Lucio Cornelio Silla, Roma in pugno

12/11/2016 di Simone Simeoni

Dalle misteriose origini, lungo tutta l’ascesa vertiginosa a capo del più grande impero di sempre, fino alla deposizione della dittatura: tutte le gesta e le contraddizioni di Lucio Cornelio Silla "Felix".

L.C.S.

Tutti abbiamo familiarità con la tradizionale tripartizione dell’epoca romana: l’età monarchica, quella mitica di Romolo, del ratto delle Sabine e dei sette re; l’età repubblicana delle guerre puniche e della grande espansione nel Mediterraneo; l’età imperiale, il periodo di massimo splendore e potenza. Ci sono però meno familiari quei periodi di cambiamento torbidi e convulsi che segnano i momenti di passaggio tra queste fasi, poiché transizioni tanto epocali non possono essere state immediate, o frutto di un singolo evento. Periodi da esplorare quindi, vere e proprie miniere di figure storiche straordinarie e forse troppo poco approfondite. Un perfetto esempio di queste figure è Lucio Cornelio Silla, uomo che seppe aprire le prime profonde crepe in uno stato romano che si voleva perfetto e imperturbabile e dette così vita alle guerre civili e, in definitiva, a quel cambiamento che avrebbe trascinato la Repubblica verso il Principato. E solo una persona straordinaria quale Silla fu poteva influire in modo tanto profondo sul mondo romano.

Lucio Cornelio Silla
Lucio Cornelio Silla

Le origini di Lucio Cornelio Silla sono perse in una foschia di incertezza che non ci permette di sapere cosa sia vero e cosa no delle storie che si raccontavano sulla sua giovinezza. Nato nel 138 a.C. a Roma da un ramo decaduto dell’antica famiglia patrizia dei Cornelii, Silla ricevette probabilmente l’educazione tradizionale riservata ai giovani del suo rango, ma rimase sempre ai margini dei circoli politici influenti della città, sempre privo dei beni necessari per entrare a far parte di quel novero ristretto che era il Senato. Nonostante ciò riuscì a combinare per se stesso un matrimonio vantaggioso con una donna particolarmente in vista, Giulia, cognata di Gaio Mario, l’homo novus che stava cominciando a cambiare i destini di Roma. Non fu però grazie a questo legame coniugale che Silla iniziò la sua ascesa: superati i trent’anni riuscì misteriosamente a raggiungere il reddito senatorio, forse sfruttando l’eredità di una prostituta d’alto bordo che si era invaghita di lui. La sua carriera pubblica cominciò ufficialmente nel 107 a.C., quando Mario lo nominò questore per poi portarlo con sé in Numidia, nella guerra contro Giugurta. Un conflitto a tratti drammatico a tratti buffonesco che si protraeva dal 112 a.C., tra la corruzione dei capi militari romani e rare azioni belliche. Silla impresse una decisa svolta agli eventi nel 106 a.C., riuscendo a convincere Bocco, suocero di Giugurta, e altri suoi familiari, a consegnargli il riottoso re numida. La guerra era vinta, e l’innegabile successo di Silla fece da trampolino di lancio per una carriera politica di sicuro avvenire. Fu con Mario fino al 104 a.C. quando si unì allo stato maggiore di Quinto Lutazio Catulo in una campagna contro i Cimbri e i Teutoni che si sarebbe conclusa solo nel 101 a.C., quando i due consoli, congiuntamente, inflissero alle tribù barbariche una grave sconfitta nella battaglia dei Campi Raudii.

Gaio Mario
Gaio Mario

Tornato a Roma divenne pretore urbano (anche se fu accusato di corruzione) e ottenne poi il governo della Cilicia, nel cuore dell’Anatolia. Una provincia di nuova formazione con uno scomodo vicino: l’impero partico. Fu Silla il primo romano ad entrare in contatto con una delegazione di Parti, inviata da Mitridate II nel 92 a.C. con l’intento di delineare un confine tra quelle che sarebbero divenute le due potenze maggiori del mondo antico. Al termine dell’anno Silla fece ritorno a Roma, dove l’ordine senatorio stava cercando di mettere un freno all’ascesa senza limiti di Mario, che aveva ottenuto cinque consolati consecutivi e si era fatto portavoce delle richieste popolari, come di quelle dei socii italici. Erano anni difficili, nei quali la tensione non poté che esplodere in un aperto conflitto: la guerra sociale. Silla fu impegnato sul campo, come Mario e il suo collega nel consolato Gneo Pompeo Strabone, eclissando però le imprese di entrambi, e distinguendosi come stratega di un’abilità superiore. Famosa rimase la conquista della roccaforte di Aeclanum, capitale degli Irpini, il genere di successo militare che gli schiuse, nell’88 a.C., le porte del consolato. Alla fine dell’anno di carica ricevette il proconsolato in Asia, congiuntamente al comando militare della prima guerra contro Mitridate del Ponto. Mario, però, anziano ma ancora energico, cercò di sottrargli quella campagna utilizzando una legge ad hoc per assumere il comando, fatta approvare dal tribuno della plebe Lucio Sulpicio Rufo. Silla lo venne a sapere mentre era in procinto di imbarcarsi per la Grecia e scelse di compiere una mossa ardita e inaudita: prese con sé sei legioni e marciò in armi su Roma. Mai una legione armata aveva superato il confine sacro della città, il pomerium, e Silla sapeva che si trattava di una mossa disperata, ma ebbe successo. Mario e i suoi sostenitori fuggirono e Silla poté riprendere la sua strada verso l’Asia.

