Lucio Sergio Catilina, la brama e la congiura

05/10/2016 di Simone Simeoni

Per Sallustio si trattava di un uomo "nato di stirpe nobile [...] ma d'indole malvagia e corrotta", per Cicerone di un'avversario politico e di un nemico della Repubblica da abbattere con ogni mezzo: dopo la prima guerra civile, Lucio Sergio Catilina fu infatti protagonista di una delle pagine più controverse della storia romana.

Lucio Sergio Catilina

Esistono nella Storia personaggi che vengono raccontati come “cattivi”, in una visione romanzescamente dicotomica e tragicamente semplicistica che vede i vincitori di un determinato evento storico dalla parte della ragione e gli sconfitti invariabilmente relegati nel torto. Con questo approccio, però, si finisce per perdere la varietà di aspetti e personalità che contraddistinguono ogni individuo e, per il mondo antico, questa tendenza è ancor più accentuata a causa della selezione operata sui testi tramandatici, che ha gettato nell’oblio pagine e pagine di letteratura, scegliendo accuratamente le opere da leggere in futuro; sono quindi perdute alla nostra conoscenza le ragioni degli sconfitti, testi che avrebbero potuto scrivere i “cattivi”. Forse non esiste personaggio storico in cui questa tendenza sia più evidente quanto Lucio Sergio Catilina, un nome che evoca scenari di congiure, un uomo incapace di gestire le proprie funeste passioni. O almeno così ci è stato insegnato a vederlo: chi era il romano Catilina, prima di essere il congiurato Catilina?

Lucio Cornelio Silla
Lucio Cornelio Silla

Nato a Roma nel 108 a.C. dal patrizio Lucio Sergio Silio e dalla matrona Belliena, egli era il rampollo della nobile gens Sergia, una delle stirpi più antiche della Repubblica romana, da tempo decaduta politicamente ed economicamente. Ma Lucio era un ragazzo ambizioso: la sua educazione era stata appena ultimata quando, nell’89 a.C. si unì alle truppe del generale Gneo Pompeo Strabone in partenza per la guerra sociale e fu in questa occasione che per la prima volta fece la conoscenza di personaggi come Marco Tullio Cicerone e Gneo Pompeo, figlio del suo comandante. Ben poco memorabili, se effettivamente ve ne furono, le sue gesta in guerra ma, nell’88 a.C., avvenne l’incontro che gli avrebbe cambiato la vita. Passò infatti sotto il comando di Lucio Cornelio Silla che di lì a poco sarebbe partito verso l’Asia Minore per sostenere la Prima Guerra Mitridatica: Catilina fu al suo fianco per tutta la campagna, maturando ben presto un’incrollabile fedeltà al proprio generale. Per questo, nell’84 a.C., accompagnandolo nel ritorno a Roma, Catilina divenne il più efficiente (e spietato) dei seguaci di Silla nella lotta contro i populares di Gaio Mario. Durante la guerra civile, infatti, egli non si tirò indietro di fronte a nulla, arrivando persino ad uccidere il cognato, Marco Mario Gratidiano, torturandolo e poi decapitandolo. Ripudiò poi sua moglie Gratiana e finì anche, si disse, per uccidere suo figlio, possibili ostacoli sulla strada delle sue seconde nozze con Aurelia Orestilla, figlia del console Gneo Aufidio Oreste.

Nel convulso periodo della guerra civile e negli strascichi subito successivi, Catilina venne accusato e processato per una impressionante molteplicità di reati, dall’omicidio alla cospirazione, dalla corruzione alla crudeltà, fino addirittura al cannibalismo, all’incesto e al più grave dei sacrilegi, lo stupro di una vergine Vestale. Accuse che riflettevano il giudizio dato da Cicerone nella Pro Caelio, affermando che Catilina fosse un uomo nel quale convivevano le più furenti passioni insieme a schegge di virtù. Ad ogni modo, egli non venne mai effettivamente condannato per i reati contestati, ma la sua carriera politica ne risultò enormemente rallentata e forse compromessa. Cominciò infatti il cursus honorum nel 78 a.C. ricoprendo la carica di censore e nel 74 a.C. divenne legato di Macedonia. Fu poi edile nel 70 a.C. e pretore nel 68 a.C., assumendo poi la propretura della provincia d’Africa nel 67 a.C.; nel 66 a.C., tornato a Roma, sottopose la sua candidatura alla carica di console, venendo immediatamente fermato. Un processo per concussione e abuso di potere venne intentato contro di lui, e pur uscendone assolto, Catilina dovette subito affrontare un’altra accusa che lo vedeva cospiratore con tali Publio Autronio Peto e Publio Cornelio Silla. In questo delicato frangente poté comunque godere del sostegno dei senatori e della classe dirigente romana, compresi i consolari, con Lucio Manlio Torquato che si schierò dalla sua parte e Cicerone che ipotizzò addirittura di difenderlo personalmente in tribunale. Il processo, celebrato nel 65 a.C., si risolse ancora una volta in un’assoluzione, ma impedì a Catilina di concorrere per il consolato del 64 a.C., costringendolo a ripresentare il suo nome solo per l’anno successivo.

