L’Ungheria in bilico tra Russia ed Unione Europea

18/07/2015 di Michele Pentorieri

Permane il forte scetticismo dell’Europa nei confronti delle politiche autoritarie di Orban. Dietro questo atteggiamento, però, si cela anche la paura che Budapest finisca tra le braccia di Mosca.

Ungheria

A Mόrahalom, cittadina di meno di 7.000 abitanti nel sud dell’Ungheria, sono già arrivati i primi bulldozer. Il progetto del premier Viktor Orban di costruire un muro di 175 chilometri e alto 4 metri che sigilli la frontiera meridionale con la Serbia sta così prendendo avvio, di fronte allo sconcerto delle istituzioni internazionali. Con l’Europa tutta concentrata sulla questione greca, il premier ungherese ha avuto vita facile nel dare il via al suo disegno, facendo segnare un altro punto importante a favore degli egoismi nazionali contro una politica migratoria europea comune. L’obiettivo è quello di abbattere drasticamente il flusso di migranti che usa l’Ungheria come punto d’accesso nell’Unione Europea, varcando la sua frontiera meridionale.

L’opinione pubblica magiara si sta spaccando sulla misura adottata dal Governo. I più critici la vedono come un passo decisivo verso l’isolamento del proprio Paese. Migliaia di persone si sono già radunate a Budapest, di fronte al Parlamento, per esprimere la propria contrarietà al muro, ritenuto inutile, costoso e deleterio per le relazioni con gli altri Paesi dell’Unione Europea. Sul versante opposto, i fautori della linea governativa sottolineano che il numero di ingressi illegali è aumentato a dismisura negli ultimi anni. La stima che riguarda il 2015 parla di 60.000 migranti non in regola: la più alta percentuale pro capite dell’intera Unione Europea.

Eletto sia nel 2010 che nel 2014 con un larghissimo consenso, Orban si trova oggi ad affrontare i primi segnali di malcontento nei confronti del suo operato. Fidesz, il partito di Governo, sente ora il fiato sul collo degli estremisti di Jobbik, i cui consensi sono in netto aumento. L’inasprimento delle posizioni già marcatamente nazionaliste di Orban ha quindi una logica squisitamente politica. La retorica populista del suo partito si è addirittura rafforzata negli ultimi mesi, puntando sempre di più sul classico stereotipo dell’immigrato che ruba il lavoro agli ungheresi proprio al fine di “rincorrere” le posizioni estremiste di Jobbik. Addirittura, sono stati affissi cartelli in tutto il Paese che, rivolgendosi agli immigrati, li esortano a rispettare le leggi e, appunto, a non rubare il lavoro ai cittadini ungheresi. Oltre a ciò, un motivo ricorrente dei comizi del premier sono i presunti pericoli di un mondo multiculturale.

L’Unione Europea ha finora preso posizioni abbastanza dure nei confronti del nazionalismo del leader ungherese e una spinta decisiva verso un’azione in tal senso è rappresentata dagli atteggiamenti filorussi dimostrati da un po’ di tempo a questa parte. Già durante la crisi ucraina, infatti, Orban ha preso decisamente le difese di Putin, opponendosi duramente alle sanzioni comminategli dall’Unione Europea. Alla fine dello scorso mese, discutendo sulla possibilità di attuare delle contro-sanzioni, la Russia ha dichiarato che, nel farlo, terrà conto delle posizioni di quei Paesi –come Grecia e, appunto, Ungheria- che si sono opposti al regime sanzionatorio voluto da Bruxelles. Più in generale, la Russia rappresenta per l’Ungheria il primo partner commerciale non europeo. Non a caso, l’EURATOM (Agenzia Europea per l’Energia Nucleare), ha di fatto bloccato a Marzo un accordo che prevedeva la concessione da parte di Mosca di un prestito di 11 miliardi a Budapest –ad un tasso a dir poco vantaggioso- finalizzato all’allargamento della centrale di Paks. La mossa dell’Unione Europea testimonia quanto sia per essa cruciale evitare in ogni modo di trovarsi un cavallo di Troia russo all’interno dei suoi confini. In effetti, le similitudini tra Orban e Putin non mancano. Dopo aver ricoperto la carica di Primo Ministro dal 1998 al 2002, è stato rieletto nel 2010 ed una terza volta nel 2014. Soprattutto nel corso del suo secondo e terzo mandato ha avuto occasione di mettere in pratica la sua visione di politica e di Governo. In quest’ambito, si è impegnato nell’assegnazione di ruoli politici di garanzia ai suoi fedelissimi, assestando un duro colpo anche all’autonomia della Corte Costituzionale. Non solo: figure a lui vicine sono state piazzate anche ai vertici del sistema economico e anche sul versante della libertà di informazione le zone d’ombra non mancano. Della questione si è occupata anche Human Rights Watch, che ha denunciato un importante “condizionamento della libertà dei media”.

Alcune misure adottate da Orban sul piano soprattutto economico, tuttavia, possono aver infastidito l’Unione Europea almeno quanto i suoi rapporti privilegiati con Mosca. Un articolo apparso nel 2013 sul Guardian, quando il consenso dei cittadini ungheresi nei confronti del loro premier era molto più alto di oggi, suggeriva che l’Europa non fosse tanto preoccupata per le politiche autoritarie di Orban, quanto per la sua pericolosa indipendenza finanziaria.

In definitiva, molte delle politiche adottate da Orban fanno storcere il naso per la loro logica clientelare. Tuttavia, il razzismo presente nella società ungherese non sembra essere aumentato particolarmente e, anzi, Orban ha permesso per la prima volta l’ingresso di 3 deputati rom nel Parlamento. Dietro la demonizzazione del premier ungherese da parte dell’Unione Europea c’è quindi la sua inclinazione ad una qualche forma di autoritarismo, ma sicuramente Bruxelles amplia la portata del fenomeno in funzione anti-russa e per evitare qualsiasi pretesa di Budapest di portare avanti politiche finanziarie autonome –come l’introduzione della Robin Tax emanata qualche anno fa.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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