Il Mali nella tempesta del deserto: terrorismo, rivendicazioni e interventi internazionali

21/04/2016 di Sabrina Sergi

Il 18 aprile scorso il Mali è stato colpito da nuove violenze, concentrate nella città di Kidal, crocevia del terrorismo jihadista e dei movimenti autonomisti del nord. La presenza occidentale, dell’ONU e della Francia, è stata contestata dalla popolazione, a causa dell’arresto di cittadini accusati di avere legami con i gruppi islamici.

Mali

Non c’è pace nel deserto. Anzi, l’immensa distesa di sabbia che si estende per tutto il nord del Mali è terreno fertile per il proliferare di nuovi disordini e tensioni. E proprio una città del deserto, Kidal, è stata teatro di nuovi scontri tra la popolazione e le forze straniere antiterroriste, l’ONU e le truppe francesi.

Lunedì 18 aprile, infatti, un folto gruppo di persone, costituito perlopiù da donne e bambini, dopo essere sceso in strada per manifestare, si è diretto verso l’aeroporto di Kidal, zona presidiata dalle forze ONU della MINUSMA (Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite per la Stabilità del Mali), commettendo atti di vandalismo di tipo incendiario. Nel disordine delle proteste sono partiti due colpi, che hanno ferito mortalmente due manifestanti. Le forze MINUSMA, comunque, negano la loro responsabilità ed ora è stata aperta un’inchiesta per chiarire l’accaduto. Secondo la stampa locale, le ragioni della protesta risiederebbero nell’arresto e l’interrogatorio di alcuni cittadini, sospettati di avere legami con i gruppi terroristi jihadisti, da parte delle forze francesi dell’Operazione Barkhane.

Kidal è una delle città maliane situate nel nord del Paese che ospita ben due missioni straniere, anziché subire la presenza dell’esercito maliano che, per ragioni di sicurezza contro l’inasprirsi delle tensioni etnico-religiose, si è preferito tenere fuori dalla regione. Questo è solamente una delle complesse situazioni del Mali. Il Paese, a partire dal 2012, ha cominciato ad essere il teatro di numerosi scontri, che hanno implicato il moltiplicarsi degli attori sulla scena: gli autonomisti del nord del Mali, i terroristi jihadisti, i francesi con l’Operazione Serval, le forze di MINUSMA e infine altri cinque Stati del Sahel riuniti in un partenariato a guida francese nell’Operazione Serval.

La situazione odierna è il frutto dell’intreccio di più problematiche rimaste irrisolte e che si sono poi accumulate. Nel corso del 2012, nel nord del Paese, i tuareg , che rivendicano l’indipendenza del nord fin dagli anni Sessanta, hanno rafforzato le proprie pretese organizzandosi nel Movimento Nazionale per la Liberazione di Azawad (MNLA), beneficiando dell’afflusso di armi e uomini conseguente la caduta di Gheddafi in Libia. La loro avanzata nel deserto è stata rapida, attraverso la conquista di numerose città del nord, fino al culmine, raggiunto il 5 aprile 2012, con la dichiarazione d’indipendenza, attraverso la quale i tuareg avrebbero dato vita allo Stato di Azawad.

Questa frattura ha generato una serie di ulteriori problemi: da un lato, un gruppo di militari maliani, guidati dal generale Sanogo, ha tentato il golpe contro il governo di Bamako, sostenendo che questo fosse incapace di opporsi alla divisione del Paese. Dall’altro, i militanti dell’Azawad sono stati sopraffatti dalla presenza di ulteriori gruppi terroristici di stampo jihadista. Mentre il problema del potere a Bamako è stato rapidamente risolto grazie alle pressioni della comunità internazionale, con l’instaurazione di un governo di transizione, la situazione nel nord ha continuato a peggiorare di mese in mese.

