L’onda lepenista sommerge la Francia nell’instabilità

07/12/2015 di Edoardo O. Canavese

Marine Le Pen è la grande vincitrice del primo turno delle elezioni regionali. Soffrono repubblicani e socialisti, che tracollano in Normandia e Provenza, terre di confine, e assistono impotenti all’avanzata, interna ed europea, dell’ultradestra islamofoba ed anticomunitaria.

Per una Repubblica, come la Quinta di Francia, abituata ad un sistema bipolare più o meno stabile, le elezioni regionali tenutesi ieri non possono che essere considerate uno shock, parola che peraltro campeggia negli editoriali dei principali quotidiani d’Oltralpe. Tanto più se il terzo incomodo balza al primo posto alle elezioni. Il Front National conquista il primo turno delle regionali sfiorando il 30% del gradimento nazionale. I due storici contendenti del campo politico, repubblicani e socialisti, devono accontentarsi dei deprimenti 26,9% e 23%. Se dopo i fatti di Charlie Hebdo la Nazione si era stretta attorno al presidente Hollande, facendo impennare l’indice di sostegno, e aveva premiato alle amministrative di marzo l’Ump di Sarkozy, tornato sopra il 29%, gli attentati del 13 novembre hanno gettato l’elettorato in uno stato di paura e di sfiducia nei confronti di una classe politica, presente e passata, incapace di preservare l’integrità nazionale.

Le Pen vince nel centro-est e a sud, ma stravince in Provenza e Piccardia, dove supera il 40%. Vittorie non casuali, perché si tratta di terre di transito, e spesso di mal sopportato stanziamento, per i migranti provenienti dall’Italia e diretti in Inghilterra. Qui l’esasperazione dei cittadini contro il fenomeno migratorio ha superato la soglia d’attenzione. Ma non basta la vivida xenofobia di parte della società francese, incattivita dall’ostilità per la numerosa comunità musulmana (6 milioni di persone) per spiegare il successo di Front National, da tempo in continua ascesa. Non si tratta solo di un partito di estrema destra, ma più precisamente di un movimento populista, che come tale ha interesse a dirottare l’attenzione delle masse su argomenti di massa. L’immigrazione e la difesa del suolo patrio dal terrorismo islamico sono certo tra questi, ma non sono gli unici. Front National supera quasi ovunque il 20% soprattutto perché megafono dell’avversione verso l’Ue, corpo flaccido penetrato dalla globalizzazione, alle cui conseguenze la società politica (non solo francese) non riesce a dare risposte.

La mancanza di strategia di socialisti e repubblicani in questa fase è spia della crisi politica che li scuote. Basti pensare che, nonostante appaia chiaro sia ad entrambi il pericolo che il sistema repubblicano stia correndo, scivolando verso un tripartitismo instabile, non esiste una linea comune per fronteggiare Le Pen nemmeno nel secondo turno di regionali. In casa socialista si chiede ai candidati arrivati terzi di farsi da parte per permettere agli elettori di votare repubblicano, mentre Sarkozy non vuole fare calcoli e chiede ai suoi di mantenere ovunque la posizione. Tuttavia il candidato socialista in Alsazia, arrivato terzo, ha definito assurdo l’invito del partito. E Jean-Pierre Raffin, ex primo ministro repubblicano, al contrario ha sostenuto che sarebbe meglio che le medaglie di bronzo dell’Ump offrissero il proprio sostegno ai socialisti. Un caos intestino che dà la misura dello sconvolgimento politico provocato dalla vittoria del Front National.

C’è un terzo elemento determinante nell’analisi del voto francese: la leadership. Hollande, presentatosi come erede di Mitterand, ha dissipato in breve il proprio credito rincorrendo le numerose amanti e inseguendo biecamente la Merkel sulla indigesta politica economica comunitaria. Sarkozy dal canto suo ha dimostrato vena decisionista, ma più a parole che nei fatti, e agli occhi dell’elettorato rappresenta sempre parte di un passato prossimo che ancora oggi delude. Marine Le Pen è una leader nuova, il cui programma populista va dritto alla pancia dell’elettorato. Pochi, semplici slogan, lotta all’Ue, lotta all’euro, prima i francesi. La crisi economica e i riflessi di un mondo globalizzato che hanno dimagrito i cuori industriali dei paesi occidentali spalancano le coscienze repubblicane ma ancor di più socialiste al messaggio lepenista. La retorica del padre Jean-Marie, costruita sul revanscismo per le perdite coloniali e sull’antigiudaismo, è stata superata: il nuovo linguaggio fa scuola anche oltre confine, anche in Italia.

Il sistema politico italiano ha già assorbito la novità delle forze populiste. Il M5S è stabilmente attestato intorno al 25%, mentre la Lega Nord, poco sotto al 15% nei sondaggi, è riuscita a spostare sulle proprie posizioni lepeniste l’intero polo di centrodestra; inoltre il voto francese gonfierà ulteriormente le vele nere. L’Italicum pare troppo acerbo per affrontare uno scenario del genere. Nel 2017, chiamati al primo voto con la nuova legge elettorale, potrebbero prestarsi al gioco dei populisti e sfondare quota 50%, balcanizzando la maggioranza e prendendo Palazzo Chigi. A differenza della Francia, dove nel 2002 i socialisti votarono in massa Chirac pur di evitare che all’Eliseo ci finisse Le Pen padre, in Italia manca dagli anni ’70 la cultura del voto utile, e la logica della “diga repubblicana” crolla nel momento in cui il campo politico italiano, anche a causa dell’assenza di un sistema bipolare europeo e moderato, si riduce ad uno scontro tra sistema ed antisistema.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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