Ma quale diplomazia del Basket?!

10/01/2014 di Lorenzo

La visita di Dennis Rodman in Corea del Nord per il trentunesimo compleanno di Kim Jong-Un

Pyongyang. Pochi giorni fa – precisamente l’8 di gennaio – Pyongyang, capitale della Corea del Nord, ha ospitato una delegazione di ex-giocatori della Nba statunitense, capitanati dall’ex-stella Dennis Rodman (52 anni). Tale evento, organizzato dallo stesso Rodman, doveva rendere omaggio al suo grande amico, il leader supremo Kim Jong-Un, per il suo trentunesimo compleanno. A parte la cronaca dei fatti, nota a tutti, e l’imbarazzante “Happy Birthday” intonato da Rodman davanti ad una platea di 14 mila persone, l’intento di visite ed eventi che l’ex stella NBA organizza in questo Paese chiuso all’intero globo, mirano a far conoscere e non aver paura della dinastia dei Kim e del suo popolo. Lo stesso Rodman, giunto per la quinta volta a Pyongyang, sostiene di voler aprire una nuova pagina di “diplomazia del basket” sulla scia di quella inaugurata – con il ping-pong – sotto l’amministrazione Nixon al principio degli anni ’70 e relativa al disgelo dei rapporti tra Stati Uniti e Cina Popolare.

Dennis Rodman al tempo dei Bulls. Fonte: wikipedia.
Dennis Rodman al tempo dei Bulls.
Fonte: wikipedia.

Paragone che non esiste. Tralasciando lo sport in questione – che sia basket o ping-pong – il paragone proposto dal grande amico di Kim Jong-Un non regge, anzitutto perché l’apertura verso la Cina, come sappiamo, fu fatta con la volontà di aprire un’enorme frattura nel mondo comunista e fu quindi strategica. L’obiettivo degli Stati Uniti e, più nello specifico, del grande stratega Henry Kissinger fu quello di aprire e riconoscere un’entità con cui oramai bisognava fare i conti (fino ad allora gli Stati Uniti, così come il blocco occidentale e l’ONU riconoscevano solamente Taiwan come Cina) e che era stata esclusa per molti anni.

I rapporti Cina – URSS. Per arrivare a tale avvicinamento, bisogna comprendere bene i perché dell’allontanamento della Cina di Mao da Mosca. L’inizio del raffreddamento dei rapporti ebbe luogo poco dopo la morte di Stalin, quando il suo successore, Chruščëv, nel 1956, decise di condannare le violenze, le purghe e le grandi limitazioni alla libertà imposte dal leader comunista durante il suo regime. Preso atto di ciò, Mao, grande estimatore di Stalin, prese le distanze dalla nuova politica russa. Un altro insulto per la Cina fu l’incontro tenutosi tra il segretario del PCUS e il presidente statunitense Eisenower e la susseguente critica sovietica al progetto economico cinese del “Grande balzo in avanti”, giudicato sprezzamente non marxista.

La rottura con Mosca. L’anno chiave della rottura sino-sovietica fu il 1961, anno in cui sia la “nuova” Urss che il Patto di Varsavia vennero additati dalla Cina come revisionisti e pericolosi per l’ideologia e bollati, pochi anni dopo, come social-imperialisti. Tale enorme rottura nel mondo comunista, vide l’apertura di due fronti: gran parte dei partiti comunisti occidentali si schierarono con Mosca, mentre, molti altri, per la maggior parte asiatici, si avvicinarono a Pechino. Il Comunismo non orbitava più solo intorno all’URSS. Tutto questo venne accompagnato dalla Rivoluzione Culturale attuata da Mao in Cina nel 1966, che puntava ad eliminare l’ondata controriformista cresciuta in seno al Partito Comunista Cinese (PCC) e ripristinare l’applicazione ortodossa del pensiero marxista-leninista, poi diffusosi con il nome maoismo.