Il deserto è divenuto un’immensa officina della guerriglia, alimentata da traffici illeciti di droga, sigarette, armi e migranti, nonché dal pagamento dei riscatti per gli occidentali rapiti. Secondo il rapporto “Situazione della sicurezza in Mali” del 7 settembre 2015, redatto dal Segretariato di Stato per le migrazioni della Confederazione Svizzera, i principali gruppi armati jihadisti sarebbero sostanzialmente quattro. Il primo è Al Qaeda nel Maghreb Islamico, noto con l’acronimo di AQMI, movimento fondato dall’algerino Abdelmalek Droukdel nel 2007 e infiltratosi nella lotta indipendentista tuareg già nel 2012. Il secondo è Ansar Eddine, di più recente fondazione, capeggiato da un ex indipendentista del MNLA, Iyad Agh Ghali, vecchio leader tuareg che ha sposato la causa jihadista. Il terzo è il Movimento per l’Unicità e il Jihad in Africa Occidentale, anche MUJAO -in pratica una derivazione di AQMI- forgiato da Ould Kheirou e radicato nella regione di Gao (compresa tra Timbuctu e Kidal), che continua a rivendicare molti degli attacchi perpetrati nel nord. Ultimo, ma non meno importante, il gruppo algerino Al Mourabitoune, creato nel 2012 dal temibile Mokhtar Belmokhtar. Costui è stato un capo storico di AQMI ed è molto noto non solo alle popolazioni del deserto, ma anche all’intelligence di tutto il mondo, vista la vicinanza ad al Qaeda, che lo ha visto impegnato in Afghanistan già negli anni Ottanta, quando a causa di un incidente perse un occhio, cosa che gli valse l’appellativo de “il guercio”. Ma oggi, nel deserto, egli è più conosciuto come “Mister Marlboro”, per via dei traffici di sigarette che lo hanno aiutato a far crescere prima AQMI e poi Al Mourabitoune.

Nel gennaio del 2013 il governo di transizione del Mali, non più capace di contenere autonomamente l’avanzata dei suddetti gruppi, ha chiesto l’intervento della Francia, che ha lanciato l’Operazione Serval. Nonostante le numerose critiche della stampa internazionale al governo francese, accusato di voler restaurare la propria presenza nella cosiddetta Françafrique, l’operazione è riuscita nel raggiungimento di alcuni obiettivi a breve termine. In particolare, sul piano militare, le forze armate francesi sono riuscite a respingere e disperdere alcune formazioni jihadiste del nord, mentre sul piano politico la presenza francese ha garantito lo svolgimento delle elezioni in modo pacifico tra l’estate (presidenziali) e l’autunno (legislative) del 2013. Esaurito l’obiettivo di Serval, i francesi hanno sostituto l’intervento con l’Operazione Barkhane, decisa insieme ad altri cinque Paesi confinanti con il Mali: Ciad, Costa d’Avorio, Niger, Burkina Faso e Mauritania.

L’obiettivo principale di questa nuova iniziativa non si limita alla stabilizzazione di un solo Stato, bensì si allarga alla lotta al terrorismo in tutto il territorio del Sahel, grazie alla mobilitazione di 3000 uomini svariati mezzi, tra i quali 20 elicotteri e più di 200 veicoli armati. Nonostante questi propositi incoraggianti, molti analisti sono convinti che Barkhane potrebbe rivelarsi, a lungo termine, una strategia fallace per l’intera fascia del Sahel, come affermato lo scorso febbraio da Nathaniel K. Powell sul Foreign Affairs. In particolare, secondo il giornalista, l’“interventismo” francese, sostenendo governi tendenti a reprimere le popolazioni,  aumenterebbe il livello “di disordine, ribellione e anche del terrorismo di stampo jihadista”.

