale sostenuto dal padre. Con una intensa attività legislativa, il Regno riprese anche la via dello sviluppo economico, specie con il potenziamento del porto di Salerno e di molte fiere cittadine. Infine, grazie ad una oculata politica matrimoniale, l’influenza manfrediana si allargò alla Spagna, con l’unione della figlia Costanza con Pietro III d’Aragona, e alla costa orientale dell’Adriatico: alla morte di Beatrice, il sovrano sposò in seconde nozze Elena Ducas, figlia di Michele II d’Epiro.

Tutto questo successo non poteva durare. Nel 1262 Manfredi venne convocato dal papa per essere messo a processo con l’accusa di eresia: a nulla poté il pagamento di un’offerta favolosa alla Curia. Il nuovo pontefice, Urbano IV aveva nel frattempo intrattenuto delle trattative segrete con Carlo d’Angiò, fratello di Luigi IX di Francia, per la sua successione al Regno di Sicilia; la pace tra il Papato e Manfredi, tanto auspicato dal re francese, fallì miseramente e lo Svevo venne nuovamente scomunicato. Il 1263 si aprì con la decisiva nomina di Carlo a senatore di Roma: al momento del suo arrivo in città e alla sua incoronazione il 6 gennaio 1266 come Re di Sicilia da parte di Clemente IV, lo scontro armato si profilò inevitabile.

Anche a causa del tradimento nei confronti del loro legittimo sovrano, le fortezze della turbolenta Terra di Lavoro caddero sotto l’avanzata angioina, lasciando campo libero a Carlo fino a Benevento. Qui si consumò l’ultimo atto della disperata resistenza di Manfredi: il 26 febbraio 1266, dopo tre assalti infruttuosi, abbandonato dai suoi baroni, lo Svevo cadde nel fragore della battaglia. Il suo corpo venne riconosciuto tre giorni dopo lo scontro e fu sepolto senza troppe cerimonie nei pressi della città; tempo dopo, con il consenso del papa, l’arcivescovo di Cosenza Bartolomeo Pignatelli fece riesumare la salma del “sultano di Lucera” e la fece riseppellire in un tratto di terra sconsacrata nei pressi del Liri, senza alcun segno di riconoscimento.

Ma la caduta definitiva degli Svevi non era ancora giunta: il 23 agosto 1268, l’ultimo erede di Federico II, Corradino, in un’ultima disperata riscossa, venne sconfitto da Carlo a Tagliacozzo; il giovane sarebbe stato giustiziato a Napoli due mesi dopo. Con la drammatica morte di Manfredi e del suo ancora acerbo nipote, tramontò definitivamente e miseramente il grande sogno federiciano.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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