La fallimentare guerra all’evasione fiscale. Una via alternativa?

06/01/2013 di Alberto Monteverdi

Nella Francia del Settecento incaricato a riscuotere le tasse era il “fermier”, l’appaltatore fiscale, l’equivalente delle nostre odierne Agenzia delle Entrate ed Equitalia. I contribuenti francesi (nobili, borghesi e commercianti) avevano il diritto a chiamare in giudizio il fermier, nel caso ritenessero che la richiesta fiscale fosse errata o eccessiva. A decidere sulla questione era un giudice terzo, indipendente dall’esattore. Nel caso il giudice constatasse l’irregolarità, questi poteva condannare l’appaltatore ad una multa pari ad un terzo dell’eccesso d’imposta richiesta. Nell’Italia di oggi, in un caso simile, tocca al contribuente che voglia chiamare a giudizio l’esattore, versare un anticipo pari ad un terzo della sanzione contestata dall’Agenzia. Inoltre, a decidere della questione è un giudice tributario che appartiene alla stessa amministrazione fiscale, e nel caso si provi l’errore, l’Agenzia delle entrate non viene in alcun modo sanzionata. I contribuenti italiani oggi hanno meno diritti di quelli francesi al tempo del Re Sole!

Perché si è arrivati fino a questo? Perché come afferma Monti “siamo in guerra”. Guerra all’evasione. Così è necessario mettere a disposizione dell’esercito, l’Agenzia delle Entrate, armi adeguate. Redditometro, Spesometro, Redditest, limiti all’utilizzo del contante, blitz a sorprese nelle località turistiche. Ma soprattutto Serpico. Serpico (acronimo di Servizi per il contribuente) è un supercervellone costruito sotto l’Eur, a Roma, 5 anni fa. Duemila server che registrano e incrociano migliaia di informazioni al secondo relative a ciascun contribuente: reddito, motorizzazione, demanio, catasto… Ma soprattutto da quest’anno è autorizzato ad avere accesso ai movimenti sui conti correnti bancari degli italiani. Controllerà ogni singolo movimento e lo incrocerà con gli altri dati, per capire “chi fa il furbo”. Nessuna agenzia delle entrate in Europa ha i poteri di quella italiana. E Befera, a capo dell’ Agenzia, naturalmente ringrazia il governo (questo e precedenti) per “gli strumenti messi a disposizione”. Funzionerà? Ne dubito. Dubito che l’Agenzia delle entrate possa controllare tutte le informazioni che gli giungeranno in tempo reale da Serpico, e se anche ne fosse in grado si renderebbe conto che gran parte dell’evasione, è micro-evasione. Importi così piccoli che non varrebbe la pena di inviare gli ispettori ad indagare.

Nonostante gli strumenti a disposizione, il Governo italiano, sta perdendo la “guerra” , la sta perdendo nei numeri e nel consenso. Nei numeri. In Italia si recuperano dalla lotta all’evasione circa 13 miliardi di euro l’anno, la stessa cifra recuperata in Francia, dove, tuttavia, l’evasione fiscale è un quarto di quella italiana, e dove l’Agenzia delle entrate non dispone di strumenti paragonabili a quelli in possesso dalla nostra. A parità di efficienza dovremmo recuperarne molti di più. Nel consenso. A inizio 2012 sull’onda dell’entusiasmo per i blitz di Cortina, i siti web specializzati nello “scovare” gli evasori ricevevano migliaia di segnalazioni al mese, oggi soltanto poche decine. E’ un segnale pericoloso. Significa che la gente comincia a tollerare l’evasione; considerata la pressione fiscale sempre maggiore, non si ritiene che evadere sia poi così “immorale”.

Perché lo Stato italiano non riesce a vincere l’evasione? Perché la lotta all’evasione non la si fa con la guerra. Strumenti come quelli introdotti negli anni scorsi sono utili a sanzionare gli inadempienti, ma servono a poco per convincere i contribuenti a “pagare tutto”. Il Fisco è un rapporto a due: lo Stato e il contribuente. Lo Stato deve meritarsi la fedeltà fiscale del contribuente. Prima di cercare di capire quale Fisco permetterebbe di “conquistare” gli italiani, è necessario sfatare il pregiudizio che “le tasse alte sono colpa degli evasori”, e da li il motto “pagare tutti, per pagare meno”. L’elevata tassazione è responsabilità dello Stato (inteso come classe dirigente), molto più che degli evasori. Nel 1990 la pressione fiscale era pari al 38% del Pil, e il debito pubblico sotto al 100%. Oggi il fisco pesa per il 45% del Pil e il debito è sopra il 120%. Dunque all’aumento del prelievo fiscale di 7 punti non è seguita una riduzione del debito, come sarebbe naturale attendersi, ma anzi un suo aumento. E questo nonostante dal 1999, con l’ingresso nell’eurozona, l’Italia abbia risparmiato centinaia di miliardi di euro di interessi sul debito. All’aumento delle entrate, è corrisposto un aumento ancora maggiore della spesa pubblica. Insomma più la torta è grande, più la politica mangia. Se è vero che gli italiani sono fiscalmente poco fedeli, di certo lo Stato è poco disciplinato. Se questi sono i fatti, nulla mi fa credere che potendo disporre dei 120 miliardi di euro oggi evasi, il debito pubblico si ridurrebbe, il Sovrano e la sua Corte troverebbero di certo il modo di sperperarli (con il denaro pubblico è più facile guadagnare consensi). Il motto “pagare tutti per pagare meno” è purtroppo un’illusione.