Ciò che si può affermare con certezza, per ora, è il fatto che la presenza dell’Op. Barkhane risulta essere un valido supporto per la missione internazionale di peacekeeping MINUSMA. Essa è stata creata con la risoluzione 2100 del 25 aprile 2013 con vari obiettivi, tra i quali quello di stabilizzare la situazione nel Paese e creare un clima adatto alla concertazione tra le parti, oltre a quello di garantire la ricostruzione istituzionale. L’inviato della BBC Alastair Leithead ha definito MINUSMA come la “più pericolosa missione di peacekeeping degli ultimi anni”. In effetti, guardando ai dati forniti dall’ONU sul numero dei peacekeepers morti in servizio dal 2013 al 2015, quella in Mali è al primo posto, con 53 morti.

La pericolosità della missione è dovuta principalmente al fatto che i peacekeepers si trovano a dover trattare con gli insorti, che attraverso le azioni di guerriglia pensano di rafforzare la loro posizione negoziale. L’attività di mediazione ha comunque portato buoni frutti lo scorso anno. Il 20 giugno 2015, infatti, il governo maliano e i movimenti autonomisti sono riusciti a convergere su un testo proposto da MINUSMA per la ricerca di una soluzione pacifica del conflitto, il cosiddetto Accordo di Algeri. Con esso, il governo maliano si è impegnato ad attuare delle riforme istituzionali in favore di una maggiore decentralizzazione del potere, mentre le parti hanno garantito il rispetto del cessate il fuoco, l’impegno per il disarmo e la collaborazione in buona fede nel processo di pace.

Secondo l’ultimo rapporto del Segretario Generale dell’ONU sulla situazione in Mali, fino ad oggi le parti si sono impegnate al rispetto dell’accordo, ma i ritardi nell’applicazione hanno creato un diffuso malcontento, soprattutto tra i gruppi autonomisti. Inoltre, benché il cessate il fuoco sia stato effettivamente rispettato soprattutto a partire da dicembre, la situazione nel Paese rimane ancora molto tesa, a causa degli attentati dei gruppi jihadisti, che tra l’altro non partecipano in alcun modo al processo di pace (vedi l’attentato al Radisson Blu di Bamako del 20 novembre 2015). In tal proposito, sebbene il primo ministro francese Manuel Valls abbia posto il veto assoluto sulla possibilità di aprire il dialogo ai gruppi jihadisti, nel Paese è in corso un dibattito sull’opportunità di coinvolgere il leader di Ansar Eddine nel processo di pace. In particolare, lo ha riferito il giornalista Boubacar Sangaré a febbraio su Le Courrier du Maghreb et de l’Orient, attraverso alcune interviste fatte a vari giornalisti, politici e avvocati maliani favorevoli a un’eventuale apertura nei confronti di Iyad Agh Ghali.

In realtà, un modo meno pericoloso di facilitare la lotta al terrorismo nel nord sarebbe quello di spezzare i traffici milionari che si svolgono sulle piste del deserto, soprattutto quelli legati alla droga. L’Ufficio ONU contro la droga e il crimine (ONUDC) riferisce, infatti, che nel Sahel transitano ogni anno da 35 a 40 tonnellate di cocaina, la cui metà diretta verso l’Europa. Questo traffico è la fonte principale di sostentamento dei vari gruppi jihadisti, e contribuisce anche ad aumentare la violenza interna ad essi per la conquista delle postazioni di transito. Cosicché, se quest’attività venisse debellata, si ridurrebbe enormemente anche la capacità e la pericolosità dei terroristi.

“Il caos del Mali è un mare dove ormai da ogni parte la matassa si arruffa”, ha scritto Domenico Quirico, inviato della Stampa, nel suo libro inchiesta “Il grande califfato”, pubblicato nel 2015. Da allora i progressi non sono mancati, prova ne sono gli Accordi di Algeri del giugno 2015. Ma restano ancora da sciogliere molti altri nodi.

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Sabrina Sergi

Laureata magistrale in Scienze della Politica a Lecce, con 110 e lode, ha approfondito i suoi studi di politica internazionale presso l’ISPI di Milano, dove ha frequentato il Master in Diplomacy. Passioni collaterali: scrittura, letteratura e storia.
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