Attentati agli amministratori: viaggio nelle istituzioni dimenticate

28/06/2013 di Luca Tritto

L’affermazione della legalità nei territori della Mafia espone a rischi e solitudine

Mafia e amministratori pubblici

L’ultimo caso registrato è l’eclatante attentato al Sindaco di Nicotera, in provincia di Vibo Valentia. La casa di Francesco Pagano è stata crivellata da 40 colpi di kalashnikov sparati nella notte. Per fortuna, nessuno è stato ferito, anche se i suoceri del sindaco erano presenti nelle stanze fino a pochi minuti prima che si scatenasse l’inferno. Pagano è stato eletto a seguito dello scioglimento del Consiglio Comunale per infiltrazioni mafiose.

In Calabria, così come nel resto del Meridione e ultimamente nel Nord Italia, gli atti intimidatori nei confronti degli amministratori locali sono divenuti sempre più frequenti e minacciosi. Se si inizia con auto bruciate e gomme tagliate, si finisce con le bombe sotto casa o le scariche di colpi di arma da fuoco, per non parlare delle teste mozzate di animali. Segni di avvertimento inquietanti, da film. Invece, è pura realtà.

Era il 3 Gennaio del 2010 quando una bomba esplose di fronte la Procura di Reggio Calabria. Il successivo 26 Agosto un altro ordigno distrusse il portone del palazzo in cui viveva il Procuratore Generale Salvatore di Landro. Gesti da strategia del terrore, come nella Palermo degli anni 80. Le indagini della Procura stavano scavando troppo a fondo nel tessuto criminale cittadino. Motivo per il quale i clan decisero di alzare il tiro. Si può ricordare, poi, il carico di armi trovato nelle vicinanze del tragitto percorso dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione della sua visita nella città dello Stretto, il 21 Gennaio 2010, nella Giornata della Legalità. Non è sicuro un collegamento con la presenza di Napolitano, eppure un episodio del genere non può essere ritenuto casuale. Quasi come a dire che chiunque può essere colpito. Uno Stato di diritto sotto assedio da parte dell’Istituzione mafiosa.

Ma se tali gesti eclatanti, per il livello dei destinatari, hanno comunque una grande eco nei media nazionali, lo stesso non vale per quei piccoli amministratori, dai Sindaci ai consiglieri comunali, i quali cercano, nelle loro possibilità, di far semplicemente rispettare le regole degne di un paese civile, in territori dove di regole ce ne sono, ma non del diritto.

Il caso Pagano è l’ultimo di una serie di secolare memoria. Già nella seconda metà del 1700, gli allora Procuratori del Regno di Napoli segnalavano la presenza di bande dedite all’intimidazione di amministratori pubblici, così come ribadito nelle relazioni di fine 800. Il fatto di rilevare segnalazioni in diverse parti del Regno, simboleggia come il fenomeno fosse pervasivo e capillare in tutto il territorio.

Un’altra escalation di violenza ha visto ultimamente vittima, fra tanti, il Sindaco di San Giovanni in Fiore, Provincia di Cosenza, Antonio Barile. Prima le gomme dell’auto tagliate, poi i bulloni svitati. Subito dopo si passa alle scritte sui muri. Poi le lettere minatorie a lui e alla moglie, persone totalmente estranea. Infine, gli hanno bruciato la casa in montagna, dopo aver svaligiato la casa dell’ignara madre. Barile ha dichiarato: “Andrò avanti finchè me lo permetteranno”. Un esempio. Un uomo con la voglia di continuare a lottare per il bene comune, contro il malaffare e l’illegalità.

La questione di fondo, oltre la gravità di quanto accade e purtroppo continuerà ad accadere, è la mancanza di supporto deciso e pratico che vada oltre le parole dei big della politica nazionale. In altre parole, ogni qual volta accade un episodio intimidatorio, si fa a gara con le attestazioni di vicinanza e stima alle vittime da parte dei leader di partito a livello regionale e locale. Tuttavia, dopo poco tempo il tutto torna nel dimenticatoio, con una assenza quasi isolante nei confronti di chi subisce. E a poco bastano i consigli comunali straordinari per adottare misure necessarie al contrasto della criminalità, se poi dopo non viene dato il giusto risalto anche mediatico, al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica, spingendo tutta una comunità a dimostrare che si può reagire, si può combattere e si può vincere.

Cadendo nel silenzio e nell’oblio, il passo verso la solitudine è breve per chi vuole far rispettare le regole in terra di Mafia.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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