Luigi Einaudi, «conoscere per deliberare»

24/11/2013 di Matteo Anastasi

Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica

Economista, professore, editorialista de La Stampa e del Corriere della Sera, senatore, governatore della Banca d’Italia, ministro nell’emergenza economica, presidente della Repubblica. Luigi Einaudi è stato senza dubbio uno dei protagonisti della vita pubblica italiana del secolo scorso, avendo attraversato in prima linea le tre grandi stagioni della storia del Paese: l’Italia liberale, l’Italia fascista, l’Italia repubblicana. Einaudi è stato tra i principali “ricostruttori” del dopoguerra. Al gruppo composto da lui, Alcide De Gasperi, Donato Menichella, Ezio Vanoni, si deve – prima e più di altri – la scelta di aprire l’Italia all’economia europea e mondiale dopo il 1945. Ma, in particolare a Einaudi, si deve il ruolo assunto dall’economia e dagli economisti nel dibattito pubblico e nel governo della res publica. Come lui e dopo di lui, gli economisti sono saliti ai vertici delle istituzioni: da Guido Carli a Mario Monti.

Piemontese di Carrù, dove nacque nel 1874, a quattordici anni – rimasto orfano del padre – si trasferì a Dogliani, città natale della madre. Studente di giurisprudenza, austero e profondamente legato alla vita di campagna, negli anni della gioventù si avvicinò al movimento socialista, collaborando con la Critica sociale diretta da Filippo Turati. La “conversione” su posizioni liberiste giunse nei primi anni del Novecento, periodo nel quale Einaudi iniziò una proficua carriera accademica che lo avrebbe portato a ricoprire prestigiose cattedre al Politecnico di Torino e alla Bocconi di Milano. Nominato senatore nel 1919, con l’avvento del fascismo riparò in Svizzera e fu tra i firmatari del “Manifesto di Ventotene”. Rientrato in Italia alla fine del 1944, nel gennaio del 1945 fu nominato governatore della Banca d’Italia. Deputato all’Assemblea Costituente del 1946, vice-presidente del Consiglio e ministro delle Finanze, del Tesoro e del Bilancio nel IV governo De Gasperi, l’11 maggio 1948 fu eletto presidente della Repubblica, prevalendo sul conte Carlo Sforza, la cui candidatura decadde a causa dell’opposizione delle sinistre. Allo scadere del mandato presidenziale, nel 1955, fu nominato senatore a vita. La morte lo avrebbe colto a Roma nel 1961.

L’ultimo biografo di Einaudi, Giovanni Farese, ha evidenziato come gran parte del pensiero economico einaudiano sia rintracciabile nel proficuo scambio di opinioni e di idee che lo statista piemontese ebbe con l’eminente economista tedesco Wilhelm Roepke. Nell’agosto del 1934 a Einaudi, da Ginevra, giunse una lunga lettera di Roepke, il quale si complimentava con lui per alcuni articoli sul corporativismo da poco elaborati. Nacque allora, fra i due economisti – appartenenti ad aree culturali e generazioni assai differenti (Roepke era venticinque anni più giovane di Einaudi) – un dialogo culturale profondo, che non si sarebbe mai interrotto. Nel 1942, in una lunga recensione dell’opera di Roepke La crisi sociale del nostro tempo sulla Rivista di storia economica, Einaudi lasciò emergere i tratti fondamentali della sua visione della società moderna. Si trattava di un’aspra critica agli aspetti più negativi della società capitalistica contemporanea: i monopoli, i cartelli, i consorzi, i brevetti d’invenzione, la proletarizzazione universale, la fuga dalla terra, l’accentrarsi degli uomini nelle grandi città industriali, le enormi disuguaglianze delle fortune e dei redditi. Einaudi condivideva alla lettera la critica roepkiana rivolta alla Vermassung, cioè alla massificazione delle società industriali avanzate, manifestatasi con il livellamento dei gusti, dei consumi e dei costumi; con la «riduzione degli uomini a una massa informe confusa di atomi sciolti di vincoli di famiglia, di sede stabile, di orgoglio di mestiere, di professione»; con l’incapacità a «creare e a far vivere di vita indipendente autonoma istituti di vita comune: la chiesa, il municipio, la cooperativa, la società mutua, l’associazione di difesa e di mestiere».

Einaudi vedeva in questa società massificata e atomistica il risultato tanto del capitalismo quanto del comunismo. Di qui la ricerca di una “terza via”, cioè una società formata da artigiani, piccoli e medi industriali, commercianti, professionisti, agricoltori indipendenti; una società in cui ognuno svolge la propria attività per guadagnarsi da vivere, ma anche per affermare le proprie personalità e qualità; una società scevra da posizioni di privilegio, di rendita, di monopolio; una società in cui lo Stato ha un compito fondamentale: garantire che le regole della concorrenza sul mercato valgano per tutti. A tal proposito Einaudi faceva proprie le parole di Roepke: «Solo la concorrenza fa sì che la collettività dei consumatori, la quale in regime di lavoro diviso si identifica con la collettività dei produttori, abbia voce decisiva nel determinare che cosa, come e quando si deve produrre […] il processo dell’economia di mercato è per così dire un plébiscite de tous les jours». Fautore del mercato, quindi, ma critico verso il capitalismo. Una visione che Einaudi avrebbe ulteriormente chiarito e delineato nelle Lezioni di politica sociale del 1949, il suo testamento spirituale, dove avrebbe indicato la strada di una moderna politica sociale per il liberalismo: ridurre – incentivando e non sopprimendo il ruolo delle istituzioni e della libertà individuale – le molteplici forme di disuguaglianza nei punti di partenza. «L’indifferenza del mercato non dipende dalla mancanza di istituzioni correttive?».

Oggi, a oltre cinquant’anni dalla morte, ciò che resta di Einaudi è la sua eredità intellettuale, pedagogica, di retore. I suoi scritti – da Il buongoverno a Lo scrittoio del presidente, dalle Prediche inutili alle citate Lezioni di politica sociale – sono un invito a rivedere da capo le questioni mal poste; a comprendere, prima di modificare, le tesi degli altri e le proprie; a diffidare delle scuole di pensiero che non si cimentano nel campo della ricerca. In altre parole, sono un invito a «conoscere per deliberare» – celebre monito einaudiano contenuto nelle Prediche inutili – al quale molti statisti odierni farebbero certamente bene a ispirarsi.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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