L’Unione europea si flette ma non si piega

20/05/2016 di Giuseppe Trapani

Alla nostra economia flessibilità con tanti rebus da risolvere

Si è passati dal “dicitur” (corre voce) dei giorni scorsi al “dicunt” in modo pieno e affermativo, e Renzi incassa un netto placet al programma economico dell’Italia. La Commissione Europea infatti ha concesso una generosa flessibilità per oltre 13 miliardi di euro, un margine di azione per il governo scritto nella legge di stabilità 2016.

Non è stato facile per il ministro Padoan riuscire nell’impresa di interfacciare Renzi dentro le mura austere dei palazzi europei. Tutti si ricordano del ping-pong polemico con Jean Paul Juncker, presidente della Commissione Ue, e ad un certo punto sembrò che il pressing del Presidente del Consiglio – per quanto spinto da motivazioni politiche per molti versi ineccepibili –  portasse ad effetti indesiderati, ossia la chiusura dei rubinetti dell’Europa. L’ok della Commissione è una provvidenziale combinazione di diversi elementi che danno meritatamente al nostro paese quel bonus di denaro necessari per avere margini di politica economica “espansiva” come da molto tempo è auspicato da economisti ed analisti.

La concessione di flessibilità, se è vero che flette ma non piega lo schema germano-centrico dell’economia europea, è anzitutto un successo politico di Renzi che approfitta (buon per lui) di una Francia non solo alle prese con gli scontri di piazza ad oltranza per il varo della versione francese del “jobs act” (Il disegno di legge El Khomri) ma anche con il continuo sforamento del rapporto deficit/Pil di Parigi oltre il 3%. Vi sono poi numeri “tendenziali” (progressione del Pil, inflazione poco più alta di altri paesi) che favoriscono l’Italia, che rimane sempre un sorvegliato speciale (sul debito pubblico) ma sul quale si può allentare la presa per un periodo.

Il Governo a questo punto – incassata la flessibilità –  deve risolvere alcuni rebus cruciali per dare unità progettuale alla propria strategia economica, poiché fino ad oggi il premier Renzi ha dovuto affrontare  le tante questioni mai risolte dell’Italia con un approccio positivo sì ma “episodico”, mentre invece adesso arriva probabilmente il momento decisivo per la risoluzione di alcuni temi importanti: in primis, gli 80 euro per il ceto medio non sono ancora riduzione delle tasse (sopratutto gli scaglioni Irpef per la fascia di reddito 15.000- 75.000), e sono allo studio diverse ipotesi, dalla riduzione di punti percentuale per scaglione, alla ri-calibrazione Irpef di tutta la platea della middle class italiana. Tagliando le tasse in modo strutturale si aprirebbe la strada alla crescita dei consumi anche per milioni di cittadini che hanno redditi anche sopra i 28 mila euro (dipendenti pubblici, partite Iva, piccoli imprenditori, autonomi). Nell’ambito poi della riforma del lavoro vero è che nessun esecutivo crea posti per legge; ma i decreti attuativi della riforma Poletti devono urgentemente correggere storture, come l’abuso dei voucher e il superamento di Garanzia Giovani, vero flop dei mesi precedenti. Creare infatti l’agenzia nazionale del Lavoro potrebbe mettere in network le esigenze delle imprese e delle aziende, unificare procedure di scouting e in questo modo  rendere più veloce l’intercettazione dell’offerta a favore della domanda. Per non parlare – sempre in termini espansivi – degli investimenti pubblici, che si armonizzerebbero con quelli privati e potrebbero permettere un salto del trampolino al Pil del nostro paese.

Rimane infine il groppone chiamato “debito”, e Padoan ha promesso che per la riduzione del debito “continua a muoversi su più fronti: da un lato il programma di privatizzazioni e una politica di bilancio responsabile per ridurre deficit e debito, dall’altro le iniziative per favorire la crescita strutturale del prodotto interno”.

In molti si sono chiesti perché il falco Merkel non abbia volato a nostro sfavore. La risposta è tutta geopolitica, essendo l’Europa dentro un contesto friabile e precario  con il Regno Unito “osservato speciale” in vista del referendum sulla Brexit, con Hollande insidiato dal Front national, la Spagna fuori gioco per le elezioni, con i maggiori Paesi dell’Est ormai su una china autarchica, l’unico grande Paese europeo con un governo relativamente stabile e affidabile, per Angela Merkel, è quello italiano. E Matteo Renzi preferisce l’uovo oggi che il digiuno domani.

 

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Siculo per nascita ma milanese di adozione, classe 76, si Laurea in Filosofia e in Teologia ma chiede a se stesso un di più perciò studia Linguaggi dei Media presso la Cattolica di Milano. Giornalista e Docente al liceo a tempo pieno, collabora con diverse testate (Famiglia Cristiana, Jesus, Gazzetta d'Alba) e negli ultimi anni tiene rubriche anche per i quotidiani online Lettera43 e Linkiesta.
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