Luigi Prieti, un gesto da condannare senza appello. Ma il nuovo governo ha di che riflettere

28/04/2013 di Andrea Viscardi

Luigi Prieti – “Si capiva che era un gesto di rabbia, ma loro – e indica il Palazzo, Camera e Palazzo Chigi – non lo sanno, vivono in un mondo loro, non capiscono che poi la gente se la prende con noi che facciamo servizio in strada…”. Sono queste le parole di un compagno dei due carabinieri colpiti, rilasciate ad un giornalista dell’ Huffington Post poche decine di minuti dopo la sparatoria, avvenuta fuori da Palazzo Chigi, mentre il governo era occupato a prestare giuramento. Il colpevole è Luigi Preiti, 49 anni, calabrese. Non uno squilibrato con problemi psichici, o meglio, non quel tipo di squilibrato di cui si era parlato in un primo momento. Infatti, circa un’ora fa, ha confessato in procura di aver sparato per disperazione, che la sua intenzione era di sparare a dei politici, ed è stato confermato come fosse, sino a questa mattina, una persona assolutamente normale. Luigi Preiti ha assolutamente compiuto un atto folle, insensato, imperdonabile. Ma non era uno psicopatico, e questo rende l’episodio, se possibile, ancora più grave. Soffre sicuramente di una debolezza mentale, la stessa, in fondo, di cui hanno sofferto anche tutte quelle persone che, nei mesi passati, hanno deciso per disperazione di prendere un’arma e di puntarsela alla testa. Un’instabilità mentale, sì, ma dovuta in gran parte dal clima insopportabile a cui i cittadini sono stati sommersi negli ultimi cinque anni. Nessuna giustificazione, sia chiaro.

Luigi Prieti, sparatoria palazzo Chigi
foto: Ansa

Gesto inaspettato? – L’episodio è gravissimo, inaudito, da condannare senza esitare. La violenza, senza se e senza ma, è da evitare, a maggior ragione se sfogata verso terzi, incolpevoli. Le parole del carabiniere, però, sono eloquenti, e colpisce in particolar modo quel “vivono in un mondo loro”. Questa è stata, lo dico francamente, la stessa identica frase che ho pensato quando ho sentito le prime dichiarazioni, i primi commenti a quanto era avvenuto. Giornalisti, politici, tutti a sostenere e a credere fosse stato un gesto di un malato mentale, di un folle, di una persona colpita da problemi psichici. Tutti a sostenere come non vi fossero segnali indicatori di un episodio di questo tipo, come nessuno potesse aspettarsi un gesto del genere. E’ questo l’altro aspetto veramente grave di quanto accaduto oggi, su cui – fatte le dovute condanne – occorrerebbe concentrare un minimo di attenzione.

Due società, tra cecità e disperazione – Infatti rappresenta una testimonianza evidente, netta, di una società divisa in due. Si dovrebbe scrivere molto più di un articolo sull’argomento, anche per questo, allora, cercherò di rendere l’immagine, in un certo senso, semplificandola e estremizzandola in parte. Esiste una società disperata, gettata in pasto al dramma di dover lottare per poter pagare la propria casa, a quello di non trovrae lavoro, in balia di situazioni che violano quasi gli stessi diritti dell’uomo, laddove si parla di diritto ad una vita dignitosa. Dall’altra, invece, una società rappresentata da un gruppo alienato, distaccato, incapace di cogliere come, in realtà, settimana dopo settimana, si stia raggiungendo un confine che, una volta valicato, potrebbe essere difficile da ricostruire. Non parlo solo di politici, ma anche i giornalisti fanno la loro, incapaci di inquadrare la situazione italiana, se non laddove c’è qualche suicidio su cui poter costruire un bel servizio. Il problema si aggrava, però, quando è la parte alienata della società a dover risolvere la situazioen disperata dei cittadini comuni, quelli sull’orlo della disperazione, e diventa insormontabile quando l’alienazione è così grande da non permettere loro neanche di rendersi conto quanto, un episodio come quello odierno, non solo sarebbe stato prevedibile, ma stupisce quasi non sia già accaduto nei mesi precedenti.

Il nuovo governo ha una priorità assoluta – Quando le stesse forze dell’ordine, dopo aver visto due compagni, due fratelli, cadere a terra senza colpe, rilasciano dichiarazioni come quelle riportate nell’incipit di questo articolo, il segnale di allarme dovrebbe essere fatto suonare al massimo volume. Prima delle riforme costituzionali, del numero dei parlamentari o della legge elettorale, allora, il prossimo governo dovrà essere in grado di mettere i primi tasselli per affrontare un disagio sempre più diffuso, una tensione ignorata totalmente nell’ultimo anno, come se chi si affacciava dal palazzo del potere fosse completamente cieco. Ricostruire un senso di solidarietà, di connessione, di rappresentanza tra politica e cittadini, tra i vari strati sociali. Nel nostro stato, oggi, la maggior parte dei cittadini riassume la situazione con una semplice immagine: quella tra gli sfruttati e gli sfruttatori, tra i disperati e chi detiene il potere e ricchezza, tra i deboli e i privilegiati. Sempre, nella storia, in situazioni di questo tipo, quando non si è stati in grado di riavvicinare gli estremi, le rotture hanno portato a conseguenze tanto scontate quanto drammatiche. La speranza, allora, è che il governo Letta, per quanto in mano alla vecchia politica, possa meritarsi l’aggettivo “nuovo”. Non solo per le proprie politiche, ma anche per gli occhi e le orecchie con i quali saprà guardare e ascoltare gli italiani.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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