Lobbying e regolamentazione: all’origine del caos italiano

14/10/2014 di Andrea Viscardi

Perché, il lobbying, in Italia – oltre che essere un fenomeno etichettato, sempre, con epiteti negativi – è sfuggito ad una regolamentazione efficiente ed efficace?

Lobbbying e Italia

Nonostante il dibattito inaugurato dal Ministro Maccanico sul finire degli anni ’80, numerosissime proposte e una necessità impellente di regolamentare il fenomeno, non esiste, in Italia, alcun corpus organico in materia di regolamentazione del lobbying. Una situazione che di tanto in tanto viene portata all’attenzione del grande pubblico, salvo poi cadere nell’oblio. L’ultimo a provare a portare avanti una legge in materia è stato il fu esecutivo guidato da Enrico Letta, ma il testo, arrivato in Consiglio dei Ministri, venne rinviato, sostanzialmente bocciato, a causa – dicono i ben informati – di alcune pressioni provvenienti dall’esterno, da grandi gruppi a cui, una regolamentazione di questo tipo, non porterebbe altro che qualche fastidio in più.

Oggi vorremo scrivere del perché, il lobbying, in Italia – oltre che essere un fenomeno etichettato, erroneamente, sempre con epiteti negativi – è sfuggito ad una regolamentazione efficiente ed efficace.

Il primo motivo, che potremmo definire storico, è insito nella divisione tra visione del costituzionalismo giacobina e anglosassone. La necessità di accettare l’esistenza di gruppi intermedi tra cittadini e rappresentanti si afferma, infatti, con il secondo, appoggiandosi alle idee di Hobbes e Locke. La legge, in questa visione, non è frutto di una volontà generale immutabile e preesistente, quanto di una mediazione tra interessi discordanti, al contrario di quanto affermato dalla visione giacobina, ereditata da Rousseau, secondo la quale – per sintetizzare – il Parlamento è l’organo supremo a cui è, in via esclusiva, attribuito il compito di rappresentare la volontà generale.

Interessi discordanti, quelli della società, che per l’approccio anglosassone devono essere considerati dal decisore pubblico, chiamato in un certo qual modo a sintetizzarli o, laddove non sia possibile, ad effettuare la scelta nel bene dell’interesse generale. Questo, appunto, non è qualcosa d’immutabile e precostituito, ma è un concetto dinamico, da rintracciare di volta in volta nelle posizioni, anche conflittuali, tra le parti della società. Come afferma Locke “il potere di governo dovrebbe essere esercitato per mezzo di leggi dichiarate e accettate”.

Lobbying e ItaliaSenza dubbio, anche con l’affievolirsi della visione giacobina a livello europeo, in Italia, uno dei principali ostacoli capace di creare, con il tempo, situazioni permanenti di conflitto d’interesse tra dimensione politica e interessi, è stato rappresentato dal ruolo che i partiti politici hanno avuto all’interno del sistema istituzionale. Questo, almeno, sino a Tangentopoli, quando, con il declino del partito tradizionale, l’argomento di una regolamentazione dell’attività di lobbing si è fatto più forte. La Costituzione riconosce, infatti, il loro ruolo all’articolo 49, laddove prevede la libertà dei singoli cittadini di associarsi in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Facendo leva su un’interpretazione che potremmo oggi definire forzata, è stato utilizzato per decenni ad uno scopo ben preciso: l’assunzione di centralità totalizzante da parte del partito nella vita politica e all’interno del Parlamento.

Il partito italiano è molto differente da quello statunitense. Truman ci ricorda come, in America, il contenuto del termine partito politico vari rispetto al tempo e al luogo o al livello di government considerato. Per farsi un’idea, basti pensare alle differenze esistenti negli interessi e nell’organizzazione del Partito Democratico in Arizona o in California. In un’ottica così frammentata e disorganica, questi sono dei soggetti estremamente dinamici e liquidi, la cui funzione principale è quella di concorrere compatti alle elezioni Presidenziali, salvo poi, durante le legislazioni, essere dei raggruppamenti nei quali gli interessi locali rappresentati subiscono un processo continuo di mediazione ed evoluzione, e all’interno dei quali è il singolo membro del Congresso ad assumere un ruolo di primaria importanza.

