L’Euro è veramente la radice di tutti i mali?

27/12/2013 di Giovanni Caccavello

Uscire dall'Euro?

In queste ultime settimane abbiamo assistito ad un enciclopedia di interventi mediatici (giornali, radio, talk-show, blog e siti internet) sia a favore che contro l’Euro e da mesi, alcuni economisti, giornalisti e politici si prodigano in discorsi che, nonostante possano stuzzicare la pancia di molti, hanno molti punti deboli e quasi sempre finiscono con l’essere digeriti dallo stomaco anziché dal cervello di chi studia o ha a che fare con l’economia giornalmente. In molti raccontano come l’uscita dall’Euro sia il rimedio a tutti i mali e come, se l’Italia tornasse alla Lira, tornerebbe ad esportare di più, avrebbe una bilancia commerciale ancora più positiva e sarebbe molto più competitiva: alla faccia della cattiva, brutta e fredda Germania.

1990 – 2013. Prima di incominciare a tracciare un ragionamento molto semplice (non andremo a parlare di MES, FSEF, OTM, BCE, Gruppo Bilderberg o Alieni che vogliono distruggere il mondo), lasciatemi dire che tutti questi economisti danno l’impressione di avere una visione economica limitata, soprattutto da un punto di vista temporale. Intatti, sostenere che ritornare alla Lira possa risolvere dall’oggi al domani tutti i nostri problemi significa non essere in grado di interpretare correttamente questi ultimi anni.  Nelle ultime decadi il Mondo è cambiato a causa della globalizzazione. Che piaccia a meno l’Italia, nel 2013, non si trova più a dover competere a livello internazionale con pochi paesi come è avvenuto per quasi tutta la seconda metà del secolo scorso. A partire dalla fine degli anni ’80 il mondo si è trasformato e le ormai “vecchie” potenze occidentali si sono gradualmente trovate a competere con i paesi emergenti. Verso la metà degli anni ’90 il mondo vide la crescita esponenziale delle “tigri asiatiche”. Oggi il mondo assiste da anni allo sviluppo frenetico dei BRICS e non solo. L’Italia, quindi, al contrario di quanto accadeva venticinque anni fa si trova, oggi, a dover competere “contro” decine di paesi con vantaggi competitivi difficili da combattere e ancor più impossibili da avvicinare in caso di un abbandono dell’Euro e dell’Unione Europea. La globalizzazione dovrebbe essere la sfida più intrigante da affrontare in un mondo sempre più libero, interconnesso e unico e non la paura da cui nascondersi.

Euro, uscire?Incipit positivo. Il 1° Gennaio 1999 l’Euro nacque dopo un lungo processo iniziato nel 1992 con la firma del trattato di Maastricht. Il 1 Gennaio 2001, l’Euro divenne la moneta unica per centinaia di milioni di cittadini europei e fu visto da tutti come il raggiungimento di un sogno lungo più di quarant’anni, iniziato il 25 Marzo 1957. Nel corso dei primi 9 anni di moneta unica, se consideriamo anche il periodo 1999-2001 (biennio in cui l’Euro veniva utilizzato per le transazioni finanziarie) tutti i dodici paesi che decisero di dotarsi di un unione monetaria europea videro migliorare sensibilmente la maggior parte dei loro principali dati macroeconomici. Prendendo in considerazione il nostro paese, infatti, al di là della crescita del Prodotto Interno Lordo, processo fortemente influenzato anche da precise scelte di “politica fiscale” interna e che comunque, tra i suoi alti e bassi e riforme strutturali mai affrontate mantenne una media pari ad un +0,4%, inflazione, tasso di interesse sui titoli di stato, disoccupazione e debito pubblico migliorarono in modo sensibile.

