L’UE e il crimine organizzato: paradossi e contraddizioni

19/06/2013 di Luca Tritto

L’apertura delle frontiere senza una armonizzazione legislativa in materia penale favorisce l’espansione delle mafie in Europa

Criminalità organizzata ed unione europea

Dalla sua nascita fino ad oggi, l’Unione Europea ha compiuto notevoli passi in avanti negli ambiti dell’integrazione economica e sociale, abbattendo le barriere poste, tra i Paesi membri, alla libera circolazione di persone, merci e capitali. Tuttavia, questo ha involontariamente favorito, in qualche modo, l’espansione di organizzazioni criminali, le quali hanno esteso il loro raggio d’azione oltre i confini nazionali, soprattutto investendo i loro capitali, frutto di attività illecite, in attività commerciali e finanziarie legali all’interno di altri Paesi membri.

Tra nuovi mercati e “impunità” – L’infiltrazione di capitali illeciti all’interno di economie di Paesi membri non è un fatto dovuto soltanto a questioni legate alle ondate migratorie dei decenni passati, con i quali molti personaggi legati al crimine organizzato si spostarono dai luoghi d’origine, bensì anche ad una questione prettamente giuridica. Infatti, a differenza del sistema italiano, negli altri Paesi membri dell’UE non esiste una legislazione di contrasto efficace contro il crimine organizzato. Per fare un esempio, basti pensare che in Germania non esiste il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, quando in Italia è in vigore il 416 bis, e, soprattutto, non esiste una legislazione antiriciclaggio efficace, nonostante ci siano delle direttive europee al riguardo. In Germania, non c’è la necessità di dimostrare la provenienza del capitale da investire e quindi non c’è controllo sui flussi di denaro da riciclare.

La necessità dell’armonizzazione legislativa – La questione dell’espansione del crimine organizzato oltre i confini italiani deve essere concepita non solo come un problema esclusivamente dello stato italiano, bensì come un problema e una sfida alle istituzioni dell’Unione Europea, all’interno delle quali ancora non è stata sviluppata un’adeguata legislazione unitaria e conforme per combattere il fenomeno in questione.

La libertà di circolazione, supportata dall’abbattimento delle frontiere tra gli Stati membri, non è stata accompagnata dal superamento delle barriere giuridiche, comportando, appunto una disparità di trattamento, in fase di giudizio, delle varie fattispecie di reato. La mancata armonizzazione delle legislazioni nazionali in alcune specifiche materie, come quelle del riciclaggio di denaro e di contrasto alle forme di criminalità organizzata, ha portato a degli effetti totalmente imprevedibili ed incontrollabili, come è stato l’episodio della Strage di Duisburg del Ferragosto 2007, quando sei calabresi furono massacrati nell’ambito della faida tra i clan di San Luca, egemoni anche in Germania.

L’esempio tedesco – La Germania, appunto, essendo sempre stata un Paese con fortissima presenza di organizzazioni criminali di origine straniera, è l’esempio più rappresentativo di come avvenga un fenomeno di forum shopping, in quanto la sua legislazione è meno punitiva rispetto al sistema italiano, e di come non si sia ancora riusciti oggi, dopo tutto ciò che è successo nel 2007, a trovare una soluzione efficiente per eliminare il problema del crimine organizzato e la sua attività di riciclaggio di denaro. Come più volte evidenziato da investigatori, giornalisti e addetti ai lavori, tra gli Stati membri dell’Unione europea, la legislazione antimafia dello Stato italiano non ha eguali ed è considerata all’avanguardia. Tuttavia, anche alla luce di inchieste o eventi che fanno risaltare l’espansione internazionale del crimine, ancora nessun Paese membro ha adottato norme simili, al fine di armonizzare la legislazione e contrastare, infine, il più citato fenomeno di forum shopping.

I limitati strumenti europei – Dal punto di vista internazionale, si è potuto notare, comunque, che il problema non è stato ignorato. Se da parte dell’ONU c’è stato l’input a sottoscrivere la Convenzione di Palermo del 2000 sul crimine organizzato, non altrettanto partecipativa è stata l’attività degli Stati. Non a caso, l’Italia, che purtroppo è uno dei Paesi con il più alto tasso di presenza di criminalità organizzata, anche d’esportazione come visto, ha ratificato la Convenzione soltanto nel 2006. Da parte dell’Unione europea, invece, il problema principale è stata la ritrosia degli Stati membri a cedere parte del loro potere punitivo in materia penale. Ciò non significa soltanto che ogni Stato continua a combattere il crimine organizzato e le sue ramificazioni attraverso la propria legislazione, causando conflitti di giurisdizione. Significa anche che la mancata armonizzazione tra le legislazioni causa problemi di coordinamento delle indagini su scala internazionale. Alcuni ufficiali della Guardia di Finanza hanno confermato che il loro maggiore problema per ottenere il sequestro dei beni, che si trovano in un altro Stato, è far riconoscere la normativa italiana al di fuori dei confini nazionali, in quanto, come detto, gli altri ordinamenti non prevedono la maggior parte delle norme italiane di contrasto alla criminalità, soprattutto per quanto riguarda il sequestro dei beni e il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, previsto dall’articolo 416 bis del Codice Penale. Il ricorso alle rogatorie internazionali, quindi, non sempre è sufficiente.

Proprio ad ovviare a queste mancanze, negli ultimi decenni l’Unione ha deciso di occuparsi in maniera più incisiva delle materie del terzo pilastro, la Giustizia e gli Affari Interni. Si è potuto vedere come si sono susseguite le direttive in materia di riciclaggio, fino ad arrivare all’ultima direttiva 2005/60/CE, e di come siano stati istituiti i vari organi di coordinamento di indagine sia operativa, come Europol, sia di supporto giudiziario, come Eurojust e la Rete Giudiziaria europea. Molti esperti hanno notato, però, come l’attività di questi organi sia stata limitata allo scambio e alla raccolta di informazioni, mentre in molti ambiti mancano di potere di iniziativa. Sotto questo aspetto, bisogna ricordare, come già fatto, come gli Stati non cedano facilmente le loro prerogative, soprattutto quando si tratta di tutela dell’ordine pubblico interno. In questo modo si è frenato un processo di creazione di un organo di polizia europeo autonomo, con autorità su tutto il territorio dell’Unione, come una sorta di polizia federale, mentre, per quanto riguarda l’aspetto giudiziario, è stata prospettata da molti l’istituzione di una procura europea, anche questa dotata di potere di iniziativa e con giurisdizione su tutto il territorio europeo.

Concludendo, il cammino europeo per il raggiungimento di una armonizzazione legislativa, nell’ambito del contrasto alla criminalità organizzata, è ancora lungo. Tuttavia, gli sforzi effettuati finora, e che hanno comunque portato ad una presa di coscienza europea di quanto stia accadendo, soprattutto dopo i fatti dell’agosto 2007, sono già un grande risultato, visti i problemi di coordinamento evidenziati. Si spera che, in un futuro prossimo, si possa arrivare a creare e a dotarsi, a livello internazionale, di strumenti idonei ed efficaci per prevenire, combattere e debellare il fenomeno del crimine transnazionale, il quale ormai, purtroppo, permea fin troppo l’economia e le istituzioni democratiche dell’Unione europea.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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