Luigi Cadorna, l’uomo di Caporetto

29/05/2016 di Cristina Ioannilli

Timido e scontroso, profondamente legato alla concezione di guerra ottocentesca: chi era Luigi Cadorna, l'uomo di Caporetto?

Luigi Cadorna

Anche coloro che non conoscono gli eventi, sentendo la parola Caporetto, pensano ad un collasso improvviso, un disastro quasi irreparabile: assume un valore permanente e negativo nel carattere del popolo italiano. A Caporetto fu combattuta una delle più grandi battaglie di annientamento della storia contemporanea e si consumò la più drammatica disfatta dell’esercito italiano. C’è bisogno di capire perché una forza così massiccia, composta da migliaia di centinaia di uomini e armata come nessun altro esercito italiano prima di allora, cessò di combattere. Ma Caporetto dimostrò che i tedeschi, quando giunsero sul fronte italiano, erano già addestrati a fare una guerra diversa da quella che era stata combattuta sino agli inizi del 1917: la vera colpa dei comandi italiani fu quella di avere adottato una tattica ormai invecchiata; i loro peccati furono la superbia autoritaria e la pigrizia intellettuale.

Uno dei comandanti italiani fu Luigi Cadorna. Nacque a Pallanza, sul Lago Maggiore, il 4 settembre 1850, unico figlio maschio del generale conte Raffaele Cadorna e di Clementina Zoppi (il secondo figlio, Carlo, morirà pochi giorni dopo il parto); gli furono imposti i nomi di Luigi, Giovanni, Antonio, Carlo e Giuseppe: la casata Cadorna, di antica nobiltà, non si sarebbe estinta. Portava il nome del nonno, un ufficiale dell’esercito piemontese che, all’arrivo delle truppe rivoluzionarie di Napoleone si dimise, da buon conservatore, per ritornare poi nelle file del restaurato esercito sabaudo. Il 15 ottobre 1854 nacque la sorella Maria. Luigi, negli anni dell’infanzia fu affidato ad un rigido sacerdote; a sei anni venne rapito da un certo Mosé Boringhera, ma fu poco dopo rintracciato dai suoi: questa avventura lasciò in lui un doloroso ricordo.

Due caratteristiche lo segnarono per tutta la vita: un aspetto timido e uno scontroso. A soli dieci anni fu iscritto dal padre al Collegio militare di Milano: sarebbero stati cinque anni difficili con educatori severi ed una rigida disciplina. Nel 1865 entrò a far parte dell’Accademia militare di Torino. A diciotto anni passò alla Scuola di guerra e vi rimase fino al 1870, promosso tenente. Nel 1875, divenuto capitano, fu trasferito a Roma al comando del corpo di Stato Maggiore. In quegli anni, aveva appena compiuto una prima missione di rilievo per conto dello Stato Maggiore: fingendosi negoziante di legname, si era aggirato a lungo nelle zone irredente d’oltre frontiera per compilare studi topografici e tattici. Era la sua prima conoscenza del Carso, un segno del destino. Per Luigi Cadorna, la carriera militare era una missione, oltre che un elemento della tradizione familiare. Egli riuniva in complesso tutte le qualità che costituiscono l’uomo onesto, educato e dignitoso. La vita privata di Cadorna, in effetti, era davvero quella del buon cittadino cattolico; si sposò nel 1881. Maggiore nel 1883, fu al comando del corpo d’armata di Verona, agli ordini del generale Pianell. Nel 1889, ebbe dalla moglie Maria Giovanna Balbi, il quarto figlio, Raffaele: un maschio, finalmente, dopo tre femmine, Maria, Clea, Carla.

Il 1892 fu un anno cruciale nella sua carriera. Col grado di colonnello, ottiene un comando diretto di uomini: il 10° reggimento bersaglieri. E in quell’incarico svelò per intero tutte le sfaccettature della sua personalità: egli lo definì il suo più bel comando fino alla guerra. Fu poi capo di Stato Maggiore del corpo d’armata di Firenze, agli ordini di uno dei generali più apprezzati, Baldissera. Raggiunse un certo prestigio e, inoltre, scrisse un libretto intitolato Istruzione tattica, con l’obiettivo di illustrare quale sia la miglior strategia di attacco e di istruire futuri comandanti autorevoli, capaci di mantenere disciplina all’interno dei reparti.

Nel 1913 fu nominato senatore del Regno e il 6 luglio 1914 fu designato nuovo capo di Stato Maggiore dell’esercito, al posto del generale Pollio: la mattina del 27 luglio prese ufficialmente possesso degli uffici. A quel posto tanto agognato giunse in un momento drammatico: pochi giorni prima, l’Austria-Ungheria aveva inviato al governo di Belgrado un umiliante diktat da accettare entro quarantotto ore. Anche il governo italiano venne colto di sorpresa dal blitz austriaco: Cadorna fu informato tramite le notizie dei giornali e, sempre convinto che l’Italia dovesse scendere in campo al fianco dei tradizionali alleati, trasmise un promemoria al ministro della Guerra, Grandi, nel quale indicava i provvedimenti militari d’urgenza.

