Made in Italy e criminalità organizzata, tra infiltrazione e contraffazioni

11/04/2014 di Luca Tritto

I prodotti Made in Italy sono riconosciuti in tutto il mondo come marchio di garanzia e alta qualità in numerosi settori, dall’abbigliamento all’alimentare. Tuttavia, proprio per le altissime potenzialità sui mercati internazionali, è inevitabile che si verifichino infiltrazioni della criminalità organizzata sia nel processo produttivo sia nella commercializzazione di prodotti contraffatti.

Nel febbraio 2014 la Guardia di Finanza di Napoli ha arrestato 36 persone legate al clan Mazzarella e ad un gruppo criminale cinese, accusate di associazione per delinquere finalizzata alla importazione, fabbricazione e commercializzazione di materiale contraffatto. In particolare, capi di abbigliamento, calzature, borse e pellami con falsi marchi giungevano in Italia seguendo due rotte: direttamente dalla Cina o dai porti della Turchia. I marchi più commercializzati erano: Nike, Adidas, Gucci, Louis Vuitton, Dolce e Gabbana, Lamartina, Burberry, Ralph Lauren, Hogan e Blauer.

Dunque, si trattava di prodotti recanti marchi italiani prodotti in Asia e in seguito importati in Italia, eludendo ogni norma in materia e contribuendo ad un giro di affari che si aggira intorno i 6 miliardi di euro annui, dai quali lo Stato subisce perdite di circa 2 miliardi in tasse: la stessa cifra basterebbe a coprire l’aumento dell’IVA.

Lo stesso discorso vale per il settore alimentare. Un giro di affari immenso, quello dell’attenzione delle consorterie criminali verso il settore agro-alimentare e le sue eccellenze. Un sintomo di questa attenzione è rappresentato dal fatto che molti clan riciclano i proventi illeciti nel settore alberghiero e della ristorazione, soprattutto all’estero, dove vengono spesso venduti prodotti recanti il marchio Made in Italy.

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Il logo Coldiretti

Per concludere, bisogna citare la denuncia fatta da Coldiretti sulla presenza su scala globale di falsi prodotti, spacciati per Made in Italy, recanti nomi legati all’universo mafioso, dalle ricette di Mamma Mafiosa ai sigari Al Capone. Un vero e proprio atto di falsificazione, innanzitutto, ma anche un gesto che rappresenta un oltraggio all’onorabilità del nostro Paese. Se si vuole dirla tutta, purtroppo la criminalità organizzata è il “prodotto” di maggior successo che l’Italia esporta in tutto il mondo, con il suo giro di affari per decine di miliardi di euro e una diversificazione spaventosa delle aree di interesse. Ma questo è un altro discorso.

Ciò di cui bisogna tenere conto è la necessaria attenzione da porre su alcuni punti specifici: il processo produttivo, per evitare sia la falsificazione dei marchi, sia la possibilità che i prodotti vengano preparati all’estero e poi importati illegalmente, in barba alla normativa vigente; l’acquisto di piccole e medie imprese che esportano prodotti soprattutto alimentari che, a causa della crisi, si ritrovano ad aver bisogno di ingenti somme di denaro liquido che le banche non possono concedere, aumentando il rischio che ricorrano agli usurai o vengano acquistate da soggetti legati ad organizzazioni criminali, gli unici ad avere una disponibilità economica pressoché illimitata.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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