L’ortodossia grillina commissaria la Raggi

06/07/2016 di Edoardo O. Canavese

Dopo i trionfi romani, il caos sulla giunta; le nomine proposte dalla Raggi vengono cassate dal Direttorio, che teme l’autonomia del nuovo sindaco. Perché l’Appendino a Torino ha potuto agire liberamente circa nomine e deleghe, mentre la Raggi è stata – di fatto – commissariata dal movimento?

Virginia Raggi e Chiara Appendino incarnano profili politici simili tra loro; giovani brillanti donne del M5S che hanno fatto della glaciale aurea di professionalità il mezzo di conquista di Roma e Torino. Nonostante ciò oggi vivono vicende politiche e personali diametralmente opposte: se l’Appendino ha già inaugurato la squadra di governo cittadino, la Raggi quindici giorni dopo ancora non ha una giunta. O meglio, ce l’avrebbe forse avuta, se ogni sua nomina non fosse stata cassata dal M5S. I fatti di Roma ci raccontano di una lotta intestina al movimento grillino, dalla sua nascita combattuto tra il dirigismo politico di pochi e la rivendicata autonomia di molti. La paura di nuove leadership concorrenti e il pericolo che l’amministrazione della capitale sfugga al controllo del Direttorio ha spinto Grillo e Di Maio a porre veti sulle scelte della Raggi.

Partiamo dal nodo che tiene banco a Roma in questi giorni: perché Virginia Raggi non ha ancora presentato il team di assessori? L’irrituale ritardo è riconducibile ad un mero gioco delle poltrone. Basti il seguente esempio. La posizione più vicina al sindaco è quella di capo di gabinetto, e la Raggi si è premunita scegliendo in autonomia Daniele Frongia, indipendente e suo fedelissimo. Troppo dell’uno e dell’altro per il M5S. Frongia è stato rapidamente silurato, e da quel momento i grillini si sono invischiati in una battaglia molto democristiana volta a commissariare il neosindaco. Madrina dell’operazione è stata la rediviva deputata Roberta Lombardi; esecutrice del Direttorio nazionale a Roma, ha saputo infilare alle spalle dei presidenti di commissione – indicati dalla Raggi – seguaci della “linea Di Maio”. Nelle ultime ore le voci su quale sarà l’esecutivo ufficiale stanno rimbalzando un po’ ovunque: pare che Frongia andrà alle società partecipate, con delega come vicesindaco politico. Una nomina che pare considerata dai grillini, migliore per tenere “sotto controllo” il fedelissimo della neo-sindaca. Sembra invece saltata del tutto la nomina di Raffaele Marra, nome lanciato dalla Raggi ma inviso al resto del Movimento per la sua attività durante le amminstrazioni Alemanno e Marino.

Chiara Appendino è stata la vera sorpresa del turno amministrativo. Arrivata seconda al primo turno, ha saputo ribaltare il risultato contro il favorito Fassino conquistando Torino. La ventata di novità non si è fermata al dato elettorale. Per la giunta ha scelto tecnici, arrivando a pescare a destra e sinistra qualche collaboratore. Ha tenuto per sé le deleghe più importanti come quella delle Attività Culturali, in una città che fa della cultura il suo carburante, e della Sicurezza. Si è ripromessa di incontrare Renzi per dialogare sulle grandi opere ereditate da Piero Fassino, e già ha incontrato Andrea Agnelli. L’Appendino è abbastanza autonoma da bilanciare la provenienza alto-borghese con un solidarismo di sinistra che non ha riscontri nel M5S romano; il risultato è una giunta sperimentale retta da un “supersindaco” con ampi margini di manovra. Perché a Virginia Raggi non è stata garantita la stessa libertà?

Ce la si potrebbe cavare sostenendo che l’Appendino ha costruito la sua autonomia intorno ad una rimonta storica: in una città storicamente di sinistra, è riuscita a fare del M5S il primo partito cittadino e al ballottaggio ha surclassato un avversario forte che lasciava una città in salute. Pure la vittoria della Raggi è stata roboante, e forgiata, come quella della collega piemontese, sulla propria verginale estraneità al sistema. Tuttavia Roma non è Torino. Roma è una capitale al collasso, economico e morale, che richiederebbe competenze straordinarie e abilità politica. Se si fosse fatto come a Torino, affidando gli assessorati a tecnici, si sarebbe rischiato di esporre non tanto la Raggi ma l’intero M5S ad un’amministrazione impopolare, come quella di cui abbisogna una città malata. Avendo vinto, il M5S è costretto a fare della capitale la propria vetrina, nazionale ed internazionale. Incoerenza, disarmonia interna, scivoloni comunicativi di quelli visti a Parma o Livorno non possono essere ammessi.

La vittoria capitolina ha svelato i limiti e l’impreparazione del M5S davanti ad un appuntamento al quale era atteso da mesi.  Peggio, ha riportato a galla le tracce del viscerale conflitto tra leader riconosciuti e aspiranti tali. Quando Federica Salsi apparve a Ballarò contro il diktat di Grillo fu prontamente silurata; Federico Pizzarotti è stato emarginato dal M5S all’ennesima prova di autonomia politica; lo stesso Di Maio è stato più volte ridimensionato nel suo ruolo di premier in pectore, nonché smentito sulle nomine della Raggi. Se Di Maio e i membri del Direttorio sono i leader, è Grillo il proprietario del M5S, e Davide Casaleggio il depositario della ideologia grillina. Già, perché un senso ideologico, in un movimento che ha sempre rigettato questo termine, c’è: l’ansia oscurantista contro ogni tentativo di affrancamento tradisce una concezione “clericale” del Movimento, che al suo interno non transige eresie né cardinali ambiziosi. Negli uffici della Casaleggio Associati sanno che Roma rischia di rappresentare l’apice dell’avventura politica del M5S, ma il commissariamento della Raggi rischia fin da subito di trasformarsi in un pasticcio partitocratico tale da delegittimare il Direttorio grillino.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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