Dopo la costituzione della Repubblica, il panorama italiano è invece sempre stato caratterizzato da un sistema di soggetti politici rigidamente strutturati e istituzionalizzati. In quest’ottica il Partito, rispetto alla società, svolgeva una sorta di ruolo, come scritto prima, totalizzante. Erano i partiti a dominare il corpo civile e, per quanto esistesse un rapporto, spesso ambiguo, con i gruppi d’interesse quali associazioni d’impresa e sindacati, esisteva anche un legame diretto ed esclusivo con l’individuo non organizzato in gruppi d’interesse. Il Partito era l’unico, in quest’ottica, a poter partecipare alla vita politica e rivendicava l’esclusività di agire nel processo decisionale. Erano quindi questi a fungere da motore di aggregazione e rappresentanza degli interessi: ogni istanza dei gruppi presenti in società non poteva arrivare direttamente al decisore pubblico, ma doveva passare prima dal soggetto politico. Una situazione che, de facto, portava a stretti legami tra la dimensione politica e quella delle esigenze dei gruppi.

Rappresentanza interessi particolariA ciò, fino alla metà degli anni ’60, si affiancava la particolare situazione interna ed internazionale. Il blocco anticomunista, guidato dalla DC, faceva di questa l’unico vero decisore, mentre l’opposizione di sinistra non esercitava, de facto, alcuna influenza all’interno del processo decisionale. Gli interessi aventi il diritto alla rappresentanza, perciò, non potevano essere che quelli strettamente sentiti e filtrati dal partito di potere, o meglio, gli interessi di cui il Partito stesso era portatore. Ma quando Aldo Moro decise per l’apertura a sinistra, l’allargamento dei partiti di governo si tradusse, in realtà, in un indebolimento della stabilità degli esecutivi che, a sua volta, comportò un tentativo di soddisfare, indiscriminatamente, i mille interessi eterogenei rappresentati nei singoli partiti di maggioranza, dalle varie correnti e dai singoli deputati. Il Parlamento stesso si trasformò, divenendo il centro focale di mediazioni e negoziazioni. Ma, poiché i partiti di governo continuavano ad avere il controllo sull’indirizzo politico, era proprio al loro interno che le lobby svolgevano, liberamente, la propria attività di pressione, perpetuando quindi la malsana situazione di una rappresentanza d’interessi non della società civile nel suo eterogeneo scenario quanto, piuttosto, di un filtro politico fatto di scambi di favore, anche personali, di interessi di colore, corruzione e quant’altro – senza alcun controllo da parte delle istituzioni – allontanandosi non poco, quindi, dalla visione originaria di tale strumento.

Ed è proprio nel primo trentennio dopo la nascita della Repubblica che si creano due questioni che, ancora oggi, sono il principale ostacolo ad una regolamentazione del fenomeno: l’assenza totale di trasparenza e la selezione – in chiave di dinamiche politico/partitiche – di gruppi che non potremmo definire, come sarebbe ovvio, più influenti di altri, ma dotati, quasi, di un’esclusività di rappresentanza. Situazioni capaci di dar luogo a tutta una serie di privilegi e vantaggi a cui nessuno vuole rinunciare e su cui, ancora oggi, i protagonisti si appoggiano per evitare che ciò avvenga, in particolare dopo che, nell’ultimo decennio, il vuoto lasciato dai partiti è stato in parte riempito, prepotentemente, proprio dai gruppi d’interesse. Un ingranaggio, quello della non regolamentazione, difficile da scardinare, perchè perpetuatosi nel corso degli anni e insediatosi nelle dinamiche naturali delle istituzioni italiane, i cui rappresentanti, ancora oggi, sono per la maggior parte figli di quel periodo.


Antonucci, M. Il lobbying nelle istituzioni politiche europee e italiane. Carocci Editore. Roma, 2011.
Locke J., Due trattati sul governo. Pisa University Press. 2007
Morlino L., Le tre fasi dei partiti italiani in Partiti e caso italiano. Il Mulino. Bologna, 2006.
Petrillo P.L., Democrazie sotto pressione. Giuffrè editore. Milano, 2011.
Truman, D.. The governmental process. Political interests and public opinion. Alfred A. Knopf. New York, 1971
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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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