L'aureo di Silla dell'82 a.C.
L’aureo di Silla dell’82 a.C.

Nella guerra mitridatica Silla si distinse per una spietata efficienza: nell’86 a.C. prese e saccheggiò Atene, vendendone anche la popolazione come schiava. Nell’Urbe intanto la situazione politica era di nuovo cambiata: Mario era tornato e, con il console Lucio Cornelio Cinna, aveva ottenuto la mancata ratifica delle riforme di Silla. Un gran numero di sillani erano stati massacrati prima che Mario, poco dopo la sua nomina a console, morisse di vecchiaia (raro privilegio in quei tempi turbolenti). Al suo posto Lucio Valerio Flacco venne creato console suffectus. Intanto Silla continuava la sua avanzata in Oriente, battendo le armate di Mitridate prima a Cheronea e poi ad Orcomeno, ma sempre con un occhio rivolto a Roma. Nell’85 a.C. Flacco, venne ucciso dal suo praefectus equitum Flavio Fimbria a Nicomedia. Questi marciò su Pergamo, la capitale di Mitridate. Il re orientale, vistosi perduto, chiese infine la pace a Silla e con lui siglò un trattato a Dardano che lo mantenne nella sua posizione di re cliente. Silla poté così tornare velocemente a Roma, per risolvere i problemi sul fronte interno. Nell’83 a.C. sbarcò a Brindisi con un esercito di 30.000 uomini. Con l’appoggio di personaggi come Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso, Silla massacrò le legioni dei mariani nella grande battaglia di Porta Collina, dove morirono anche entrambi i consoli. Per questo motivo fu Silla stesso a ottenere la nomina a dictator senza limiti di tempo, con poteri praticamente illimitati sulla città e le sue province. Grazie a questi poteri poté realizzare una serie di riforme che avrebbero dovuto risolvere la crisi dello Stato, ma erano in realtà mirate a restituire una preminenza politica esasperata al Senato e all’aristocrazia: il numero di senatori fu raddoppiato (da 300 a 600), i poteri dei tribuni della plebe ridimensionato, il cursus honorum rigidamente organizzato. Venne depotenziato anche il ceto equestre.

Roma era ormai stretta nel saldo pugno di Silla: gli oppositori politici vennero eliminati, inseriti nelle tristemente famose liste di proscrizione e barbaramente uccisi. Persino Gaio Giulio Cesare rischiò di essere assassinato e dovette fuggire. Fu un periodo torbido di massacri legalizzati, simboleggiato in modo fin troppo vivido dall’omicidio e lo smembramento di Marco Mario Gratidiano per mano di Catilina. Nell’81 a.C. Silla depose però la dittatura (chiudendo anche le liste di proscrizione) e venne nominato console per l’80 a.C., ma i suoi uomini di fiducia si erano abbandonati a eccessi che nemmeno il potere del loro patrono aveva potuto coprire. Il liberto Lucio Cornelio Crisogono tentò infatti di coprire gli assassini dell’eminente Sesto Roscio facendo accusare di parricidio il figlio di questi, Sesto Roscio Amerino, difeso però da un brillante quanto giovane avvocato arpinate che rispondeva al nome di Marco Tullio Cicerone. La vittoria di Cicerone scalfì la corazza di invulnerabilità che circondava i sillani. Una corazza che stava per frantumarsi fragorosamente perché nel 79 a.C. Silla decise, sorprendentemente, di ritirarsi dalla vita politica per andarsi a stabilire nella sua villa di Cuma. Una scelta sconcertante e disorientante, alla quale gli storici non hanno ancora saputo dare un senso. Nel suo ritiro dorato, Silla visse gli ultimi, pochissimi, anni della sua vita, spegnendosi infine nel 78 a.C. Fu egli stesso a comporre il suo significativo epitaffio: «Nessun amico mi ha reso servigio, nessun nemico mi ha recato offesa che non abbia ripagati appieno».

L’esperienza politica di Silla sarebbe stata ben presto cancellata, e il Senato che egli aveva avuto così rafforzato sarebbe stato inaridito e spogliato di potere reale poco dopo la sua uscita di scena, ma è indubbio che abbia costituito un esempio. Un esempio di potere personale sconfinato, un esempio di come Roma potesse risiedere nelle mani di un solo uomo. Se qualcosa rimase di Silla nella storia di Roma fu proprio questo modello di potere, all’origine di Cesare e di Augusto, gli uomini che avrebbero avuto Roma in pugno pochi decenni dopo.

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Simone Simeoni

Nato a Rieti il 20 luglio del 1991, si laurea in Storia Romana presso l’Università Europea di Roma nel luglio 2013 e prosegue gli studi in Filologia, Letterature e Storia del Mondo Antico presso l’Università di Roma La Sapienza. Specializzato in storia antica, con specifica attenzione al mondo romano, si interessa di storia religiosa e di storia delle idee, analizzandole nel particolare panorama della Roma tardoantica.
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