L’ultima follia argentina: monetizzare il debito

16/09/2014 di Alessandro Mauri

Il Paese sudamericano prosegue nella sua folle marcia verso il disastro economico. Ora, con un'inflazione reale al 40% circa, la Presidente Kirchner ha deciso di riprendere ad aumentare la base monetaria

Ci troviamo ancora una volta a parlare dell’Argentina, che ormai può essere assunta come archetipo della cattiva politica e della cattiva gestione finanziaria di un Paese: continuando a negare l’evidenza di un’economia allo sbando, l’ultima trovata è quella di monetizzare il debito.

Il default di Agosto – Vi abbiamo tenuti aggiornati, nel corso dell’estate, sulla causa intentata da alcuni fondi statunitensi contro l’ Argentina, che pretendevano il pagamento degli interessi loro dovuti prima che venissero rimborsati i possessori di titoli del debito ristrutturati nel 2005 e nel 2010, gli unici ufficialmente riconosciuti da Buenos Aires. La vittoria della causa da parte del giudice americano Griesa aveva bloccato il pagamento degli interessi con fondi già messi a disposizione dall’Argentina, provocando, anche a causa del fallimento delle successive trattative, il default del Paese sudamericano. Si è trattato tuttavia di un default tecnico, in quanto i soldi per pagare il debito riconosciuto erano stati effettivamente stanziati dal governo, e quindi molto meno drammatico e pericoloso di un default reale, come quello del 2010, causato cioè dall’impossibilità di onorare gli impegni patrimoniali assunti con i detentori di obbligazioni governative, i cosiddetti Tango bonds. Tuttavia, la quantomeno miope politica populista portata avanti dalla Presidente Cristina Kirchner, rischia di far precipitare il Paese in una drammatica crisi economica, molto simile a quella già vissuta solamente 4 anni fa.

Situazione allarmante – La situazione dell’economia Argentina è infatti alquanto preoccupante per diversi motivi: il primo è che qualsiasi dato ufficiale diffuso dal governo o dalla Banca centrale (che è stata privata di ogni autonomia, ed è di fatto un’emanazione del ministero delle finanze) non è attendibile in quanto sistematicamente falsato per nascondere la reale situazione del paese. In secondo luogo il Paese è afflitto da deficit strutturali molto pesanti, sia per quanto riguarda la bilancia commerciale sia, in particolar modo, nel rapporto tra entrate e uscite dello Stato. La soluzione più semplice in questo caso sarebbe attuare una stretta fiscale e al tempo stesso una riduzione della spesa pubblica, ponendo fine all’uso troppo “allegro” delle risorse pubbliche, utilizzate in ottica assistenzialistica e clientelare e non certo per investimenti o spese produttive. Applicare queste ricette ha ovviamente un costo dal punto di vista del consenso politico da parte della popolazione, che evidentemente, dopo anni di menzogne, non è abbastanza matura da accettare un compromesso per evitare che la situazione degeneri ulteriormente; per questo motivo il governo argentino non sembra avere alcuna intenzione di limitare il deficit in questo modo e, non potendo richiedere maggiori risorse al mercato, in quanto è sostanzialmente esclusa da esso per via del default tecnico, ha deciso di intraprendere una via alquanto fantasiosa e tremendamente rischiosa: la monetizzazione del debito.

Manifesti a Buenos Aires nei quali si accusano i “fondi avvoltoi”

Stampare carta straccia – La monetizzazione del debito pubblico, che qualche economista o sedicente tale ha proposto anche per l’Italia, consiste in una operazione messa in atto dalla banca centrale, con la quale si aumenta la base monetaria (stampando moneta o sbloccando riserve) per ripagare parte del debito senza dover far fronte agli interessi sullo stesso. Purtroppo – e qui qualcuno rimarrà molto deluso – stampare moneta comporta molte conseguenze negative e nessuna conseguenza positiva di rilievo. Per far circolare l’ingente quantità di moneta immessa nel sistema (in Argentina è cresciuta del 6,7% nel solo mese di agosto) occorrerebbe un notevole aumento dei consumi che, ovviamente, non si auto genera. Dunque le conseguenze sono: una forte svalutazione della moneta per via dell’aumento della sua disponibilità; un aumento altrettanto notevole dell’inflazione (il cui dato reale, secondo alcune stime, sarebbe intorno al 40%), per via del fatto che, a parità di beni a disposizione, la maggior quantità di moneta spinge verso l’alto i prezzi, e questo distrugge il potere d’acquisto delle famiglie, che riduce ulteriormente i consumi; infine cresce il rischio di non pagare il proprio debito per via della crisi economica che innesca.

Salvagente cinese? – La crescente svalutazione del peso ha inoltre spinto moltissimi argentini a cercare di salvare il valore dei propri risparmi comprando dollari, sempre più rari per via della fuga di capitali, con il governo che cerca di proibirne l’acquisto (favorendo di fatto il mercato nero dei dolàr blue). La speranza alla quale il governo dell’ Argentina si aggrappa è l’intervento della Cina, con cui è stato concluso un accordo di swap valutario (cioè di scambio di valute) da 11 miliardi di dollari. Ma è altrettanto ovvio che questo “aiuto” di Pechino avrà il suo prezzo, che si traduce in una svendita massiccia del sistema produttivo e di quello energetico ai colossi cinesi nonché, si vocifera, la vendita di vasti appezzamenti di terreno nel sud del paese.

Stampare moneta non equivale a creare ricchezza, che dipende dalla produzione di beni e servizi, per una dimostrazione pratica il consiglio è di seguire con attenzione cosa succederà in Argentina nei prossimi mesi. E, fidatevi, la colpa non sarà dei “fondi avvoltoi”.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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