Africa calling: Mali, quando il colonizzatore dimentica la colonia

12/01/2013 di Elena Cesca

safaliti-maliPrevenire, si sa, è meglio che curare ma raramente ne facciamo memoria. Si rivoltassero nella tomba i vecchi colonizzatori dell’Europa saccheggiatrice che, nella fase più accesa di una lotta all’ultimo confine, si spartirono col righello le sorti di milioni di uomini e donne, sacrificando tradizioni e alimentando divisioni etniche nel continente Africano! I nuovi attriti in Mali, stato nord-occidentale dell’Africa, creati dall’avanzata dell’etnia berbera sahariana Tuareg di orientamento islamico, sono la ripercussione recente di un problema antico.

Quando i Francesi colonizzarono il Mali (1864) , i centri urbani e del potere come la capitale Bamako, vennero concentrati nelle aree ove la distribuzione delle risorse era maggiore, tralasciando le aree desertiche della periferia, determinando così una netta separazione dal centro. Proprio l’assetto geografico e geopolitico del Mali, con la sua divisione tra aree aride sahariane (scarsamente abitate da popolazioni nomadi come quella dei Tuareg) e la regione meridionale più florida, aiuta a comprendere quanto stia accadendo in questi giorni. Quando nel 1960 il Mali, sull’onda della fase di decolonizzazione, ha ottenuto l’indipendenza, nessun Francese di buona volontà e con capacità di analisi a lungo termine aveva previsto che ben presto il Nord sottosviluppato si sarebbe rivalso sul Sud prediletto. Nel 1992 l’avvento della democrazia, in un Paese non educato alle pratiche democratiche e dove al dominatore francese aveva seguito il disordine dei colpi di stato, ha alimentato l’emarginazione delle regioni del Nord. Solo il Sud, area elettorale vantaggiosa con la sua maggiore densità abitativa, è stato destinatario delle poche politiche del paese.

Di conseguenza, i vuoti di potere e controllo nelle aree desertiche settentrionali hanno fatto sì che queste ultime divenissero aree fertili per l’affermazione di organizzazioni, come quella degli Jihadisti di Al Qaida, che da sempre si prestano al sostegno dei movimenti locali nella loro opposizione al governo centrale. Dopo numerosi scontri, dall’aprile 2012 il territorio settentrionale del Paese, l’Azawad, con capitale Gao, ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza. L’allarme di questi giorni si riassume nell’avanzata dei nomadi ribelli del nord verso le zone centrali di Konna e quelle meridionali. Grazie alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, (n.2085 del 12 ottobre 2012), la Francia è potuta intervenire (3.300 uomini) al fianco delle truppe malesi, a cui si aggiungeranno lunedì i militari della Comunità economica degli Stati d’Africa occidentale (Ecowas) dispiegati dopo il via libera di venerdì scorso. Il caso del Mali è solo uno dei tanti che invitano l’uomo ad interrogarsi sugli errori del passato.

L’Africa, con la sua varietà etnica e le difficoltà climatiche – così come alcune realtà del Sud-Est asiatico – ci ricorda che la cultura autoctona non muore con l’imposizione del regime coloniale. L’impotenza delle amministrazioni politiche postcoloniali si traduce da quarant’anni in tensione culturale e finisce per esacerbare aspetti della stessa, così come avvenne in Ruanda circa un decennio fa. L’Europa ricca ma insaziabile, ha abbandonato il Continente al suo destino e sembra ricordarsi degli orfanelli di colore solo come oggetto di esaltazione mediatica. Non viene detto che ad alimentare i conflitti interni erano stati proprio i rapporti di potere imposti dai coloni. Non viene ammesso che la decolonizzazione non è stata un’attuazione dell’autodeterminazione dei popoli, bensì un modo per chiudere una questione che non aveva più alcun valore, in una sorta di marginalità strategica.

Se lo spirito di solidarietà fosse stato reale, la liberazione dal vecchio colonizzatore europeo sarebbe dovuta essere graduale e funzionale all’intraprendere piccoli ma efficaci passi verso il raggiungimento dell’indipendenza e della stabilità politica ed economica. La critica postcoloniale fornitaci da uomini di grande intelletto come Antonio Gramsci dovrebbe essere insegnata nelle scuole, accanto agli stessi motivi che spinsero i coloni a stanziarsi e poi ad abbandonare le terre conquistate. I continui rivolgimenti che accadono nel continente africano non sono altro che la conseguenza di una modernità fallita nei suoi ideali basilari di libertà e uguaglianza.

Ancor prima delle nuove teorie sulla globalizzazione, bisognerebbe soffermarsi sul concetto stesso di “Occidentalismo”, sul come noi Occidentali guardiamo al resto del mondo. Nell’era del trionfo dei diritti umani, del 2.0, della fine della geografia, dello stravolgimento della scacchiera internazionale, bisognerebbe chiedersi se sia ancora sensato definirsi in senso geografico. Occidentali rispetto a chi?

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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