A conflitto mondiale scoppiato, il re inviò all’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe un ambiguo telegramma, del quale Cadorna seppe all’ultimo momento, nel quale l’Italia si dichiarava neutrale. Il comandante del nostro esercito cominciò seriamente a pensare alla guerra contro i vecchi alleati. Proprio in quelle ore il governo italiano stava imboccando, in gran segreto, una nuova strada che ancora una volta avrebbe percorso senza informare il capo di stato maggiore. Il 9 agosto il ministro degli Esteri italiano fece pervenire una lettera riservata a Salandra nella quale chiedeva l’autorizzazione ad avviare trattative con l’Intesa (Inghilterra, Francia e Russia) per entrare, al loro fianco, in guerra con l’Austria. Cadorna elaborava nel frattempo un ribaltamento strategico: aveva scelto di puntare verso est, trascurando i pericoli che sarebbero potuti provenire dal Trentino, verso il quale si doveva schierare un contingente di difesa. Aveva evidentemente fiducia e certezza che la macchina bellica italiana fosse in grado di assolvere a compiti così complessi.

Ai primi di settembre i francesi fermarono i tedeschi sulla Marna e passano al contrattacco: a Roma erano in parecchi a ritenere che questo sarebbe potuto essere il momento buono per l’Italia di attaccare. Cadorna fu fra questi, ma il suo ottimismo si spense quando venne a sapere che l’equipaggiamento dell’esercito era carente. Nella mente di Cadorna la guerra era ancora concepita in termini ottocenteschi: armate in movimento e poi battaglia campale, risolutiva. Eppure proprio in quel periodo, sul fronte francese il conflitto aveva cominciato ad assumere i contorni di una logorante guerra di posizione e di scontri frontali.

Il governo italiano diede il via, il 4 marzo 1915, al segretissimo negoziato con i nuovi alleati che si sarebbe concluso il 26 aprile con la firma del patto di Londra. Intanto, il primo marzo, Cadorna ordinava la “mobilitazione rossa”, termine per indicare che l’esercito, in modo occulto e riservato, si stava mettendo sul piede di guerra. Il 23 maggio il Consiglio dei ministri approvò la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria. Il capo di stato maggiore, accompagnato dal figlio Raffaele, si trasferì a Treviso, sede provvisoria del Comando supremo. Cadorna, diventava il signore della guerra e milioni di uomini sarebbero stati ai suoi ordini, fino alla rotta di Caporetto, nell’autunno del 1917.

Sotto il suo comando l’esercito regio si rafforzò passando da un milione a tre milioni di uomini, che però non seguirono un valido addestramento per l’impreparazione degli istruttori. Inoltre, il numero dei soldati rimase comunque insufficiente per ricoprire un fronte di 650 chilometri. Questa incompetenza si esplicitò soprattutto nella dodicesima battaglia dell’Isonzo: le truppe austro-ungariche e tedesche sfondarono le linee italiane a Caporetto che dovettero ritirarsi fino al fiume Piave. Il Comando, in realtà, fu avvisato da alcuni disertori sulle intenzioni dei nemici, ma vennero ritenute informazioni non affidabili. In seguito all’intercettazione di una comunicazione tedesca in cui si organizzava l’offensiva, Cadorna e i comandanti italiani si riunirono ma sperarono in un rinvio dell’attacco per il brutto tempo. I nemici, invece, agirono il 24 ottobre 1917. Le truppe cominciarono a cedere ma dal Comando arrivò il divieto di ripiegare. Cadorna volle tentare una resistenza sul Tagliamento; ordinò in seguito all’intero esercito di ripiegare sul fiume Piave.

A Roma, intanto, il nuovo governo Orlando aveva già deciso di sollevare Cadorna dall’incarico e lo fece, usando la tecnica del promoveatur ut amoveatur: fu inviato a presiedere la conferenza di Versailles e Diaz lo avrebbe sostituito. I contingenti italiani riuscirono a riorganizzarsi e fermarono le truppe nemiche nella prima battaglia del Piave. Cadorna fu richiamato a Roma e collocato a riposo nel 1919. Le cause del disastro di Caporetto possono essere attribuite a Cadorna, ma sicuramente concorrono anche altri fattori: un mancato coordinamento tra i Comandi, provocato anche dall’interruzione dei collegamenti telefonici, l’inappropriato addestramento dell’esercito, le condizioni meteo avverse. Il generale attribuì invece la disfatta alla viltà degli italiani. Luigi Cadorna morì a Bordighera il 23 dicembre 1928.

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Cristina Ioannilli

Nata a Roma il 18 agosto 1993. Diplomata al Liceo Classico “Marco Terenzio Varrone” di Rieti, si è laureata nel 2015 in Storia e Filosofia presso l’Università Europea di Roma. Appassionata di storia contemporanea, dedica i suoi studi ai momenti di transizione e ai processi di formazione delle identità nazionali in Europa.
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