Mafia e lavoro: dall’impresa al consenso sociale

31/07/2013 di Luca Tritto

La criminalità organizzata di oggi è il frutto di una evoluzione continua avvenuta nel corso degli anni, durante i quali si è trasformata da fenomeno agro-pastorale in una grande impresa multinazionale e globalizzata. I dati sui presunti guadagni delle organizzazioni criminali italiane storiche sono cifre esorbitanti, paragonabili ad una serie di manovre finanziarie attuate dai governi nazionali. Solo per la ‘Ndrangheta calabrese, Eurispes calcolava nel 2008 un ricavo di oltre 44 miliardi di euro. Eppure, si nota un paradosso inequivocabile: i luoghi di origine delle Mafie, nel Sud Italia, restano tra le zone più povere del continente europeo. Secondo quanto emerge da anni di indagini e processi, la tendenza dei clan è quella di riciclare gran parte del fatturato illecito in zone lontane dai territori sotto il loro diretto controllo. Ne sono esempio le infiltrazioni al Nord Italia, in Germania e in molti altri Paesi europei. Ciò che resta nelle regioni meridionali italiane è ben poca cosa rispetto ai flussi di denaro ricavati dai traffici illeciti.

Una spiegazione plausibile potrebbe essere il controllo del territorio. Una Regione ricca e prospera potrebbe non aver più bisogno della funzione sociale della Mafia, quale organo mediatore dei conflitti sociali come fu all’epoca dei grandi latifondi. L’esempio della Puglia può essere d’aiuto: un fenomeno storicamente recente, come la Sacra Corona Unita, non è mai riuscita ad insediarsi in maniera stabile sul territorio. L’imposizione delle estorsioni a tappeto, ha spinto la piccola e media imprenditoria a ribellarsi e a denunciare, in quanto, in situazione prevalentemente prospera, non ha convissuto per secoli con fenomeni criminali radicati sul territorio e non ha avuto bisogno della loro presenza. Il discorso è ben diverso dove esistono strutture criminali radicate sul territorio da più di un secolo. Mantenere povero un territorio può avere i suoi vantaggi: un alto tasso di disoccupazione garantisce un buon serbatoio di manovalanza giovane per le Mafie, un mercato imprenditoriale controllato permette di garantire il successo delle attività economiche finanziate da capitali illeciti.

In 35 anni il Mezzogiorno ha registrato la crescita maggiore nell’ambito della disoccupazione, con il tasso più che raddoppiato: dall’8,0% del 1977 al 17,2% del 2012. Lo rileva l’Istat. Quando il lavoro viene a mancare, lo Stato è chiamato a provvedere al fine di garantire piani di sviluppo per le imprese e le infrastrutture. Quando ciò non accade, il vuoto viene ricoperto dalle organizzazioni criminali. La trasformazione imprenditoriale della Mafia, in particolare Cosa Nostra siciliana e ‘Ndrangheta calabrese, avviene come conseguenza degli ingenti guadagni ottenuti con il narcotraffico a livello mondiale. Il settore edilizio è il prediletto nell’azione di riciclaggio, anche se negli ultimi decenni sono stati invasi altri settori, come la ristorazione, il turismo, il settore energetico, anche rinnovabile.

L’operazione denominata “Metropolis”, condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, ha svelato come i clan Morabito di Africo e Aquino di Marina di Gioiosa Ionica avrebbero investito capitali nella costruzione di un centro residenziale turistico sullo Ionio. Guardando le cifre, si è arrivati al sequestro di 22 società e 17 complessi turistici, per un ammontare di 450 milioni di Euro. Stessa cosa avvenuta con il maxi sequestro di 1,3 miliardi di euro operato contro Vito Nicastri, siciliano, soprannominato il “Re del vento”, in quanto imprenditore nel settore dell’energia eolica, e sospettato di essere vicino Matteo Messina Denaro, il superboss latitante, considerato il capo più importante di Cosa Nostra.

L’investimento nei territori di competenza, comporta paradossalmente una grande opportunità per le maestranze locali, spesso prive del supporto dello Stato. Tuttavia, come già affermato, la distorsione sta nel fatto che sia la criminalità organizzata, con le sue imprese colluse, a fornire il lavoro. Non sempre questo è garantito a tutti, bensì spesso è affidato ai soggetti vicini o organici nei clan. Il diritto al lavoro, costituzionalmente garantito, diviene un favore elargito. Offrire l’impiego alle maestranze disoccupate e quasi prive di speranza, permette alle organizzazioni criminali di godere di un ampio consenso sociale, che si traduce nell’assenza di denunce, di controlli, anche quando si tratta della sicurezza degli operai nei cantieri. Possiamo anche ricordare la condizione degli immigrati costretti a lavorare come schiavi nei campi, come la vicenda di Rosarno ha potuto dimostrare.

Un altro aspetto di questo fenomeno è la distorsione della libera concorrenza tra le imprese. Numerosi sono i casi di intimidazioni, danneggiamenti, minacce e attacchi dinamitardi. Alcuni imprenditori preferiscono tacere pur di continuare a lavorare, altri sono consapevoli del fatto che, in alcune zone, è preferibile non operare. Persino le imprese del Nord Italia, impegnate nei lavori di ammodernamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, mettono in bilancio la voce riguardante il pizzo da pagare ai clan, alla luce di quanto emerso dall’attività investigativa. Purtroppo, restano in pochi coloro i quali hanno il coraggio di denunciare i racket che subiscono.

Infine, come probabile conseguenza di questo controllo sul territorio, sull’economia e sul lavoro, si potrebbe annoverare la distorsione del diritto di voto. Il consenso sociale potrebbe tradursi nel favorire politicamente, tramite il voto, i candidati suggeriti dai clan, i quali saranno dirette emanazioni degli stessi in campo istituzionale. Non sono pochi i casi, in Sicilia e Calabria, di candidati che si recano a casa dei boss per ottenere l’appoggio elettorale, come molte inchieste hanno dimostrato.

Concludendo, una situazione tale si crea principalmente a causa di due variabili: l’assenza dello Stato, come ente erogatore di servizi, lavoro e agevolazioni per le imprese; e la presenza di organizzazioni criminali fortemente radicate sul territorio, capaci di gestire ingenti quantità di denaro sporco, riciclandolo in attività imprenditoriali semi-legali in grado di offrire impiego, ottenendo potere e consenso sociale. Le distorsioni del diritto al lavoro e della libera concorrenza non sono che dirette conseguenze di questa congiuntura.

Articolo pubblicato sulla rivista “Nuova Redazione UniCal”.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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