Lotta al doping: così non va

01/02/2015 di Pasquale Cacciatore

Aprire gli occhi, in modo efficace, sulle attuali politiche di lotta al doping per studiare scientificamente una strategia comune ed efficace è imperativo. Invece, ad oggi, gli organismi di controllo hanno rifiutato di condurre un’analisi scientifica che attesti quanto il fenomeno sia effettivamente diffuso o, in caso contrario, hanno preferito non renderla pubblica

Doping

Il doping, si sa, ha radici storiche millenarie. Già nella Grecia delle prime olimpiadi agli atleti erano somministrati ingredienti naturali per aumentarne le performance fisiche; il grande progresso tecnologico e scientifico del XX e XXI secolo ha ovviamente determinato poi il boom del fenomeno, con un allarme mondiale scoppiato a metà degli anni ’50 e mai ridimensionato a tal punto da poter tranquillizzare gli enti di tutela e sorveglianza sportiva. Quantificare il fenomeno doping, però, è cosa difficile. Da un lato molte organizzazioni nazionali sostengono che il tutto è limitato a un basso numero di atleti, dall’altro non è raro che importanti denunce giungano agli onori della cronaca sportiva (non ultima quella di alcuni atleti russi che hanno sostenuto che metà dei loro colleghi son dopati, scatenando un’indagine della Agenzia Mondiale Anti-Doping che terminerà quest anno).

La scienza ha un ruolo di prim’ordine nella lotta al doping; organismi come la già citata Agenzia (in inglese, la WADA, World Anti-Doping Agency) o l’ente americano Anti-Doping (USADA) sostengono che al momento lo sforzo per combattere il fenomeno è massimo. Eppure, fino ad oggi, gli stessi organismi hanno rifiutato di condurre un’analisi scientifica che attesti quanto il fenomeno sia effettivamente diffuso o, quantomeno non hanno mai reso pubblico il risultato di una tale ricerca. Il che rende difficile, per gli scienziati e non, capire se le politiche anti-doping abbiano o meno effetto.

Il test singolo nello sport, come avviene oggi, può permettere di catturare l’occasionale “truffatore” e fungere da deterrente, ma in una strategia globale questo meccanismo ha poco successo – oltre al fatto che non se ne conosce l’effettiva efficacia. Il numero dei dopati negli anni cresce e diminuisce, a fasi alterne, ma questo è l’unica cosa che si sa. In termini di proporzioni, di dati scientifici, tutto latita. Se si considera che ogni anno nel mondo più di 300 milioni di euro vengono spesi nella lotta al doping, si capisce quanto quest’assenza di informazioni sia assurda.

Eppure stimare il numero di atleti dopati è un processo abbastanza semplice, e perfettamente raggiungibile dagli attuali strumenti scientifici. Facendo un paragone, è un problema di pallottoliere: come si fa a sapere quante palline nere ci sono in una scatola contenente mille palline, se al momento tutti i tentativi si focalizzano su un numero insufficiente di dati? Per stabilire la prevalenza del doping nel mondo dello sport, un’analisi del genere ha bisogno di due cose: una stima fedele della popolazione totale di atleti di prima fascia e un protocollo di testing randomizzato. Il primo elemento è facilmente accessibile: basta consultare i dati dei comitati olimpici nazionali relativi alle candidature per i giochi olimpici. Per quanto riguarda il secondo elemento, poiché scremare ogni atleta durante gli anni è poco pratico, le agenzie anti-doping dovrebbero condurre test randomizzati per stimare la prevalenza del fenomeno doping affiancandoli alle attuali politiche di lotta al fenomeno. I test attuali, infatti, sono tutto fuorché randomici. Alcuni atleti vengono testati più volte, altri mai. Molte agenzie preferiscono seguire un’ipotesi “strategica” piuttosto che randomizzata. Così i campioni diventano spesso numerosissimi, senza rispecchiare gli effettivi dati relativi ai singoli atleti. In più, se si considerano le varie esenzioni farmacologiche che alcuni atleti hanno, si capisce perché un dato del genere manca di bontà scientifica.

I motivi di questa mancanza di sforzo nella lotta efficace ed effettiva al doping fanno pensare che gli organismi incaricati abbiano interesse che tali dati non vengano diffusi, o quantomeno che non vengano diffuse negative valutazioni sull’efficacia delle strategie fino ad ora attuate. Eppure la WADA, l’ente internazionale che riunisce sotto di se altri organismi minori transnazionali e nazionali – e che rimanda direttamente alle Nazioni Unite -, non può permettere una tale assenza di trasparenza, una sorta di “legittimazione dell’ignoranza” del dato scientifico, tanto più per l’arduo e delicato compito che ogni giorno è chiamata a svolgere. Il fenomeno del doping, soprattutto negli ultimi anni, si è caratterizzato per una trasversalità preoccupante, coinvolgendo non solo il podio sportivo, ma anche la realtà quotidiana (e magari quella vissuta da giovani atleti, i più suscettibili al fenomeno).

Aprire gli occhi, in modo efficace, sulle attuali politiche di lotta al doping per studiare scientificamente una strategia comune ed efficace è oggi imperativo. Speriamo che i governi se ne accorgano il prima possibile.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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