Per guadagnare la fedeltà fiscale degli italiani, i “muscoli” della Agenzia delle Entrate servono a poco, serve molto di più la testa. Un fisco “intelligente”  è l’unica via per ridurre l’evasione fiscale. Un fisco al servizio, e non contro, il contribuente. Una politica fiscale fondata su tre pilastri: trasparenza, certezza, convenienza.

Trasparenza. Qui rientra il tema del federalismo fiscale. Per molti esso significa semplicemente “le tasse restano sul territorio”, in realtà è molto di più. Federalismo fiscale significa che l’ente che preleva le risorse dalle tasche dei contribuenti è lo stesso ente che si prende la responsabilità di utilizzarle. Oggi, lo Stato centrale preleva i tributi e poi, secondo accordi prodotti di volta in volta, ne destina le risorse agli enti locali. Con la riforma costituzionale del 2001 sono state ampliate le competenze e i poteri delle regioni, ma queste hanno continuato a dipendere finanziariamente da Roma.  Dunque, se la Regione X non offre adeguati servizi sanitari, io cittadino di quella Regione non so con chi prendermela. La Regione sosterrà che è colpa del Centro, che non le ha destinato sufficienti risorse, lo Stato centrale risponderà che è colpa dell’amministrazione regionale che ha utilizzato male i fondi messi a disposizione. In questo schema non c’è responsabilità, e gli scandali nelle Regioni ne sono la conseguenza. Trasparenza significa anche che i cittadini devono conoscere la destinazione di ogni euro da loro versato. Pago X per il servizio X, pago Y per il servizio Y. Oggi invece abbiamo un’imposta, l’IMU, acronimo di “imposta municipale unica”, il cui gettito non è destinato ai municipi comunali, ma allo Stato centrale. Non solo non è “municipale”, ma non è nemmeno “unica”, considerato che quest’anno sarà accompagnata da una nuova imposta comunale, la “Tares”, che finanzierà la raccolta rifiuti. Senza trasparenza difficile guadagnarsi la fiducia degli italiani.

Certezza. Certezza significa che in anticipo gli operatori economici devono conoscere quale sarà il prelievo fiscale loro imposto l’anno successivo. Le imprese prendono le proprie decisioni di investimento anche sulla base della tassazione prevista, e lo stesso vale per le famiglie nelle loro decisioni di consumo. In Italia, invece, lo Stato si permette di introdurre norme retroattive valide per l’anno fiscale in corso, sottraendo quello che gli operatori credevano di avere già in tasca. Lo Stato è solito cambiare le regole durante la partita (naturalmente a suo favore).

 Il Fisco da noi è talmente complesso, che una persona comune non è in grado di compilare la propria dichiarazione dei redditi, deve affidarsi al CAF (cui lo Stato versa 14 euro per ogni modulo compilato) o ad un commercialista. Cioè in Italia, il contribuente deve pagare qualcuno che gli spieghi come pagare le tasse!

Per soddisfare questi primi due punti basterebbe che il Sovrano rispettasse le proprie leggi. Il federalismo è già in Costituzione, e gran parte di quello che permetterebbe trasparenza e certezza fiscale è contenuto nello Statuto del Contribuente, legge approvata più di 10 anni fa.

Convenienza.  Quando a Befera chiesero cosa pensasse della possibilità di concedere ai cittadini di detrarre gli scontrini dalla denuncia dei redditi, in modo da incentivarli a pretenderne l’erogazione, spiegò che pagare le tasse non deve essere una questione di convenienza, ma di moralità. Avrà sicuramente ragione, ma finché non ci sarà convenienza a pagare avremo sempre evasione elevata. Insomma, le tasse sono bellissime, ma fino ad certo punto. La “moralità” in tema di Fisco è concetto che deve essere anche quantificato e capovolto. E’ morale che lo Stato ci chieda qualsiasi cifra? Se la pressione fiscale fosse, per assurdo, al 100% del reddito, dubito che ci sarebbe ancora qualcuno che riterrebbe immorale evaderne una parte. La moralità è soggetta anch’essa a soglie numeriche. Ciò che lo Stato italiano oggi chiede ai propri cittadini supera quelle soglie. La pressione fiscale generale è oltre il 45%, di 5 punti sopra la media europea (negli Stati Uniti, paese con ridotta evasione fiscale, è al 25%). Il cuneo fiscale (cioè imposte e contributi sul reddito dei lavoratori) è al 48% (negli Usa è al 29,5%). Il carico fiscale complessivo sulle imprese è al 68%, ciò rende le nostre aziende le più (tar)tassate del mondo occidentale (una ventina di punti oltre la media Ue e gli USA). Dal 2006 ad oggi gli italiani hanno faticato a produrre 121 miliardi di Pil nominale aggiuntivo e lo Stato ha chiesto loro 141 miliardi di tributi in più!  Si potrebbe continuare ancora con numeri che mostrano l’eccessiva “fame” dello Stato. Finché la pressione sarà di questa portata, chi ne avrà la possibilità continuerà ad evadere. Semplicemente perché spesso si ha molto più da perdere pagando tutti i tributi, che non ad evadere e rischiare un successivo controllo dell’Agenzia. Questione di convenienza.

