Ma gli italiani lo sanno di essere poco informati?

20/01/2015 di Federico Nascimben

Da un sondaggio dell'istituto Ipsos Mori emerge come gli italiani abbiano la peggior percezione/comprensione della realtà che li circonda. Vediamo quali possono essere le cause

Lo scorso 29 ottobre, l’istituto di ricerche e sondaggi britannico Ipsos Mori, ha pubblicato una ricerca dal titolo “Perceptions are not reality: things the world gets wrong”, dalla quale emerge che gli italiani sono poco informati. Anzi, per dirla meglio: all’interno del campione rappresentato da 11 mila individui provenienti da 14 Paesi sviluppati, gli italiani hanno la peggior percezione/comprensione per quanto concerne alcune tematiche economiche e sociali particolarmente delicate e sensibili (ad esempio, percentuale di over 65enni, ragazze madri, numero di immigrati e di musulmani, tasso di disoccupazione giovanile). A questo dato si arriva attraverso l’indice di ignoranza stilato dai ricercatori che colloca agli ultimi tre posti Italia, Stati Uniti e Corea del Sud, e ai primi tre Svezia, Germania e Giappone.

In parte del tema ce n’eravamo già occupati in due articoli riguardanti lo scarso livello del dibattito pubblico e privato, all’interno dei quali evidenziavamo il basso livello di istruzione della popolazione italiana, l’alto tasso di abbandono scolastico, le scarse competenze alfabetiche e matematiche, l’elevato tasso di analfabetismo funzionale e l’età media molto avanzata. L’insieme di questi fattori erano stati utilizzati per spiegare l’eccessiva semplificazione, la scarsa tendenza all’approfondimento, la faziosità e il disinteresse che caratterizzavano sia gli italiani che i media, dando luogo a logiche di dibattito e ragionamento troppo spesso irrazionali e dicotomiche.

Il sondaggio dell’istituto Ipsos Mori era stato ripreso da Il Post poco dopo l’uscita. Un articolo di Massimiliano Calì comparso qualche giorno fa su lavoce.info correla invece l’elevato livello di ignoranza della realtà nostrano alle colpe del sistema dei media. Calì arriva a questo risultato provando a dimostrare che non vi siano correlazioni statistiche sia con il reddito pro capite dei Paesi presi in considerazione, sia con la qualità del sistema educativo (attraverso la classifica dell’Ipsos e la classifica delle competenze di lettura nel test Pisa): due ipotesi che vengono comunemente indicate come la causa del basso livello di comprensione della realtà. Il fattore che spiegherebbe maggiormente tale dato sarebbe piuttosto, appunto, la scarsa qualità dell’informazione, a cui si può risalire attraverso l’indice della libertà dell’informazione giornalistica prodotto ogni anno dall’associazione Reporters Without Borders, il quale “oltre a misurare la libertà e l’indipendenza delle testate e dei giornalisti, prende in considerazione anche la trasparenza della regolamentazione dei media da parte del legislatore e dell’esecutivo e il grado di concentrazione della proprietà dei mezzi di informazione”. Tale indice nel 2013 ci colloca al 49esimo posto su 180 Paesi.

Figura 1: indice di ignoranza e libertà di stampa. Fonte: elaborazione di Massimo Calì su lavoce.info.
Figura 1: indice di ignoranza e libertà di stampa.
Fonte: elaborazione di Massimo Calì su lavoce.info.

La Figura 1 mostra appunto la correlazione tra l’indice di ignoranza elaborato dall’istituto Ipsos Mori e l’indice di libertà dell’informazione giornalistica. Come spiega l’autore, “l’Italia, la Polonia e la Corea hanno indici di libertà di informazione tra i più bassi e livelli di ignoranza tra i più alti del campione. Esattamente il contrario di Svezia, Germania e Giappone. Quasi due terzi della variazione nella classifica di ignoranza sono spiegati solamente dalla variazione nella classifica della libertà dell’informazione”. A ciò, Calì aggiunge l’ipotesi che la correlazione venga meno anche nei Paesi in cui il grado di penetrazione di internet sia maggiore, ma che questa non regge se lo si accosta comunque all’indice di libertà dell’informazione giornalistica.

L’ex presidente della Repubblica ed economista, Luigi Einaudi, coniò la nota espressione “conoscere per deliberare”. Da una conoscenza della realtà così distorta, però, emergono seri problemi in ordine alla valutazione di quanto ci circonda e alla valutazione degli effetti delle politiche pubbliche, cioè dei provvedimenti che chi ci governa assume, che a loro si correlano alle modalità del dibattito pubblico e alle maggioranze che fuoriescono dalle urne, dando luogo ad un circolo vizioso che si autoalimenta. Benché il ragionamento sia scontato, appare sempre opportuno tenerlo a mente quando si analizzano politica, economia e società italiana.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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