Nonostante gli inciampi giudiziari la popolarità di Catilina era in costante ascesa, ma non certo negli ambienti giusti per garantirsi una brillante carriera politica. Convinto com’era che l’ormai corrotta e collusa classe senatoria, tutta dedita a una egocentrica autoconservazione economico-patrimoniale, dovesse essere sostituita da una leadership forte, in grado di guidare i popoli che Roma aveva sottomesso e conquistato nel corso dei secoli, Catilina si inimicò alcuni dei più potenti uomini del suo tempo: le sue idee però godevano delle simpatie di quello stesso popolo che era chiamato a votare per il rinnovo del consolato e il rischio concreto di una vittoria di Catilina spinse quegli uomini ad agire. Gli optimates scelsero così come candidato l’uomo che più di tutti era in ascesa di popolarità nell’Urbe: Marco Tullio Cicerone. Fu chiaro fin dall’inizio che si era trattato di una mossa sostanzialmente in funzione anti-catilinaria: il discorso di candidatura di Cicerone, l’orazione In toga candida, era volto a riportare in luce gli scandali e i processi degli anni precedenti, attaccando Catilina anche sul piano personale, insinuandone l’incesto con la sorella, ricordandone i brutali assassinii, in un veemente attacco oratorio. I senatori mobilitarono tutte le loro immense clientele e trovarono un accordo con Gaio Antonio Ibrida, riuscendo infine nel loro intento: Cicerone vinse le elezioni insieme con Ibrida; Catilina venne sconfitto.

La I Catilinaria in edizione quattrocentesca
La I Catilinaria in edizione quattrocentesca

Caparbio e irriducibile, quest’ultimo ripresentò la sua candidatura per il consolato del 62 a.C., senza mutare il suo disegno politico: continuò a far leva sul popolo, tirandolo dalla sua parte con sapiente demagogia, accompagnandosi ad attori e gladiatori, promuovendo leggi di redistribuzione delle terre e di assegnazione di appezzamenti coltivabili ai veterani di guerra ed emanando addirittura un editto, le tabulae novae, sulla remissione dei debiti. In breve Catilina era tornato a essere un immenso pericolo per il Senato. Le elezioni si svolsero in un clima di tensione e gli optimates, fecero di nuovo ricorso a ogni mezzo, forse persino a brogli elettorali, per innalzare al consolato Lucio Licinio Murena. Il pericolo sembrava scampato, ma si trattava solo del primo passo verso il tracollo della situazione. Catilina infatti, vista fallire la sua ennesima candidatura decise di rompere gli indugi e di cominciare a tramare nell’ombra per prendere con la forza ciò che le vie legali continuavano a negargli, mentre un altro degli sconfitti, Servio Sulpicio Rufo, col sostegno di Catone l’Uticense, sollevava contro Murena l’accusa di brogli e corruzione. Cicerone, che assunse la difesa del neoeletto, trasformò il processo in un nuovo atto d’accusa contro Catilina, riuscendo infine a far assolvere Murena. Ma gli eventi si erano ormai messi in moto.

Nell’ottobre del 63 a.C. la moglie di Cicerone, Terenzia, ricevette la visita della sua amica Fulvia, amante di Quinto Curio Rufo, ex senatore espulso dall’ordine per mano dei censori a causa della sua condotta. Fulvia raccontò a Terenzia che Rufo si era vantato di far parte di una congiura e, non lesinando i particolari, venne subito condotta da Cicerone. Le parole della donna, da sole e senza prove, non sarebbero bastate per attaccare efficacemente Catilina ma, provvidenzialmente, l’oratore ricevette delle lettere anonime che lo informavano dell’esistenza di un piano dei congiurati per ucciderlo. Si ritiene che a redigerle fosse stato Marco Licinio Crasso, grazie a informazioni passategli forse da Gaio Giulio Cesare, vicino alla congiura prima di distaccarsene. Quale che fosse l’autore, Cicerone, utilizzò le lettere per ottenere il senatus consultum ultimum ed avere i pieni poteri, mentre Catilina venne messo agli arresti presso la casa del senatore Marco Metello. I congiurati scelsero così una mossa disperata: nella notte tra il 7 e l’8 novembre Vergunteio e Cornelio si recarono a casa di Cicerone per accoltellarlo, ma trovarono tutti gli ingressi sbarrati e il luogo presidiato e furono costretti a desistere e a fuggire. Al mattino il Senato venne convocato dal console in seduta straordinaria nel tempio di Giove Statore sul Campidoglio.