Il motto “pagare tutti, per pagare meno”, andrebbe capovolto in “pagare meno, per pagare tutti”. Ridurre le tasse è il più grande incentivo per convincere gli italiani a pagarle. Come ridurle? La risposta della politica fino ad oggi è sempre stata: lotta all’evasione. Abbiamo visto con quali risultati. In realtà l’unica via per abbattere le tasse è ridurre la Spesa pubblica. Abbattere la Spesa non significa necessariamente ridurre i servizi essenziali. Soltanto il 25% della Spesa pubblica è Welfare (sanità, istruzione,..); la gran parte si compone di pensioni,  costo di funzionamento dello Stato (stipendi pubblici e costi della politica), interessi sul debito. Si dovrebbe agire con decisione su queste tre voci, ma naturalmente si preferisce mantenere i lussi di Corte e proseguire con tagli a sanità e a istruzione, più facili da realizzare. Ridurre la spesa pubblica, per poi ridurre la pressione fiscale, è possibile, ed è una questione di rispetto verso i cittadini, ma per farlo è necessaria una forte volontà politica. Appare evidente che quest’ultima manchi ancora.

Finché non avremo un Fisco “intelligente”, cioè trasparente, certo, e conveniente, la risposta dei contribuenti italiani sarà l’evasione. Con o senza la Super Agenzia delle Entrate. La classe dirigente dovrebbe capire che le risorse pubbliche se le deve meritare, non basta imporle con la forza. Soltanto  all’esempio di disciplina fiscale da parte del Sovrano, seguirà la fedeltà fiscale dei contribuenti.

Ps. Oggi diverse forze politiche concordano sull’introduzione di una patrimoniale. La soluzione alla crisi per molti resta la stessa: nuove tasse. In realtà, la patrimoniale già esiste, anzi ne esistono più di una. L’IMU sugli immobili, il bollo sui conti correnti, il superbollo sulle supercar. La casa, i risparmi, l’automobile: questo è il patrimonio degli italiani, non capisco cosa altro si possa tassare. Alcuni pensano ai beni di lusso. Per esempio, gli Yatch dei “grandi evasori”. In realtà c’è già anche questo. La supertassa sulle imbarcazioni l’ha introdotta il governo Monti con il “salva Italia”. Diverse migliaia di euro per ogni imbarcazione che attracchi sulle coste italiane. Il Governo dei Tecnici credeva così di incassare 150 milioni euro, invece i milionari se ne sono andati con le loro imbarcazioni in Croazia e Francia. Risultato: sono entrati nelle casse statali solo qualche decina di milioni, ma in compenso si è distrutto il settore della nautica, facendo perdere 20 mila posti di lavoro. Ogni imbarcazione produce 4 posti di lavoro a terra di indotto (pulizie, manutenzione, rifornimento, ristorazione…), lavoro che è evaporato. Con l’intento di far pagare i ricchi si è fatto male ai poveri. E’ l’esempio che le tasse sono questione di convenienza e che il fisco deve essere intelligente. Nemmeno ai ricchi piace pagare troppo.

Se arrivati a questo punto non vi siete ancora convinti del fatto che sia l’eccessiva pretesa fiscale, la causa principale dell’elevata evasione italiana, allora lasciatemi concludere con un ultimo esempio. Nel 2012 il Governo ha aumentato l’aliquota Iva di un punto percentuale, dal 20 al 21% (altro punto sarà aggiunto a luglio di quest’anno). Risultato: sono diminuiti i consumi, è aumentata l’evasione fiscale, e così invece di aumentare, le entrate da Iva sono diminuite del due percento. Come amava ripetere negli anni ’80 l’economista americano Arthur Laffer, superata una certa soglia… “più tassi, meno incassi”.

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Alberto Monteverdi

Nasce nel bresciano a fine anni ’80, fin da giovane sviluppa una passione per le tematiche politico-economiche. A 18 anni è finalista al “Management Game” di Confindustria Lombardia. Dopo il diploma in Ragioneria si laurea con Lode in “Aziende, Mercati e Istituzioni” presso l’Università degli Studi di Parma. Quindi la Laurea Magistrale con Lode e Speciale Menzione presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università LUISS Guido Carli di Roma con una Tesi relativa alla crisi europea dei debiti sovrani e all’assetto di governance economica dell’Eurozona, poi pubblicata. Nominato Cultore della Materia presso la medesima Università, oggi frequenta corsi Post Laurea nel campo del diritto e dell’economia europea.
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