M5s e Alde – La svolta fallita di un partito senza identità

09/01/2017 di Edoardo O. Canavese

Dall’Ukip ai liberali europei. Il tentativo (fallito) di Grillo di spostare gli eurodeputati nel gruppo più europeista di Bruxelles è la dimostrazione dell’assenza di una vera visione alla base del M5s, sacrificata di fronte agli interessi della Casaleggio Associati.

M5s Alde

Sembra che Guy Verhofstadt si sia infine arreso alla tempesta di critiche piovute sul suo incredibile progetto politico: accogliere diciassette eurodeputati grillini e fare del gruppo liberale la terza alleanza del Parlamento di Bruxelles. Tutto saltato, dice il leader dell’ALDE, a causa delle “non sufficienti garanzie”. Eppure il 4 gennaio scorso, al momento dell’accordo tra Verhofstadt e Grillo, niente pareva disturbare l’alleanza tra i due. Tre i punti d’incontro: riforma dell’Unione, diritti e libertà. Si tratta di presupposti deboli, che parlano di un matrimonio di convenienza talmente evidente da non durare nemmeno un giorno. Raccontano inoltre la totale assenza di visione politica che anima il M5s, in Europa ma anche in Italia, i cui rappresentanti sono alla mercé delle indicazioni di poche persone, interessate prima di tutto che gli affari dell’Associazione di famiglia godano di ottima salute.

Iniziamo con un dato. Fino ad agosto, in due anni di attività europarlamentare, i grillini hanno votato solo il 51,4% delle volte in accordo ai colleghi dell’EFDD, il gruppo capitanato dall’Ukip di Farage. In effetti sembra quindi che il M5s europeo godesse di autonomia, e sedesse tra i banchi degli euroscettici più per comodità che non per affinità ideologiche. D’altronde finire tra i non iscritti ad un gruppo significa ricevere meno fondi. L’EFDD deve però aver rappresentato per il M5s un contenitore politico che non aveva più molto da offrire. Come dichiarato da Grillo nella lettera di addio a Farage, dopo la Brexit, il gruppo, dominato dagli inglesi, non garantiva nuovo margine d’azione. Di qui l’idea di balzare su un altro carro, quello dei liberali, sicuri della stessa autonomia e della possibilità di nuove, succulente opportunità. Perché l’ALDE, coi grillini, sarebbe diventato il terzo gruppo europeo a Bruxelles, e il suo leader Verhofstadt avrebbe visto crescere le possibilità di conquistare la poltrona di presidente dell’assemblea. In tal caso il M5s, ma soprattutto la Casaleggio Associati, avrebbero potuto estendere i propri interessi anche sul terreno europeo.

Chi è l’ideologo della svolta “centrista” del M5s? Si chiama Davide Borrelli, eurodeputato veneto, grillino della prima ora, ma talmente trasversale da godere della stima di Mario Monti. E’ un fedelissimo di Grillo e Davide Casaleggio, ed il suo contributo al piano d’unione tra grillini e ALDE è stato decisivo. E’ un europeista, e ha concorso a spostare l’asse del Movimento lontano dai toni euroscettici di Farage; e in effetti di referendum per uscire dall’euro o dall’Europa, da quelle parti, non se ne sente parlare da un pezzo. L’uomo di fiducia della Casaleggio deve aver fiutato l’affare politico con la candidatura di Verhofstadt a presidente dell’assemblea. Anche nel caso di una possibile sconfitta di Verhofstadt, il M5s, la componente a quel punto più numerosa nell’ALDE, avrebbe potuto aspirare a posizioni di rilievo. Per esempio la vicepresidenza del Parlamento, in una manovra molto simile a quella riuscita in Italia con Luigi Di Maio. Ed è sotto gli occhi di tutti quanto il M5s e la Casaleggio Associati abbiano guadagnato da quella posizione.

Nonostante la manovra di Grillo sia fallita, essa è rivelatrice della pochezza politica alla radice del M5s. Come spesso accade, l’impressione è che il Movimento e i suoi rappresentanti siano pedine nelle mani di un gruppo di potere che risiede negli studi della Casaleggio Associati. Ogni decisione, puntualmente suffragata dalle misteriose piattaforme di voto, è ispirata dall’alto, da chi lassù ha interesse che il M5s consolidi ed accresca le proprie posizioni, anche a costo di scadere nella più manifesta incoerenza. Un Movimento forte, popolare, ribelle perché allergico alle maggioranze composite, quindi populista, garantisce visibilità e pubblicità alle piattaforme informatiche ed editoriali della famiglia Casaleggio. Un Movimento protagonista a Bruxelles avrebbe verosimilmente spalancato le porte per nuovi obbiettivi strategici per la società milanese. La politica viene sacrificata, divenendo quasi una copertura per i piani imprenditoriali di Casaleggio jr.

Non possiamo concludere senza spendere una parola per Verhofstadt. L’ex premier belga, noto per l’accattivante carica polemica dei suoi interventi (usata in particolare col M5s), ha probabilmente compromesso la sua carriera. Sicuro che la ragion di stato avrebbe prevalso, non ha immaginato che molti nel suo gruppo potessero opporsi all’ingresso grillino. Il leader liberale ha anteposto il proprio interesse particolare, la conquista della presidenza parlamentare, al buon nome di un gruppo politico che rischia di rovinarsi la reputazione. Più forte è stato l’orgoglio dei suoi colleghi, che si son messi di traverso, consapevoli di far crollare le speranze di vedere un liberale a capo dell’europarlamento. Verhofstadt si è rivelato come un opportunista politico piuttosto miope, accecato dalla possibilità di succedere a Schulz e sicuro delle proprie doti di king-maker tra i liberali. Il risultato è stato un autogol clamoro che, a livello di fiducia elettorale, farà senz’altro più male ai partiti dell’ALDE che non al M5s.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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