L’ultima direzione del PD: cronache di un percorso burrascoso

29/03/2014 di Luca Andrea Palmieri

La direzione del 28 marzo del Partito Democratico è stata molto più importante per il principale partito di centro-sinistra di quanto, a un osservatore distratto, possa sembrare. Quest’idea è motivata da una serie di fattori ovviamente, come spesso accade in politica, interconnessi: innanzi tutto perché segna l’avvicinamento alla campagna elettorale ufficiale per le elezioni europee, che dovrebbe prender piede a partire dal 13 aprile, quando saranno presentate le liste elettorali; inoltre perché da l’avvio “ufficioso” alla parte clou delle riforme istituzionali su cui Renzi sta puntando tutto in questa fase politica: l’inizio ufficiale si avrà infatti lunedì, quando il ddl che prevede la radicale trasformazione del Senato (più che l’abolizione in sé e per sé) verrà licenziato dal Consiglio dei Ministri e potrà iniziare il difficilissimo iter istituzionale.

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Debora Serracchiani, nuovo vice-segretario del PD

Le due cose sono strettamente correlate e parlano con evidente forza delle sfide che attendono il Primo Ministro nei prossimi mesi: sfide difficilissime, al punto che la sensazione è che Renzi in fondo cammini, da quando è stato nominato alla guida del Governo, su un filo piuttosto sottile. Può bastare uno strattone a spezzarlo, e come se non gli bastasse, il posto da cui è più facile che arrivi lo strappo è proprio quello stesso Partito Democratico di cui è oggi a capo.

Sulla base di questa interpretazione può essere letta la decisione di proporre (sarà l’assemblea poi a ufficializzarli) quali vice-segretari Debora Serracchiani  e Lorenzo Guerini. Due fedelissimi del segretario (e questo non è affatto una sorpresa) che si divideranno un ruolo operativo dagli ampi poteri (e qua sta il punto, rispetto a ruoli di coordinamento più limitati). Una scelta che sembra prevedere una strategia di lungo termine, in cui l’attuale leadership democratica sul Governo dovrebbe durare il più a lungo possibile, nei limiti costituzionali, e indipendentemente dal risultato delle europee.

La trappola più insidiosa attualmente è proprio il voto di maggio, ed è per questo che per Renzi è il momento ideale per premere sulla riforma da lui più sentita. Stop improvvisi, indecisioni che possano essere ricollegate a sentimenti di conservatorismo della parte storica del Pd, situazioni di stallo per divisioni meramente ideologiche, rischiano di indebolire i democratici nel momento in cui più devono serrare i ranghi. Il voto europeo infatti è rischioso indipendentemente da tutto, anche se i risultati raggiunti fino ad allora fossero eccezionali: data la forza dell’antieuropeismo di questi tempi, il rischio di un risultato peggiore delle aspettative, soprattutto nel confronto col Movimento 5 Stelle, è più che reale. Un voto contro l’Unione Europea, se anche non fosse di diretta contestazione al premier, verrebbe sicuramente “strillato” come condanna verso il Governo.

Ma allo stesso tempo è difficile prevedere come una sconfitta possa essere vissuta all’interno del partito: sarebbe un altro monito a tirare il più possibile avanti o indebolirebbe la figura del segretario? E’ per questo che il rischio più grande, allo stato attuale, per il Pd sembra arrivare proprio dal fronte interno. Ed è per questo inoltre, che in queste ore il riferimento di Renzi al ritorno al voto viene proprio dal rischio “pantano” nella Commissione Affari Costituzionali: un chiaro messaggio interno.

Anche perché poi gli attacchi non è che manchino, sebbene (forse proprio in virtù di quel di cui si è parlato) negli ultimi tempi si siano ridotti: i civatiani continuano a smarcarsi nel voto, e l’attacco di Fassina, che ha paragonato la riforma del lavoro a quella dell’ex ministro Sacconi, è stato, forse l’unico caso, piuttosto duro. Ma Matteo Renzi non sembra avere intenzione di fermarsi, anzi: la carne al fuoco, come fu preannunciato all’inizio del mandato, è sempre di più. Mancano però, a torto o ragione, i fatti, che sono sempre la cosa più importante, ma per quello il Sindaco di Firenze ha ancora a disposzione un po’ di tempo. L’unica sensazione certa è che in un modo o nell’altro si prospettano grandi cambiamenti nel paese: o per il successo dell’operazione Renzi o, nel caso la corda si spezzasse e il Premier dovesse farsi da parte,  per il caos successivo.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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