Poca lungimiranza. Tralasciando lo scoppio della crisi finanziaria, iniziata nel 2007/2008, secondo i dati macroeconomici pubblicati da tutti i principali istituti di statistica internazionali, europei e nazionali, l’Italia tra il 1999 ed il 2007 fu caratterizzata da: un tasso di inflazione piuttosto stabile, che si è sempre attestato intorno al 1,5% e 2%;  una forte riduzione del tasso di interessi sui titoli di stato a lungo termine (che si ridusse tra il 1993 al 2006/2007 dal 13% a circa il 3%); un debito pubblico che, grazie ad inflazione più controllata ed ad un tasso di interesse sul titoli di stato molto minore si abbassò fino a toccare il 103,47% nel 2007 ed, infine, una disoccupazione che tra il 1999 ed il 2007 crollò dall’11% al 6%. Ma la nostra classe politica, in questi anni, pur avendo una buona possibilità d’azione, non mise in atto una sola delle riforme necessarie al Paese. Azioni che si sarebbero potute tradurre, oggi, in un alleggerimento, ad esempio, della pressione fiscale. O in una maggiore competitività industriale.

Mercato. Tutti questi dati, che risultano essere i principali indicatori macroeconomici per analizzare il benessere di una nazione, mostrano come il nostro paese, nonostante una classe dirigente (sia politica che manageriale) di scarso livello, abbia guadagnato molto nel corso del primi anni dell’Euro. I “giullari mediatici”, invece, sostengono il contrario credendo che filosofeggiare su argomenti così importanti sia il modo giusto per spiegare ai cittadini la verità. Costoro, al contrario, danneggiano la comunità analizzando in modo incorretto addirittura alcune teorie portanti dell’economia internazionale, tra cui il famoso principio di Marshall-Lerner che ci racconta come la bilancia commerciale di un paese dipenda in modo diretto non tanto dalla svalutazione della moneta in sé ma quando dall’elasticità della domanda. Inoltre, tutti questi economisti dimenticano un fattore incredibilmente importante, che potremmo definire al giorno d’oggi IL FATTORE economico per eccellenza: il mercato. Non è, infatti, un caso che dal Luglio 2012, mese in cui Mario Draghi dichiarò l’Euro un processo irreversibile e spiegò ai media che la BCE avrebbe fatto tutto il necessario per salvare la moneta unica, i mercati hanno incominciato a rallentare il loro pressing sull’EuroZona. Non è infine un caso che poco più di due mesi fa il Premio Nobel per l’Economia sia andato a tre economisti americani che hanno portato avanti per anni interessanti teorie proprio sull’efficienza del mercato, evidenziando come sia proprio il mercato a dettare l’equilibrio economico mondiale e rimarcando quindi quel concetto, introdotto da Adam Smith per la prima volta nel 1759, della “Mano Invisibile”.

Da queste piccole spiegazioni e confutazioni delle idee poco economiche e molto filosofiche dei economisti presi in questione possiamo quindi intuire come il principio di tutti i mali italiani non sia l’Euro ma sia l’incapacità del nostro paese, governato, controllato e organizzato da una politica vecchia e poco capace, di sapersi modernizzare attraverso politiche fiscali nuove, riforme strutturali e cultura liberale. In tutti i dibattiti televisivi il nostro paese viene spesso accostato alla Germania. Beh, ricordiamoci che nel 1999/2000 la Germania veniva considerata da tutti un paese in declino, tant’è che il“ The Economist” scrisse un articolo additando il paese oggi “locomotiva” dell’EuroZona come “il grande malato d’Europa” che necessitava di riforme strutturali prima di collassare con la moneta unica. Tra il 2001 ed il 2006 il governo Schröder riformò tutto il sistema tedesco e il primo governo Merkel terminò tale percorso. I tedeschi pagarono caro tale processo riformativo ma oggi essi godono di tale lungimiranza. In Italia bisognerebbe incominciare a raccontare la verità, incominciare a guardare la globalizzazione come un qualcosa di positivo ed incominciare ad affrontare i problemi in modo deciso, serio e forte, prendendo in considerazione veri modelli da seguire: Schröder Docet. Se non si decidesse di fare ciò, Euro o non Euro, la fine sarebbe la stessa e per il mercato equivarrebbe alla D di Default.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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