Marco Tullio Cicerone
Marco Tullio Cicerone

«Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?». Con queste parole Cicerone aprì la seduta del senato dell’8 novembre 63 a.C., una frase dura che segnava l’inizio di una delle invettive più virulente della storia dell’oratoria repubblicana, l’universalmente nota prima Catilinaria. Catilina era presente, ma non venne salutato, né avvicinato da nessun altro senatore, e si vide brutalmente apostrofato dal console che rivelava, passaggio dopo passaggio, tutti i piani che aveva macchinato in quei mesi: l’esistenza di una congiura per uccidere i personaggi più in vista dell’Urbe, appiccare incendi e causare il panico in città e il raduno di un esercito composto da veterani sillani nei pressi di Fiesole per muovere su Roma e conquistare così il potere. In poche, drammatiche ore, Catilina cambiò completamente i suoi piani e fuggì da Roma, dirigendosi verso l’Etruria. Intanto nell’Urbe Cicerone perseguì con sistematicità i catilinari, scovandoli uno ad uno e facendoli rinchiudere nel carcere Mamertino, condannandoli poi a morte.

Catilina
A. Segoni, Il ritrovamento del corpo di Catilina

Agli inizi di gennaio 62 a.C. Catilina venne raggiunto in Etruria da sei legioni inviate dal Senato: Quinto Cecilio Metello Celere gli tagliò la via dell’Appennino, mentre il console Gaio Antonio Ibrida (che lasciò il comando all’esperto Marco Petreio) lo affrontò direttamente nei pressi di Pistoia. La sproporzione numerica pendeva dalla parte di Petreio, ma i soldati di Catilina riuscirono a trasformare quella battaglia in un massacro, animati da un idealismo e una disperazione fuori dal comune. Vedendo la sua strategia iniziale fallire, Petreio decise di porre fine alla battaglia utilizzando per la prima volta nella storia di Roma una coorte di pretoriani che spezzò il fronte dei catilinari, decimandone i comandanti. Nell’atto decisivo Catilina non si tirò indietro e, balzato con un pugno di uomini nel centro della lotta, combatté valorosamente fino alla fine: secondo Sallustio, quando i furori della battaglia furono placati, Catilina venne trovato vicino a un cumulo di nemici uccisi, ferito a morte ma ancora vivo. Fissava i suoi nemici con sguardo invasato. Venne chiamato il console Ibrida che invece di far curare Catilina per tradurlo di fronte a un tribunale e farlo processare, preferì dare ordine che lo decapitassero sul posto. La testa venne raccolta e inviata a Roma, monito ultimo e raccapricciante della fine riservata ai nemici del Senato e dello Stato.

Catilina fu un pericoloso utopista, incapace di limitare la sua brama di rinnovamento. Un desiderio che si scontrò sullo scoglio inamovibile di un Senato troppo potente per essere piegato e che si risolse in una congiura fin troppo raffazzonata e composita per poter essere davvero un rischio per Roma. Del resto il progetto politico di Catilina sarebbe stato attuato, ma molto dopo, quando i tempi furono maturi per un passaggio di consegne del potere che si era fatto, da impensabile, necessario: era il programma dei populares, di Cesare e di Augusto. E alla luce della Storia la vanteria reiterata di Cicerone di aver salvato la patria dalla congiura assume solo l’aspetto paradossale della vittoria di Pirro di una classe dirigente in progressivo inaridimento. Catilina non fu un profeta dell’Impero, né un martire perseguitato dal Senato, ma un uomo dalle forti passioni e dalla scarsa pazienza, spinto alla rovina dalla sua stessa brama.

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Simone Simeoni

Nato a Rieti il 20 luglio del 1991, si laurea in Storia Romana presso l’Università Europea di Roma nel luglio 2013 e prosegue gli studi in Filologia, Letterature e Storia del Mondo Antico presso l’Università di Roma La Sapienza. Specializzato in storia antica, con specifica attenzione al mondo romano, si interessa di storia religiosa e di storia delle idee, analizzandole nel particolare panorama della Roma tardoantica.
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