Di Maio e la svolta “democristiana” del M5S

27/06/2014 di Edoardo O. Canavese

Dopo i dieci, tesi minuti nell’incontro di febbraio tra Grillo e Renzi, M5S e Pd si ritrovano allo stesso tavolo. Senza insulti, senza l’ex comico, con spirito collaborativo. E con la sensazione che tra i grillini la strategia politica e gli equilibri interni siano radicalmente cambiati dopo le elezioni europee. Cause e conseguenze della svolta moderata del M5S, dalla quale sta emergendo un nuovo leader: Luigi Di Maio.

L’analisi della sconfitta – Esercizio a cui sono storicamente avvezzi gli avversari di sinistra, ma che dopo il flop alle elezioni europee s’è reso necessario anche a chi fino al giorno prima era sicuro di bissare lo tsunami del 2013. Non ingannino i Maalox e quel videomessaggio in cui Grillo pareva liquidare come incidente di percorso la sconfitta del 25 maggio; una riflessione c’è stata, sia presso la sede milanese della Casaleggio Associati, sia nel gruppo parlamentare. Facile, per entrambi, intuire quali fossero gli evidenti errori della campagna elettorale: i toni estremisti, che hanno spaventato quella fetta di voto moderato più pesante di quanto i 5 stelle potessero immaginare. Difficile riconoscere i colpevoli: Grillo rifiuta di assurgere a capro espiatorio, contro le accuse dei pizzarrottiani e del deputato dissidente Tommaso Currò, il quale non manca di prendersela anche con quel ristretto cerchio magico di fedelissimi che  difende ed avvalla ogni posizione del leader genovese. Il M5S si dà quasi un mese, lasciandosi in pasto alle ironie sulla sconfitta e alle polemiche sull’alleanza a Bruxelles con Farage, prima di esibire la sua nuova, strategia politica. Che, in perfetto stile grillino, non ha mancato di sorprendere.

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Luigi Di Maio (al fianco del deputato M5S Danilo Toninelli) durante l’incontro con Matteo Renzi ed il Pd per la riforma della legge elettorale

Il dialogo col Pd – Il copione degli incontri via streaming tra Pd e M5S non è mai stato molto originale. Pd aperturista, possibilista, “Scongelatevi”, M5S “non siamo a Ballarò”, “noi siamo i cittadini”, “rappresenti i poteri forti”. Fino al 25 giugno scorso. Stavolta non c’era nei grillini l’arroganza di chi ha vinto, non c’era la ricerca dello scontro muscolare, non c’erano slogan: c’era una seria proposta politica, il “democratellum”, una legge elettorale all’insegna del ritorno al proporzionale nella sua forma più pura, nell’esibizione della coscienza di non poterla sviluppare da soli, e nell’offerta della stessa a Renzi. Le parti sono lontane, diffidenti, ma il clima è più disteso, e sopravvive fino ai saluti l’idea che in futuro si possa collaborare. Difficile giudicare quanto l’apertura del M5S sia mediatica e quanto sia reale l’interesse di Renzi alla loro proposta, certo la logica dei blocchi contrapposti pare dai grillini ammorbidita, e ancor più l’ombra del padre-proprietario Grillo è sembrata insolitamente distante, sbiadita dalla presenza di Luigi Di Maio.

Luigi il Democristiano – Grillo, a margine dell’incontro, s’è detto soddisfatto. E’ evidente che la sua conduzione del tavolo sarebbe stata diversa, ma lo è altrettanto come dietro la presenza e la soddisfacente prestazione del vicepresidente della Camera vi sia dietro l’abile regia di Casaleggio. Chi è Luigi Di Maio? Vice di Laura Boldrini alla presidenza della Camera, per l’appunto, e soprattutto suo principale antagonista. E’ il volto istituzionale del M5S, la faccia giovane, arrembante ma composta di un gruppo spesso disordinato. E’ stato lui a ponderare nei salotti tv la presenza catodica dei meno diplomatici Di Battista, Taverna, Morra e Lombardi, lui a condannare la nota “ghigliottina” della Boldrini pur in termini più contenuti e digeribili. E oggi pare aver rottamato proprio i  focosi colleghi. Perché le esternazioni passionali fino a punte di fanatismo promosse dai sopracitati ed altri in Parlamento e durante la campagna elettorale non hanno pagato, anzi. Il moderato Di Maio, con oratoria misurata e capacità d’adattamento di sapore democristiano, incarna lo spirito di chi può suturare la grave emorragia di voti cui sono soggetti in queste settimane i 5 stelle, puntellando il consenso e risultando comprensibile anche a chi non vota il movimento. E magari, spegnere l’incendio dell’opposizione intestina.

 E Pizzarotti? – Se ne sta parlando meno, ultimamente. All’indomani della sconfitta europea, pareva imminente una resa dei conti tra Grillo e il sindaco di Parma, colui che più di tutti appariva destinato a dar forma politica ai delusi dal risultato, ma soprattutto dalla condotta del leader. Oggi invece il dialogo coi democratici addolcisce le critiche di chi pretendeva un’apertura seria e consapevole con Renzi, anche nella dissidenza parlamentare. Tuttavia la grana Farage rimane. Per Grillo è un capitolo chiuso, suggellato dal voto del blog, ma la base storce il naso e gli stessi eletti, a disagio insieme a membri della destra conservatrice e xenofoba europea,  per approdare nei lidi dei già bistrattati Verdi. Una frattura che avrebbe ovvie ripercussioni anche nel Parlamento, dove già scorre sangue nei partiti sconfitti a Bruxelles. E che potrebbe lanciare Pizzarotti come nuovo protagonista politico.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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