Apertura agli States?. Sul finire degli anni ’60 e all’alba del nuovo decennio, i quadri del PCC si resero conto che non potevano più restare in quella posizione e sfidare i due colossi Usa e Urss insieme. Alcuni fra i più alti dirigenti pensarono di aprire agli Stati Uniti in modo tale da bilanciare la crescente tensione con Chruščëv. Mentre gli statunitensi, allora sotto la presidenza di Richard Nixon, videro il soggetto cinese come un utilissimo alleato nella Guerra Fredda contro i l blocco sovietico. Ogni tentativo diplomatico era però estremamente complesso: i due paesi erano molto differenti, se non opposti – la Cina era il più grande stato comunista dopo l’URSS – e c’era più di un motivo per dubitare gli uni degli altri.

La diplomazia del ping-pong. Ad accelerare e rendere più semplice la distensione fra i due paesi contribuì un simpatico episodio, avvenuto in Giappone, di cui fu protagonista il campione di ping-pong cinese, Zhuang Zedong (scomparso un anno fa) che ebbe un incontro con il campione statunitense Glenn Cowan a cui donò un ritratto su seta di alcune montagne cinesi. Tale notizia fece in poco tempo il giro del mondo, a quei tempi, infatti, la simpatia di un atleta americano verso un suo pari cinese era un evento molto insolito. E su quell’evento ci fu ancor più clamore quando Cowan, ricambiando la cortesia di Zedong, regalò all’atleta cinese una maglietta con il simbolo della pace e la scritta “Let it be”.

“Zhuang Zedong non solo sa giocare bene a ping pong, ma conosce bene anche la diplomazia”

Queste le parole di Mao, quando venne a conoscenza dei fatti e spinse il suo ministro degli esteri, Zhou Enlai, ad invitare la squadra di ping-pong americana in Cina. Pochi giorni dopo l’offerta venne accettata ed una delegazione statunitense partì per la Cina dove giunse il 10 aprile 1971: erano i primi americani in visita ufficiale in Cina dal 1949, anno della vittoria dei comunisti di Mao sui Nazionalisti di Chiang Kai-shek.

Seggio permanente. Qualche mese dopo, Henry Kissinger, che all’epoca era consigliere speciale per la sicurezza nazionale di Nixon, compì un viaggio segreto nella Cina Popolare. Si incontrò con Zhou Enlai e vennero fissati i primi accordi per un evento sensazionale: la visita di un presidente degli Stati Uniti nella Cina comunista. Nel mese di ottobre, a New York City, la Repubblica Popolare Cinese venne riconosciuta come unico legittimo rappresentante della Cina alle Nazioni Unite, prendendo il posto di un’infuriata ma impotente Taiwan.

Nixon in Cina. Nel febbraio 1972, Nixon giunse a Pechino e si trattenne in Cina per una settimana, i benefici tangibili di quella visita non furono molti, ma rappresentarono un atto simbolico molto importante e un duro colpo al Patto di Varsavia e a Mosca. Pochi anni dopo, nel dicembre 1978, sotto la presidenza Carter, la Cina e gli Stati Uniti giunsero alla definitiva normalizzazione dei rapporti diplomatici.

Tralasciando ancora la dicitura “ping-pong”, senza l’importanza strategica della Cina nello scacchiere mondiale, la voglia di aprire una breccia nel mondo comunista e l’appoggio della diplomazia statunitense a tale progetto non si sarebbe mai arrivati a qualcosa di concreto. Non si può dire la stessa cosa della rodmaniana “diplomazia del Basket”, la quale innanzitutto è stata subito sconfessata dal Dipartimento di Stato di Washington e, indirettamente, dalle stesse parole dell’ex-campione che ha difeso il suo “caro amico maresciallo Kim” per aver “giustamente” – secondo le parole di Rodman – “condannato a 15 anni di lavori forzati il suo connazionale Kenneth Bae”.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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