L’ultima dichiarazione di guerra dell’Italia

29/01/2015 di Lorenzo Cerimele

Storia dell'ultima (inutile) dichiarazione di guerra italiana ad un paese terzo: il 14 luglio 1945, il governo, guidato da Ferruccio Parri, per cercare di conquistare lo status di alleato, dichiarò guerra all'Impero Giapponese

Italia, Giappone

Gli scontri, almeno nel continente europeo, erano già terminati da più di tre mesi e il Giappone rappresentava l’ultima possibilità, per gli italiani, per tentare di fuoriuscire da quella condizione di paese sconfitto a cui erano stati relegatati. Il primo tassello di questa strategia fu il voltafaccia, del Governo Badoglio, alla Germania nazista, nell’ottobre del 1943. Ma, tra le due dichiarazioni di guerra, esisteva una profonda differenza: Badoglio, nel 1943, offriva la collaborazione militare italiana e con essa i potenziali sacrifici in vite umane che ciò avrebbe comportato; nel caso del Giappone, invece, la dichiarazione di guerra fu pura formalità – come accadde per esempio per stati come il Paraguay o la Bolivia – e non ebbe quindi alcuna rilevanza pratica nè avrebbe potuto averla nemmeno se il Giappone avesse resistito per i mesi a venire. Non esistevano corpi militari, navi, aerei italiani disponibili e attrezzati per giungere fino in Estremo Oriente. Ma la decisione venne presa dopo ponderati colloqui avuti con l’ambasciatore Tarchiani distanza a Washington che fecero addirittura credere a qualcuno che il corpo di spedizione italiano sarebbe stato armato ed equipaggiato dagli i Alleati. Cosa che non avvenne.

I ministri del gabinetto Parri, insediatisi pochi giorni prima della formale dichiarazione di guerra, sapevano benissimo dell’impossibilità dell’operazione, ma ritennero che questo gesto, seppur sulla carta, avrebbe ricollocato finalmente l’Italia fra gli Alleati e avrebbe spalancato così le porte di quella nuova prospettiva delle Nazioni Unite, fondate sulle ceneri della defunta Società delle Nazioni il 26 giugno 1945. Altresì, fondamentale per Parri, era conquistarsi un miglior trattamento al tavolo dei vincitori e dei trattati di pace che da lì a due anni avrebbero ridisegnato i confini d’Italia. Fu cosi che quel 14 luglio, tramite gli uffici dell’ambasciata svedese a Tokyo, fu consegnata la dichiarazione di guerra dell’Italia al governo giapponese.

Tali speranze vennero prontamente disattese dagli Alleati e soprattutto dall’Urss. L’Italia continuò ad essere considerata un paese sconfitto, sebbene, diversamente dalla sorte che toccò agli zoccoli duri dell’Asse, ovvero Germania e Giappone, al Belpaese toccò una migliore ed ironica sorte: quella di essere considerato come membro di secondo rango dell’Asse, alla stregua di stati come l’Ungheria e la Bulgaria. Il trattato di pace che ne seguì fu punitivo e l’ingresso nell’ONU fu rimandato sino al 14 dicembre 1955, dopo un lungo negoziato tra le le due superpotenze mondiali, Usa e Urss.

Un’ultima analisi va fatta, invece, nella natura giuridica della dichiarazione di guerra al Giappone che è da considerarsi, secondo alcuni, come “nulla e non avvenuta”, così come quella fatta alla Germania nel 1943. Possiamo ricavare tale “nullità” nell’armistizio c.d. Lungo, firmato a Malta nel 1943 tra Italia e Alleati, in cui vi era una clausola affermante che l’Italia, fino al termine delle ostilità, sarebbe stata privata di qualsiasi libertà e potere in materia di politica estera. Tradotto, ogni suo atto internazionale sarebbe, quindi, dovuto passare al vaglio del comando alleato, pena l’inefficacia. Bisogna, però, altresì ricordare che la dichiarazione di guerra del nostro paese all’Impero del Giappone fu in parte anche voluta dal governo statunitense, ma venne mal interpretata dal governo italiano che auspicava tale appoggio alla guerra in estremo oriente come un lascipassare per l’ONU e il riconoscimento del suo status di potenza alleata.

I governi post-armistizio sperarono che il fatto compiuto sarebbe stato accettato e sarebbe servito per diffondere nel mondo l’immagine della nuova Italia debellata dal Fascismo. Non andò così, ma per lo meno, evitò di andare incontro a ciò che avvenne in Giappone e, peggio ancora, nella Germania nazista, dove l’entità tedesca venne debellata e ricostruita completamente dopo la guerra, senza subire un trattato di pace, ma perdendo completamente la propria sovranità in favore degli occupanti, che ne divennero gli amministratori diretti e successori del precedente stato nazista debellato (da qui l’inutilità del trattato di pace con la Germania). Ciò è da ricollegarsi al fatto che in Germania. lo Stato – divenuto appunto totalitario – era oramai un tutt’uno con la figura del Fuhrer e del Partito Nazionalsocialista: dunque gli alleati ricostruirono dalle ceneri la nuova Germania. La stessa cosa, fortunatamente, non avvenne in Italia, dove le strutture e le istituzioni dello stato monarchico, seppur svuotate in parte dei loro poteri statutari, permasero anche dopo la destituzione del Duce, formalmente anche lui primo ministro del Regno e quindi responsabile davanti al sovrano, il capo dello stato.

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Lorenzo Cerimele

Nato a Roma il 25-02-1992, è un grande appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali con un debole per l'Europa del Concerto delle Potenze. Attualmente studia Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma. Si occupa di storia e di esteri.
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