Magistrati in campo: il calderone politico ora è pieno

12/01/2013 di Luca Tritto

ingroiaDurante la Prima Repubblica, si lamentava un parlamentarismo monco, a causa della conventio ad excludendum che non permetteva al Partito Comunista di andare al governo, perennemente nelle mani della Democrazia Cristiana. Nella Seconda Repubblica, invece, la discesa in campo di Berlusconi ha scatenato una violenta campagna giudiziaria nei suoi confronti (evidentemente qualcosa quest’uomo deve pur aver combinato) e ognuno lamentava la mancata possibilità di pesare sullo scenario politico. Oggi, finalmente, la campagna elettorale tesa a delineare il futuro governo appare completa di tutte le forze che negli ultimi anni si sono combattute in ogni sede, ad eccezione di quella politica.

Ci sono stati processi, scontri, diatribe in televisione, sui giornali e nei tribunali. Tutto questo, oggi, avrà luogo nella sfida politica che ci apprestiamo a vivere. Se Berlusconi e la Lega hanno ritrovato il feeling, se il Professor Monti si è unito ai centristi e ai montezemoliani, se il Pd cerca di ricucire gli strappi dei rottamatori, anche gli ex magistrati entrano in gioco. Non è bastato Di Pietro – eroe nazionale per aver stroncato la corruzione di Tangentopoli-  divenuto, dopo la sua entrata in politica, scomodo alleato per chiunque tanto da rompere, in un certo senso, il suo stesso Partito (basti pensare a Donadi). Dopo Luigi de Magistris, eletto a sindaco di Napoli – con risultati discutibili – grazie alla notorietà conseguente all’aver aperto il vaso di Pandora con l’inchiesta Why Not, ora è toccato all’ormai ex pm di Palermo Antonio Ingroia. La sua Rivoluzione Civile alza i toni dello scontro, aperto con un bel numero di istituzioni, dal processo sulla Trattativa Stato – mafia. Non bisogna poi dimenticare l’ex Procuratore Nazionale antimafia Pietro “Piero” Grasso. Per lui, però, la storia è abbastanza diversa.

Per non fare di tutta l’erba un fascio, bisogna capire il perché di queste scelte. Inoltre, occorre vedere come queste persone siano entrate in politica. L’ex Procuratore Grasso ha svolto un cursus honorum a dir poco invidiabile: giudice a latere nel Maxi-processo di Palermo, ha coordinato le indagini sulle stragi del 1992-93 insieme al dottor Pierluigi Vigna, è stato Procuratore della Repubblica a Palermo e con il suo appoggio è stato catturato la primula rossa di tutti i tempi, Bernardo Provenzano. In anticipo rispetto alla scadenza del suo mandato come Procuratore Nazionale Antimafia, ha fatto una scelta rischiosa ma allo stesso tempo estremamente coraggiosa: accettare la candidatura nel PD offertagli dal segretario Bersani. È qui che si vede la caratura morale del personaggio. Infatti, a dispetto delle maggiori possibilità, ha deciso di candidarsi al Senato nella circoscrizione del Lazio, per non “sfruttare” i risultati ottenuti da magistrato candidandosi in Sicilia, evitando così pretenziose polemiche. È una scelta ed una modalità che si differenzia di molto da quelle di de Magistris, Di Pietro ed Ingroia, entrati in politica quasi per ripicca verso una magistratura colpevole di non averli sostenuti a dovere nel corso delle loro battaglie giudiziarie. Non sono certo dei magistrati di primo pelo: tutti e tre, come visto, hanno istruito casi a dir poco esplosivi, con ripercussioni istituzionali di altissimo livello e colpite da numerose polemiche, accuse e, per Ingroia in particolare, il rischio serio di finire uccisi. Certo, dopo gli anni di piombo e delle stragi, oggi farebbe troppo rumore uccidere un magistrato. Ci sono altri metodi più efficaci: la delegittimazione (Giovanni Falcone ne seppe qualcosa, ma per fortuna non bastò a fermarlo), la sfiducia degli organi superiori del CSM, il trasferimento, l’incompatibilità ambientale e così via. Perché oltre che dai delinquenti, in Italia i giudici devono guardarsi anche dai loro superiori. Troppe pressioni politiche, o temi scottanti toccati nelle inchieste, creano fin troppi malumori.

A mio modesto parere, non si può accettare un potere imparziale come quello giudiziario venga politicizzato come in Italia, dove la corrente di Magistratura democratica sembra una sub-struttura interna alla struttura giudiziaria. Non si può nemmeno accettare le esternazioni di tipo politico e accusatorio di un magistrato, nell’esercizio delle sue funzioni. Di questo, il personaggio meno esente da colpe è proprio Ingroia. Tuttavia, mi sento di affermare che – viste le questioni toccate dall’ex pm – una piccola denuncia del marcio emergente dal Processo di Palermo ci può anche stare.

Di certo, adesso, ognuno di loro è libero di dire ciò che vuole. Smessa la toga, sono dei candidati liberi di muovere le proprie accuse. Ora nessuno potrà dire di avere le mani legate. Siamo in campagna elettorale: nel calderone ci sono tutti, ma speriamo non venga fuori la solita minestra riscaldata.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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