Magritte, le saboteur tranquille

13/03/2015 di Simone Di Dato

“L’atto surrealista consiste nello scendere in strada, revolver in pugno, a tirare a caso, il più possibile, in mezzo alla folla” - Andrè Breton, Secondo Manifesto del Surrealismo, 1930.

Identificare René Magritte come l’artista sovversivo e rivoluzionario che di fatto è stato, abituati come siamo a riconoscerlo nell’uomo ermetico e piccolo borghese che porta una bombetta in molti dipinti, è di primo acchito piuttosto complicato. Eppure Magritte, che borghese non lo è mai stato, tanto nella sua poetica artistica quanto nella condizione sociale, un sovversivo lo è stato eccome. Rifiutando la concezione dell’arte come prodotto di qualità che incontra il gusto estetico dello spettatore, puntando alla rappresentazione di oggetti comuni nella loro verità banale e ottusa ma proprio per questo subito comunicativa, “le saboteur tranquille” ha condotto senza abuso di clamori una rivoluzione artistica non gridata, ma non per questo meno efficace.

Magia Nera
Magia nera, 1945;

Lontano dal metodo paranoico-critico di Dalì e dalla simbologia erotico-anticheggiante di Delvaux, anche Magritte incentra il suo stile nella tecnica basata sul trompe d’oeil, con la capacità di insinuare costantemente dubbi sul reale con la rappresentazione del reale stesso. Il pittore “fa urlare” il più possibile gli oggetti più familiari in un ordine e un linguaggio evidentemente sconvolti; e non concependo il quadro come espressione di una interiorità d’eccezione, allude piuttosto ad un mistero indefinito che solo nella mente di chi guarda può svelarsi, acquistare un senso. “Quanto al mistero – dichiarò in proposito – all’enigma rappresentato dai miei quadri, dirò che era stata la prova migliore della mia rottura con l’insieme delle assurde abitudini mentali che costituiscono generalmente un sentimento autentico dell’esistenza”. La poetica di Magritte è in effetti tutta qui, nel mistero che non può essere una possibilità del reale ma assolutamente necessario perché il reale possa esistere. Non si tratta di cercare un nuovo modo di dipingere, ma capire perché il mistero sia messo in questione.

La dura pugnalata
La dura pugnalata, 1938

Poesia, mistero e incanto abitano la pittura di Magritte con una precisa strategia: disorientare il nostro approccio convenzionale alla lettura del dipinto, provocare attesa, indurre a cercare la soluzione ad un enigma che in vero non c’è. “Ciò che vedete sulla superficie di quel muro non è un insieme di linee e di colori; è una profondità, un cielo, delle nuvole che hanno alzato il sipario del vostro tetto, una vera colonna intorno a cui potete girare, una scala che prolunga i gradini su cui vi trovate (e voi fate già un passo nella sua direzione vostro malgrado), una balaustra di pietra da cui si stanno affacciando per vedervi i volti attenti dei cortigiani e delle dame che portano nastri e abiti uguali ai vostri, che sorridono al vostro stupore e ai vostri sorrisi, facendo verso di voi dei segni che trovate misteriosi soltanto perché hanno già risposto senza aspettare quelli che voi farete loro.”

Allora il nudo di donna in “Magia nera”, dipinto del 1933, che trasforma il suo corpo nella stessa materia del cielo è un atto di magia di gran lunga più interessante. Così come l’affascinante soluzione di violare le regole della luce ne “L’impero delle luci” del 1950, dove “chi procede in fretta crede di aver visto le stelle nel cielo diurno”.

I Valori Personali
I valori personali, 1952

Quando Magritte dipinge questi e i successivi capolavori che saranno unanimemente stimati come i più riconoscibili e apprezzati nel mondo dell’arte e della cultura, è già ben cosciente dei suoi mezzi di artista. Ha già vissuto il triennio decisivo per la sua carriera, non solo perché corrisponde alla massima vicinanza al Surrealismo francese, ma anche e soprattutto per la ricerca metodica di una poetica rivoluzionaria, per la maturazione di una identità ormai salda: del tutto estraneo alle preoccupazioni estetiche e morali, dedito all’”onnipotenza del sogno” non nella sua natura inconscia e onirica, ma “nel gioco disinteressato del pensiero” sempre vigile e lucido. E’ il periodo del cavaliere, dell’uomo dal taglio di capelli impeccabile, della bombetta e del cane a guinzaglio, della questione del corpo femminile, delle pipe, dei sonagli.

La camera d’ascolto”, “Lo stupro”, “La dura pugnalata” e “Il modello rosso”, solo per citarne alcuni, sarebbero titoli come molti altri, se il pittore in questione non fosse René Magritte. Un quadro, sosteneva l’artista, non esprime nulla, ma se è capace di restituire il mistero del mondo senza conoscerne la formula, un enigma senza sprecare energie per cercare a tutti i costi di risolverlo, non ha bisogno di un titolo che ne esplichi o ne descriva il significato. L’arte di Magritte, viola le idee, i luoghi comuni, le convenzioni, alterna il tema della somiglianza a quello della similitudine, rappresenta il mistero senza la pretesa di spiegarlo o capirlo, ma riuscendo a sorprendere e a incantare.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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